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La valanga cinese travolge l’Occidente: export a +36% e surplus record verso i 1.000 miliardi
A settembre l’export cinese vola a +36% e il surplus commerciale punta ai 1.000 miliardi di dollari: Pechino scarica la crisi interna sulle industrie occidentali.

I numeri appena diffusi dalle dogane di Pechino suonano come un allarme rosso per l’industria occidentale: a settembre le esportazioni cinesi sono schizzate del 36,3% su base annua, portando l’avanzo commerciale mensile alla cifra monstre di 133,5 miliardi di dollari.
Mentre l’Europa discute di regolamenti e gli Stati Uniti tentano la carta diplomatica, la fabbrica del mondo ha aperto le paratoie. Il surplus commerciale cumulato nei primi nove mesi del 2026 tocca già i 938,1 miliardi di dollari, proiettando il saldo annuale ben oltre il record di 1.200 miliardi registrato lo scorso anno. Comunque ecco il surplus commerciale cinese come appare da Tradingeconomics, che mostra come l’ultimo surplus di queste dimensioni sia stato a gennaio 2025, quando però vi era il boom del capodanno cinese.
Non si tratta di una vittoria sana. La leadership cinese si trova alle prese con una domanda interna spenta e un settore immobiliare ancora febbricitante. La risposta di Pechino è la più classica delle scorciatoie: invece di alzare i salari e sostenere i consumi della propria popolazione, scarica all’esterno l’eccesso produttivo, inondando i mercati stranieri.
| Indicatore (Settembre 2026) | Valore registrato | Stime degli analisti | Variazione annua |
| Esportazioni complessive | 447,18 mld $ | +25,7% | +36,3% |
| Importazioni complessive | 313,65 mld $ | +23,8% | +31,0% |
| Surplus mensile | 133,53 mld $[cite: 1] \vert{} 118,10 mld$ | +50,5% | |
| Surplus primi 9 mesi 2026 | 938,11 mld $ | — | +7,2% |
A spingere le spedizioni cinesi è soprattutto la vorace fame globale di potenza di calcolo. Chip, componenti elettronici e apparati per l’infrastruttura elettrica legata all’intelligenza artificiale viaggiano a pieno ritmo, complici anche le tensioni in Medio Oriente che hanno stimolato commesse strategiche. A questo si è aggiunto il consueto picco logistico prima delle festività autunnali della Golden Week.
I mercati occidentali, lungi dal resistere, continuano a ingoiare merci. Nonostante il recente vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, le vendite cinesi verso gli Stati Uniti sono cresciute del 39,56% a settembre, lasciando a Washington un passivo commerciale di oltre 34 miliardi in un solo mese.
Verso l’Unione Europea l’export è salito del 25,25%. Bruxelles tenta goffi accordi per limitare le auto ibride in cambio di licenze sulle terre rare, mentre Francia e Germania invocano ora “armi commerciali” straordinarie per blindare il mercato unico. La realtà è che la UE è un mercato di conquista per i prodotti cinesi.
Le ricadute pratiche per la nostra economia sono immediate:
- Pressione sui prezzi di fabbrica: le aziende europee, gravate da costi energetici superiori, non possono competere con i listini di un gigante che produce sottocosto.
- Rischio di stretta protezionistica: dazi e quote d’emergenza alle frontiere UE rischiano di innescare ritorsioni su forniture critiche indispensabili alle nostre filiere.
- Paradosso tecnologico: l’Occidente finanzia lo sviluppo della propria intelligenza artificiale arricchendo proprio l’infrastruttura manifatturiera di Pechino.
Come la Germania ha dimostrato a sue spese nel decennio scorso in Europa, vivere di soli surplus commerciali non dura all’infinito. Quando distruggi la capacità produttiva dei tuoi clienti impoverendoli, prima o poi finiscono anche i soldi con cui compravano le tue merci.








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