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L’auto-grande fratello è realtà: dal 7 luglio una telecamera ci spia in macchina. Come la prenderete voi automobilisti?

Dal 7 luglio scatta l’obbligo UE della telecamera a infrarossi fissa su ogni nuova auto. Tra dubbi sulla privacy e costi gonfiati, i consumatori scappano verso l’usato

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L’Unione Europea ha deciso che non siamo più capaci di guidare da soli. Dal 7 luglio 2026, nessun nuovo veicolo può essere immatricolato nell’UE senza una telecamera a infrarossi puntata permanentemente sul volto del conducente. Non è una scelta, è un obbligo di legge. L’auto si trasforma così in una sorta di sentinella a bordo, un vigilante elettronico che giudica ogni nostro movimento, ogni battito di ciglia, prigioniero di un regolamento che assomiglia sempre più a un incubo burocratico.

La scusa, come sempre quando lo Stato decide di invadere la sfera privata dei cittadini, è nobile. Salvare vite umane. Il regolamento GSR 2 (General Safety Regulation), concepito nei corridoi di Bruxelles nel 2019, impone il sistema Advanced Driver Distraction Warning (ADDW). Sopra i 50 km/h, se distogli lo sguardo dalla strada per più di 3,5 secondi, scatta un allarme acustico o visivo. Sotto i 50 km/h, i secondi tollerati salgono a sei.

Il sistema si attiva da solo non appena si raggiungono i 20 km/h. La nota più fastidiosa? Puoi anche spegnerlo, ma si riattiva automaticamente a ogni accensione del motore. Insieme alla telecamera arriva anche l’EDR, una vera e propria scatola nera che registra velocità, frenate e sterzate in caso di incidente. Sulla carta è sicurezza. Nella realtà pratica, siamo di fronte a una sorveglianza di massa camuffata da prevenzione, che rischia di avere pesanti ricadute economiche sul settore industriale e sulle tasche dei consumatori.

Il grande bluff della privacy a circuito chiuso

I burocrati europei hanno subito rassicurato i cittadini: il sistema funziona a “circuito chiuso”. Significa che i dati sulla posizione della nostra testa e sulla direzione dello sguardo vengono elaborati solo all’interno dell’auto. Non dovrebbero viaggiare su server esterni, non dovrebbero identificare la persona e dovrebbero essere cancellati subito dopo l’uso.

Il problema è che il regolamento è scritto male, probabilmente di proposito. Non definisce cosa significhi davvero “immediatamente” e non fissa un tempo massimo di conservazione dei dati. Soprattutto, l’Unione Europea non ha previsto nessun meccanismo di controllo indipendente per verificare cosa facciano davvero i costruttori sotto il cofano. Non ci sono sanzioni per chi imbroglia. Ricorda molto la gestione del GDPR: l’Irlanda, che ospita le sedi delle più grandi aziende tecnologiche del mondo, ha riscosso appena lo 0,5% delle multe totali emesse. Le regole ci sono, ma nessuno le fa rispettare.

Le case automobilistiche giocano sporco: i precedenti

Le preoccupazioni degli scettici non sono paranoie. Alcuni costruttori hanno già fatto capire che le regole della privacy sono molto elastiche. La Volvo, intervistata dalla televisione pubblica belga VRT, ha dichiarato senza mezzi termini che elaborerà questi dati in tempo reale su “server sicuri”. Questo significa che i dati escono dall’auto, violando lo spirito stesso della norma europea.

Il passato recente del settore, d’altronde, è pessimo. Uno studio della Mozilla Foundation ha rivelato che l’84% dei marchi automobilistici condivide o vende i dati dei clienti. Marchi noti come General Motors, Honda e Kia hanno passato i dati di guida a broker come LexisNexis per calcolare i profili di rischio. Risultato? Le polizze assicurative sono aumentate all’insaputa dei proprietari. Per non parlare di Tesla, dove alcuni dipendenti si scambiavano internamente video intimi registrati dalle telecamere delle auto dei clienti.

ProduttoreComportamento rilevato sui dati
VolvoDichiarata elaborazione dati su server esterni in tempo reale
GM, Honda, KiaCessione dati di guida a broker assicurativi (LexisNexis)
TeslaCondivisione interna di video privati tra dipendenti

Quando la sicurezza si trasforma in pericolo

C’è poi un problema pratico di utilizzo. Questi sistemi sono spesso tarati male e finiscono per distrarre il guidatore anziché aiutarlo. Il portale belga Gocar.be ha testato una Xpeng P7+ e il sistema ha iniziato a suonare solo perché il conducente guardava il panorama su un’autostrada vuota. Su una Ford Puma, il computer di bordo ha ordinato una pausa caffè dopo soli dieci minuti di viaggio, continuando a emettere suoni molesti. Insomma, sono rotture di scatole che distraggono e causano incidenti.

Sentirsi osservati e giudicati ogni dieci minuti da un software non migliora la sicurezza, aumenta solo il nervosismo di chi guida. Dove ci porterà questa strada? Oggi monitorano gli occhi, domani useranno la stessa telecamera per vedere se usiamo il telefono o se la cintura è allacciata male. Il passo successivo sarà la trasmissione diretta dei dati alle forze dell’ordine per fare cassa con le multe in tempo reale.

L’effetto economico: mazzata sul nuovo, vola l’usato

Dal punto di vista economico, questa mossa della Commissione Europea è un capolavoro di sconsideratezza. L’introduzione di tutti questi dispositivi obbligatori ha un costo industriale pesante. Si stima che i nuovi sistemi facciano aumentare il prezzo di listino delle auto utilitarie di una cifra compresa tra i 400 e gli 800 euro. In un momento di forte inflazione e perdita del potere d’acquisto, i cittadini si trovano a pagare di tasca propria uno strumento che non vogliono e che reputano fastidioso.

Questa di sicuro non ha la telecamera interna

L’effetto sul mercato è facilmente prevedibile. Queste normative, sospese tra la paura di essere spiati e l’aumento dei prezzi, non incentiveranno di certo la vendita di vetture nuove. Al contrario, daranno una spinta formidabile al mercato dell’usato. Perché spendere cifre folli per un’auto che ti rimprovera se guardi lo specchietto, quando puoi tenerti una vecchia gloria della meccanica? Una vecchia Alfa 164 di fine anni Ottanta, solida, rumorosa e pura, di sicuro non ti spia in macchina. Il mercato premierà la libertà, lasciando i piazzali dei concessionari pieni di costose auto-spia invendute.

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