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LA RISPOSTA DI BRUXELLES BRUCIA LE MEDIAZIONI (di Nino Galloni)

 

 

Era attesa da tutti e tutti immaginavano che sarebbe stata dura; eppure, le considerazioni del governo e di Tria erano accomodanti, moderate…niente da fare. La risposta è arrivata inequivocabile: o resa incondizionata o inizio di procedura di infrazione. In quest’ultimo caso, il rientro dal Debito dovrà essere effettivo e richiederà un salasso di circa 60 miliardi l’anno attraverso terribili leggi finanziarie.

Ma ciò va interpretato nel modo giusto: finiti i traccheggiamenti e le indecisioni, o si china la testa o si va in guerra. Cosa ha, da mettere in campo, il governo? Primo: lo sbloccacantieri che vale parecchie decine di miliardi, ma che certamente non potrà dare frutti concreti prima di un annetto, mentre l’inizio della procedura infrattiva è previsto per il 9 luglio pv. Secondo, l’immissione di minibot (o altra moneta parallela) per pagare subito debiti della pa già contabilizzati; ma fornirebbero liquidità immediata di cui il sistema necessita, soprattutto al Sud (i minibot dovrebbero funzionare, ma il condizionale è d’obbligo perché, essendo moneta fiduciaria, potrebbero rivelarsi meno efficaci di altre forme). Terzo. La riduzione delle tasse: purchè avvenga a parità di spesa; se no è una misura liberista che immiserisce il ceto medio – come è avvenuto a suo tempo negli USA – perché la gente poi deve pagare i servizi di tasca propria.

Avendo un orizzonte temporale da qui alla seconda metà del 2020, è probabile che sbloccacantieri, liquidità aggiuntiva senza debito ulteriore e taglio delle tasse (ma non della spesa) produrrebbero una crescita del PIL adeguata e, con essa, una riduzione del Debito, almeno rispetto al PIL; ma, nella risposta della Commissione, questa tempistica non è prevista.

Inoltre, la nuova Commissione che si insedierà in autunno, difficilmente rappresenterà un cambio radicale rispetto alla attuale e i criteri logici saranno gli stessi: se i conti pubblici lasciano a desiderare o si tagliano le spese o si aumentano i balzelli. Criterio sbagliato che, sappiamo, produrrebbe solo un ulteriore peggioramento dei conti stessi.

Di qui la scelta: o inginocchiarsi e chiedere perdono (la resa incondizionata per evitare “guai peggiori”) o politiche che sono già una dichiarazione di guerra come la riduzione delle tasse a parità di spesa. La scelta spetta a chi governa. Ma, se fosse questa seconda, occorrerebbe prepararsi predisponendo tutte le difese necessarie (in primis un’agenzia di rating autonoma e seria) e chiamando alla mobilitazione tutte le forze produttive del Paese.

Questo bivio abbiamo di fronte; le vie di mezzo sono state escluse dalla Commissione e dai Paesi che scelgono – contro l’Italia – la soluzione più pura e più dura.

La Commissione e i Paesi europei con essa allineati hanno scelto la linea dura, contando sulla codardia degli Italiani. Nella Storia noi siamo stati, spesso, troppo prudenti e abbiamo contato soprattutto sulla nostra “buona stella”; ma, checchè se ne dica, non è stato sempre così.

Si tratta di scegliere; ma, oggi, lo si ripete, non è tra soluzioni moderate e prevedibile resa: siamo costretti tra resa totale e apertura di un processo che porterà l’Europa a cambiare veramente o a collassare.

Alla fine quello che temevano tutti sta per accadere, di nuovo: le rigidità hanno spalancato le porte al conflitto. Chi temeva l’Europa del Novecento è stato accontentato.

Ma, attenzione, questa volta i livelli di consapevolezza sono molto più alti e la carne da cannone non è più tanto disponibile.


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