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Lagarde se ne va in anticipo. E la BCE diventa un ostaggio della politica francese
Lagarde lascia la BCE in anticipo: un addio che sa di poltrona (e di politica francese)

Christine Lagarde lascia. La notizia, rimbalzata giovedì mattina da Francoforte, ha il sapore amaro delle rese annunciate. La presidente della Banca Centrale Europea ha rassegnato le dimissioni con effetto dal 7 febbraio 2027, quasi nove mesi prima della scadenza naturale del suo mandato, fissata per la fine di ottobre.
Un passo indietro anticipato che, letto tra le righe del comunicato di Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo, apre scenari ben più inquietanti di una semplice transizione. Perché il tempismo, in politica monetaria, è tutto. E questo tempismo è tutto politico.
La rumeur, del resto, era nell’aria da settimane. La domanda non era più “se” Lagarde se ne sarebbe andata, ma “quando”. Il 7 febbraio è una data significativa: due mesi prima dell’elezione presidenziale francese.
Un dettaglio non secondario, soprattutto se si considera che i sondaggi danno Marine Le Pen come grande favorita per il scrutinio. La partenza anticipata di Lagarde offre al presidente uscente, Emmanuel Macron, la possibilità di partecipare attivamente alla designazione del suo successore prima che le urne francesi possano ribaltare gli equilibri politici di Parigi. In parole povere, si cerca di blindare la successione prima che il “popolo” possa esprimersi. Un paradosso non da poco per un’istituzione che si definisce indipendente dalla politica.
La carriera di Lagarde è, di per sé, un monumento a questo intreccio pericoloso. Ministro dell’Economia sotto Nicolas Sarkozy, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale dopo l’affaire Strauss-Kahn, infine alla guida della BCE dal 2019. In meno di vent’anni ha occupato posizioni di potere un tempo appannaggio esclusivo degli uomini, senza mai passare per le urne. La sua è stata una navigazione a vista tra le grandi tempeste del secolo: la pandemia di Covid, l’inizio della guerra in Ucraina, le crisi energetiche e gli shock inflazionistici. Ha guidato la BCE con “senso del dovere”, si affretta a sottolineare Costa. Ma il senso del dovere, quando si confonde con il calcolo politico, rischia di minare la credibilità dell’istituzione stessa.
🇪🇺 JUST IN: Christine Lagarde to step down as ECB president on February 7, 2027. pic.twitter.com/doNzYunR1z
— Cointelegraph (@Cointelegraph) October 29, 2026
Il nodo della successione: falchi e colombe in un’Europa in bilico
Ora si apre la partita più delicata. Chi siederà sulla poltrona più scomoda d’Europa? La procedura prevede la nomina da parte del Consiglio Europeo, e il processo, secondo Costa, partirà immediatamente. I nomi in lizza sono due, e rappresentano due anime opposte della politica monetaria.
Da un lato c’è Pablo Hernández de Cos, ex governatore della Banca di Spagna (2018-2024) e attuale direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). È considerato il favorito da un recente sondaggio Bloomberg tra gli economisti (12 preferenze contro 9), ed è visto come un profilo più orientato alla crescita, una “colomba” moderata. Ha il sostegno del governo spagnolo.
Dall’altro lato c’è Klaas Knot, ex governatore della banca centrale olandese (2011-2025). È l’uomo del Nord Europa, un “falco” rigoroso sui prezzi, ma pragmatico. Ha il supporto dei Paesi Bassi e di parte dell’area tedesca. La sua eventuale nomina rafforzerebbe le aspettative di un ulteriore inasprimento della politica monetaria, un segnale che i mercati guarderebbero con favore per sostenere l’euro. C’è però un grosso problema: un falco alla BCE, in un momento di deterioramento delle condizioni di finanziamento, potrebbe strangolare ulteriormente la crescita.
La partita, però, non è solo tra falchi e colombe. È una partita geopolitica. La scelta del successore di Lagarde arriva nello stesso giorno in cui la BCE ha deciso di mantenere i tassi d’interesse invariati. Il tasso sui depositi resta al 2,5%, quello sui rifinanziamenti principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%. Una decisione presa “in stretto contatto” con i rischi d’inflazione e il deterioramento delle condizioni di finanziamento, con l’istituzione che lascia intendere che un nuovo aumento resta probabile, forse già a dicembre. Ma come può la BCE mantenere la sua credibilità anti-inflazionistica se la sua guida è oggetto di una contrattazione politica tra Parigi, Berlino e L’Aia?
Il paradosso finale è tutto italiano. Mentre l’Europa si affanna a nominare un nuovo “tecnico” a capo della sua banca centrale, la politica francese, quella vera, quella che conta, si prepara a scrivere un capitolo nuovo. E Lagarde, 70 anni, figura familiare delle grandi organizzazioni internazionali, non ha intenzione di sparire. Si parla con insistenza di una sua possibile presidenza del Forum Economico Mondiale (WEF). L’ennesimo salotto buono, a dimostrare che in Europa non comanda il popolo o la democrazia, ma una élite auto rigenerante che trova sempre qualcosa in cui sistemarsi.







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