Economia
La Regione Campania propone di dare mille euro ai giovani per restare, ma poi? Il Sud ha bisogno di lavoro: la sfida della ZES unica
Mille euro al mese fanno un titolo. Un posto di lavoro può cambiare la decisione di partire. È su questa differenza che va giudicata la proposta campana del cosiddetto «reddito di restanza»: un’iniziativa che affronta un problema reale, lo spopolamento dei piccoli comuni, ma rischia di riproporre una vecchia abitudine della politica meridionale, quella di affidare a un assegno temporaneo una risposta che dovrebbe durare una vita.
Occorre anzitutto chiarire che non siamo davanti a una misura già operativa della Regione. La proposta di legge numero 78, depositata il 12 ottobre e firmata dai consiglieri Raffaele Aveta e Gaetano Simeone, ha appena cominciato il proprio percorso in Consiglio regionale.
Il progetto prevede, per determinate categorie di piccoli comuni, un contributo di mille euro mensili fino a due anni, collegato ad attività utili alla comunità. Comprende inoltre un percorso per l’avvio d’impresa, con un sostegno mensile e un contributo alle spese iniziali. Sarebbe dunque scorretto descriverlo come denaro distribuito soltanto per conservare la residenza. Ma proprio questa articolazione rende inevitabile la domanda decisiva: quante attività continueranno a vivere quando il finanziamento sarà terminato?
È qui che la proposta mostra il proprio limite politico. Il rischio della mancia elettorale nasce quando la cifra promessa conquista tutta la scena e il futuro dei beneficiari rimane sullo sfondo. Un giovane può essere aiutato per ventiquattro mesi. Per convincerlo a costruire una famiglia in un paese dell’entroterra servono prospettive che vadano oltre la venticinquesima mensilità.
La scelta di restare dipende da un lavoro dignitoso, dalla possibilità di aprire un’attività, dai collegamenti, dalla disponibilità di servizi sanitari e scolastici. Un contributo può accompagnare questa scelta. Difficilmente può reggerla da solo.
Per questo merita maggiore attenzione la direzione imboccata dal governo Meloni con la ZES unica. Istituita dal decreto Sud del 2023 e operativa dal gennaio 2024, ha riunito le precedenti otto zone economiche speciali in una cornice comune per il Mezzogiorno. Il suo impianto combina agevolazioni agli investimenti e semplificazione amministrativa: interviene cioè sulle condizioni che possono rendere conveniente produrre e assumere al Sud.
Il credito d’imposta sostiene investimenti produttivi in macchinari, impianti, attrezzature e immobili strumentali, secondo i requisiti previsti. Lo sportello unico digitale offre un accesso unitario al procedimento autorizzativo per i progetti interessati. Per un imprenditore, poter affrontare un investimento con un incentivo e un percorso amministrativo più semplice significa avere elementi concreti sui quali prendere una decisione.
Conta anche l’orizzonte temporale. La legge di bilancio 2026 ha esteso il credito d’imposta fino al 2028, con limiti di spesa di 2,3 miliardi per il 2026, un miliardo per il 2027 e 750 milioni per il 2028. La programmazione pluriennale permette alle imprese di ragionare su progetti che richiedono
Sul versante dell’autoimpiego c’è poi Resto al Sud 2.0, rivolto agli under 35 in possesso dei requisiti: prevede voucher a fondo perduto fino a 40 mila euro, elevabili a 50 mila, oppure contributi per programmi d’investimento. Anche qui il sostegno pubblico è legato alla costruzione di un’attività economica.
Naturalmente anche il governo va giudicato sui risultati: investimenti realizzati, imprese sopravvissute, occupazione stabile. E la ZES deve riuscire a raggiungere le aree interne, dove la distanza dai mercati e la debolezza dei servizi possono scoraggiare persino un progetto finanziabile.
La Campania farebbe bene a concentrare su questo la propria iniziativa: aiutare i piccoli comuni a intercettare investimenti, collegare formazione e fabbisogni delle imprese, accompagnare chi vuole mettersi in proprio. Il reddito di restanza può avere un’utilità se inserito in questa strategia. Presentato come risposta allo spopolamento, rischia invece di essere l’ennesima promessa con una scadenza incorporata.
Alla politica spetta una responsabilità più impegnativa che pagare per rinviare una partenza: fare in modo che, alla fine del contributo, ci sia ancora una buona ragione per restare.








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