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L’assedio di Washington all’Avana: Raúl Castro nel mirino e il ricatto energetico per piegare Cuba

Gli USA stringono il cerchio sull’Avana: minacce legali a Raúl Castro per un vecchio caso del 1996 e dazi sul petrolio per asfissiare l’isola. Ma dietro le quinte la CIA negozia. Cuba è a un bivio storico: barattare i vecchi simboli del regime in cambio di sopravvivenza economica?

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Washington ha deciso di fare sul serio nel proprio “cortile di casa”, Caraibi e America Latina, e lo fa impugnando simultaneamente l’arma giudiziaria e quella macroeconomica. La notizia, filtrata nelle ultime ore dalla CBS e confermata da altre fonti governative, ha il sapore di un avvertimento definitivo: gli Stati Uniti stanno valutando l’incriminazione formale dell’ex presidente cubano Raúl Castro.

Il casus belli ufficiale risale a trent’anni fa. Era il 1996 quando due piccoli aerei civili dell’organizzazione umanitaria di esuli “Brothers to the Rescue” (Hermanos al Rescate) vennero abbattuti dai caccia MiG-29 cubani in acque internazionali, causando la morte di quattro persone. I due aerei avevano fatto cadere dei volantini su l’Avana e ilm fatto su considerato un crimine dall’amministrazione USA, per il qual è ora pronta a presentare il conto, previa approvazione di un grand jury. Ma in geopolitica la polvere non si toglie mai dai vecchi dossier per puro amore di giustizia: il tempismo è tutto, e l’orologio dell’Avana sembra segnare l’ora più buia.

La morsa economica: dazi, petrolio e collasso sistemico

L’eventuale mossa legale contro il novantaquattrenne patriarca della Revolución si inserisce in una strategia di asfissia ben più ampia. È qui che le dinamiche dell’economia reale superano nettamente quelle giudiziarie. L’amministrazione Trump ha impugnato l’arma più letale e chirurgica a sua disposizione: i dazi secondari. La minaccia di imporre tariffe punitive a qualsiasi Paese o compagnia che osi esportare petrolio a Cuba ha, di fatto, interrotto i rifornimenti vitali verso l’isola.

Senza energia, l’equazione macroeconomica cubana va in frantumi, complice l’incamapcità amministrativa tipica del regime socialista, che negli ultimi 40 anni ha distrutto le principali produzioni agricole, fra cui l’oro di Cuba, lo zucchero. Stiamo assistendo a un blocco indiretto che ha lasciato il Paese letteralmente a secco di diesel e olio combustibile. Quali sono le ricadute immediate?

  • Paralisi della logistica e dei trasporti interni.
  • Azzeramento di una produzione industriale già asfittica.
  • Condanna della popolazione a blackout cronici e prolungati.

Senza i sussidi sovietici prima e il petrolio venezuelano a prezzi di favore poi, il sistema comunista cubano non ha né l’efficienza interna per sopravvivere né la valuta pregiata per approvvigionarsi sui mercati liberi. È un collasso sistemico indotto dall’esterno, un moltiplicatore economico negativo che sta strangolando il regime alle fondamenta.

La diplomazia parallela: la visita della CIA e la Realpolitik

La diplomazia sotterranea opera a pieno regime secondo canali già visti all’opera in Sud America. Non è un caso che, parallelamente alle fughe di notizie sui mandati di cattura, il direttore della CIA John Ratcliffe sia atterrato all’Avana per un blitz improvviso. Un incontro di altissimo livello, lontano dai riflettori, con Raúl Guillermo Rodríguez Castro – nipote e uomo di fiducia di Raúl – e con il Ministro degli Interni Lázaro Álvarez Casas.  Perché incontrare il nipote di Castro se non per parlare delle accuse mosse al nonno ed eventualment fornire garanzie personali a un 94enne?

Il messaggio portato da Ratcliffe è il classico bastone e carota della diplomazia di potenza: Washington è pronta a un dialogo “serio” su economia e sicurezza, e perfino a sbloccare aiuti umanitari milionari, ma solo in cambio di riforme strutturali inequivocabili. La precondizione? Cuba deve smettere di essere un porto franco, o un hub di intelligence, per potenze avversarie (leggasi Cina e Russia) nell’emisfero occidentale. Gli Stati Uniti vogliono ripulire la loro area di competenza strategica, e l’Avana è in cima alla lista delle pulizie di primavera. In questo quadro la consegna, o anche il processo a Castro, possono essere il simbnolo tangibile di un accordo concluso.

Verso un modello venezuelano?

In sintesi, gli USA offrono una via d’uscita economica  in cambio di una resa geopolitica totale. Le conseguenze di questa tenaglia ci portano alla domanda inevitabile: il regime cubano è pronto a sacrificare i propri totem intoccabili?

L’ipotesi che emerge con prepotenza è quella di un’evoluzione “simil venezuelana”. A Caracas, il governo Rodriguez ha recentemente barattato concessioni petrolifere e geopolitiche in cambio di un parziale allentamento delle sanzioni, ma ha anche visto l’interscambnio crescere vertiginosamente e un netto miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, ora che le merci fluiscono con molti meno problemi. Non solo: il

. L’Avana potrebbe trovarsi di fronte allo stesso bivio: “consegnare” (simbolicamente o meno) qualche alto capataz del regime, o quantomeno accettare l’esautorazione definitiva della vecchia guardia castrista, in cambio dell’energia necessaria per evitare un’imminente e disastrosa rivolta sociale.

Raúl Castro rappresenta l’icona incrollabile di un’epoca. Ma quando i serbatoi sono a secco, i blackout durano giornate intere e il collasso economico bussa alla porta, anche i grandi simboli della storia acquisiscono un prezzo di mercato. La vera sfida per Cuba sarà capire se pagare questo prezzo basterà a salvare ciò che resta del sistema, o se ne segnerà semplicemente la fine controllata.

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