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La Spagna diventa la colonia industriale della Cina in Europa: auto elettriche, 12 miliardi di investimenti e il caso spionaggio
La Spagna travolta dal capitale cinese: 12 miliardi di euro per trasformare il Paese nell’hub europeo dell’auto elettrica ed evitare i dazi UE. Ma la nascita di un impianto vicino alla base militare di Ferrol fa scattare l’allarme spionaggio e adombra i piani di Pechino.

Pechino sta conquistando la penisola iberica a colpi di miliardi, trasformando la Spagna nell’hub europeo delle sue auto elettriche. Per aggirare i dazi di Bruxelles, i colossi cinesi stanno comprando fabbriche e costruendo gigafactory. Ora però scatta l’allarme per la sicurezza nazionale e la reazione di Germania e Stati Uniti rischia di travolgere tutto.
Negli ultimi dieci anni gli investimenti diretti di Pechino sul suolo spagnolo sono più che triplicati, superando la quota di 12 miliardi di euro. Una valanga di capitale spinta dalla necessità di produrre direttamente in Europa per schivare le pesanti tariffe doganali dell’Unione Europea, che sulle auto elettriche asiatiche arrivano fino al 45%.
La strategia cinese è estremamente lineare. Invece di subire la guerra commerciale, Pechino sposta la fase finale di assemblaggio entro i confini comunitari. La Spagna ha accolto questi fondi con entusiasmo per rivitalizzare settori industriali in difficoltà e garantire migliaia di posti di lavoro. Ovviamente il rovescio della medaglia è evidente. Il rischio concreto è quello di trasformare il Paese in una semplice colonia industriale. La Spagna rischia di diventare il classico “Paese cacciavite”, dove si assemblano componenti ad alto valore tecnologico forniti e controllati interamente dalla madrepatria cinese.
Madrid e la Catalogna fanno la parte del leone, assorbendo da sole il 75% di tutti i progetti imprenditoriali cinesi. I settori maggiormente interessati sono l’energia, la logistica e soprattutto la filiera delle batterie e dei veicoli elettrici.
Negli ultimi tre anni la filiera dell’auto spagnola ha attratto oltre 7,3 miliardi di euro legati alla transizione energetica. I marchi coinvolti sono i pesi massimi dell’industria asiatica, pronti a radicarsi sul territorio.
I principali progetti cinesi nella filiera automobilistica in Spagna
| Azienda Cinese | Partner / Sede Spagnola | Tipo di Progetto | Impatto Economico e Occupazionale |
| CATL | Stellantis (Saragozza) | Gigafactory batterie LFP | 4,1 miliardi € e 4.000 posti di lavoro |
| Envision | Navalmoral de la Mata (Cáceres) | Produzione di batterie | 2,5 miliardi € e 3.000 posti di lavoro |
| Gotion | Valladolid | Materiali e riciclo batterie | 950 milioni € e 1.000 posti di lavoro |
| Hunan Yuneng | Mérida | Fabbrica di materiali catodici | 800 milioni € e 500 posti di lavoro |
| Geely | Ford (Almussafes, Valencia) | Joint venture di produzione | 221 milioni € (34% del capitale) |
| SAIC Motor (MG) | Ferrol (A Coruña) | Polo industriale e logistico | 200 milioni € e 2.300 posti di lavoro |
Questa massiccia penetrazione industriale non piace affatto ai vertici dell’Unione Europea. Germania e Francia vedono minacciata la propria leadership automobilistica da veicoli cinesi che sfoggiano l’etichetta “Made in EU”. Anche gli Stati Uniti guardano con forte preoccupazione a questo abbraccio economico tra Madrid e Pechino. Questo modello garantisce occupazione immediata alle fabbriche spagnole, ma rischia di erodere l’autonomia e la sovranità industriale dell’intero continente europeo. Probabilmente questa colonizzazione industriale diventerà l’ennesimo punto di scontro fra Madrid e Washington.
La Spagna incassa la creazione di posti di lavoro nell’immediato, ma rischia di pagare un prezzo molto alto in termini di dipendenza strategica e di valore aggiunto trasferito all’estero.
A complicare il quadro è arrivato il caso del gruppo statale cinese SAIC Motor, proprietario dello storico marchio MG. L’azienda intende costruire la sua prima fabbrica europea a Ferrol, in Galizia, con un investimento iniziale di 200 milioni di euro. L’iniziativa ha fatto scattare i sistemi d’allarme del Ministero della Difesa e del Centro Nazionale di Intelligence spagnolo. L’area individuata per lo stabilimento sorge infatti a pochissima distanza dall’arsenale militare e dai cantieri navali di Navantia.
SAIC Ferrol
In quei cantieri la Marina spagnola sviluppa tecnologie militari riservate in stretta collaborazione con le forze armate statunitensi. Poiché SAIC è controllata per oltre il 75% dallo Stato cinese, il timore di spionaggio industriale o militare è diventato altissimo. Nello stesso tempo però bloccare l’investimento significherebbe frenare la crescita economica regionale, mentre approvarlo rischia di compromettere la sicurezza nazionale e incrinare le alleanze internazionali.
Dal punto di vista economico, il modello basato sull’assemblaggio estero presenta forti criticità strutturali. Se i centri di ricerca e il know-how tecnologico restano a Pechino, al Paese ospitante rimangono soltanto i costi energetici, la gestione dei rifiuti e i rischi politici. Qualora le ritorsioni commerciali europee o statunitensi dovessero inasprirsi, questi impianti di assemblaggio potrebbero venire smantellati rapidamente, lasciando sul territorio cattedrali nel deserto e migliaia di disoccupati.
La Spagna si trova ora a un bivio fondamentale. Continuare ad accogliere il capitale cinese senza condizioni pur di sostenere l’occupazione, oppure stabilire limiti trasparenti per tutelare i settori strategici e la propria sicurezza nazionale. Con Sanchez sembra che non ci sia freno alla penetrazione cinese, ma, anche nella politica, le cose possono cambiare.







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