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La scelta del Kazakistan: raffinare il petrolio russo conviene all’industria, ma spaventa per le sanzioni

Messa sotto pressione dagli attacchi alle proprie raffinerie, Mosca chiede aiuto ad Astana per produrre benzina: la scelta del Kazakistan tra convenienza industriale e il rischio di sanzioni occidentali.

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Gli attacchi dei droni sulle raffinerie russe stanno svuotando i distributori di benzina a Mosca. Per evitare il blocco totale dei carburanti sul proprio mercato interno, il Cremlino ha chiesto aiuto ad Astana per raffinare il proprio greggio. Ora la palla passa al Kazakistan: una scelta complessa, bilanciata tra la convenienza economica immediata e il rischio concreto di finire nel mirino delle sanzioni occidentali.

Il paese guidato da Kassym-Jomart Tokayev non si è mai schierato in modo aperto con la Russia dall’inizio della guerra. La sua diplomazia ha sempre cercato un equilibrio cauto tra Est e Ovest. Eppure, la proposta arrivata dal Ministero dell’Energia di Mosca mette il governo kazako di fronte a una decisione puramente pratica.

Dal punto di vista russo, la necessità è urgente. Le incursioni aeree ucraine hanno ridotto la capacità lavorativa delle raffinerie interne. Di conseguenza, il governo russo ha dovuto prolungare il blocco delle vendite all’estero di benzina e diesel fino al gennaio 2027 per proteggere i consumatori di casa.

Il piano inviato ad Astana propone di lavorare il greggio di origine russa direttamente negli impianti kazaki. Una parte del carburante prodotto verrebbe venduta sul mercato locale kazako per stabilizzare i prezzi e l’altra parte verrebbe rispedita in Russia per coprire i buchi della rete di distribuzione.

Ma per quale motivo il Kazakistan dovrebbe accettare un accordo così delicato? La risposta sta nella struttura stessa della sua industria energetica. Molti impianti kazaki, come la storica raffineria di Pavlodar, sono stati costruiti in epoca sovietica proprio per rifornirsi dal petrolio della Siberia occidentale.

Oggi queste raffinerie rischiano spesso di lavorare a ritmo ridotto per mancanza di materia prima costante. Ricevere un flusso continuo di greggio russo permetterebbe di saturare la capacità produttiva degli impianti. Questo porterebbe margini economici migliori per le aziende e nuova benzina per i distributori interni kazaki.

Inoltre, la cooperazione sul campo è già iniziata in piccolo. Nel mese di luglio, la raffineria kazaka Condensate ha iniziato a lavorare la nafta russa, esportando per la prima volta benzina finita verso i distributori vicini.

Aspetto dell’accordoVantaggi per il KazakistanRischi e criticità
Fornitura di materia primaPieno utilizzo degli impianti come PavlodarDipendenza ancora maggiore dalla rete russa
Mercato dei carburantiBenzina a prezzi stabili per le famiglieRischio di carenze se Mosca assorbe tutto
Relazioni esterneIncassi industriali e commerciali certiSanzioni secondarie da Unione Europea e USA

C’è poi un fattore geografico che impedisce ad Astana di chiudere la porta in faccia a Mosca. Oltre l’80% del petrolio che il Kazakistan vende all’estero passa attraverso il territorio russo tramite l’oleodotto CPC (Caspian Pipeline Consortium), con sbocco al porto di Novorossijsk.

Questa rotta è estremamente vulnerabile, come dimostrano i recenti attacchi con droni marini che hanno colpito le navi NISSOS SIFNOS e MARATHI proprio nei pressi del terminal di carico. Ogni blocco di questa infrastruttura taglia di netto i ricavi del bilancio statale kazako.

Oleodotto CPC

Per il Kazakistan, mantenere rapporti di buon vicinato con il Cremlino non è quindi una scelta ideologica, ma una pura necessità di sopravvivenza economica. Interrompere i flussi commerciali con la Russia significherebbe paralizzare le proprie esportazioni verso l’Europa.

D’altro canto, il rischio di sanzioni da parte dell’Occidente è reale e concreto. L’Unione Europea ha introdotto nel suo 21° pacchetto sanzionatorio una norma che permette di vietare le transazioni con raffinerie esterne alla Russia che lavorano greggio russo, come già accaduto per l’impianto di Kulevi in Georgia.

I partner occidentali pesano moltissimo nell’economia del paese. L’Unione Europea acquista circa il 71% del petrolio greggio kazako, mentre le compagnie americane detengono enormi quote nei principali giacimenti nazionali. Un’eventuale sanzione bloccherebbe gli investimenti esteri sul nascere.

Per questo motivo, la diplomazia kazaka si muove con estrema cautela. Negli stessi giorni in cui si discuteva del piano petrolifero, il governo di Astana incontrava alti diplomatici statunitensi per confermare la sicurezza delle rotte di esportazione verso l’Occidente.

La decisione finale del Kazakistan dipenderà quindi dai dettagli del contratto. Se l’accordo si limiterà a soddisfare i consumi interni kazaki con clausole trasparenti, l’Occidente potrebbe chiudere un occhio. Se invece diventerà un canale per aiutare la Russia a superare il blocco, le conseguenze economiche per Astana potrebbero essere pesanti.

Ancora una volta, il Kazakistan si trova a fare i conti con la propria posizione sulla mappa geografica. Una posizione che regala grandi ricchezze energetiche, ma che impone scelte difficili per non restare schiacciati tra le ambizioni di Mosca e la fermezza dell’Occidente.

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