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LA NUOVA EUROPA NON È QUELLA DI JUNCKER di Francesca Romana Fantetti

Con la recente approvazione del piano di riforma fiscale Donald Trump taglierà le tasse come promesso in campagna elettorale. Ciò comporterà il rapido spostamento di grandi flussi di valuta verso gli Stati Uniti a svantaggio delle economie stagnanti come quella europea. Europa e Canada presentano alti livelli di tassazione pari anche ad alti livelli di disoccupazione, sintomi chiari di sistemi malati, da riformare.

Il mercato azionario statunitense con il nuovo presidente Trump è volato, mentre gli indici europei sono sempre in stallo. A ciò si aggiunga l’ ultima ideona di riforma di Jean Claude Juncker, presidente della commissione europea, a dimostrare quanto questa Europa sia fuori strada, ancora peggio del suo presidente che si ricorda essere stato a suo tempo l’arraffatore per il proprio Lussemburgo di una masnada di fondi e liquidità a svantaggio ed in danno degli altri Stati membri (inclusa l’Italia), nonché l’insensato ideatore di immaginari e fortunatamente mai attuati marchingegni finanziari destinati secondo lui a moltiplicarsi tramite astruse ed impossibili leve finanziare mai palesatesi.

L’ideona del forte bevitore lussemburghese è oggi quella di inserire il fiscal compact in un Trattato europeo, di trasformare il Salva Stati in un Fondo monetario e creare un ennesimo nuovo super (stipendiato da noi) ministro europeo. Incuranti cioè del fatto che questa Europa non produce ricchezza, per lo più distribuendola, quella che c’è, spargendo inutilmente e assistenzialisticamente un sacco di soldi dei cittadini europei cioè nostri, incuranti del fatto che tema molto più interessante da affrontare ed attuare è quello degli investimenti ad oggi inesistenti che questa Europa colpevolmente non fa, ed incuranti ancora del fatto che, così, ad occhio e croce, tra scossoni e ribellioni e scetticismi vari non pare il momento di sbilanci e di ulteriori camice di forza, Juncker e burocrati manifestano il voler perseverare negli errori già fatti e fatali che schiantano quel che resta dell’Europa riducendola a qualcosa di profondamente detestabile da parte di tutti, certamente qualcosa di cui sbarazzarsi.

Il Fiscal compact infatti, viene fuori chiaramente adesso che guarda caso se ne ipotizza l’inserimento in un Trattato, non ha mai avuto nè ha alcun valore assoluto, non vale cioè erga omnes. È solo un atto che si è autoproclamato Trattato ma che Trattato non è nè è mai stato. Solo a seguito del golpe politico attuato in Italia nel 2011 da Giorgio Napolitano, esclusi tutti gli italiani da qualsivoglia voto democratico ed imposti arbitrariamente quanto discrezionalmente ed in violazione della nostra democrazia rappresentanti mai eletti da nessuno di noi, è stato possibile a Mario Monti, primo presidente del consiglio dei ben quattro mai decisi nè eletti in Italia, di imporre l’inserimento del mero atto del fiscal compact, connivente e prono un Parlamento per tre quarti dichiarato incostituzionale dalla stessa corte costituzionale. Non si poteva fare, non lo si sarebbe potuto fare, così come non si può fare.

Ricostruito e provato il golpe, così come fatte valere le responsabilità in capo a ogni responsabile -Monti, Letta, Renzi, Gentiloni – dovrà e deve necessariamente discendere l’annullamento degli atti posti in essere con il ripristino della situazione e dello stato quo ante, quindi il “depennamento” e l’esclusione degli atti e dei provvedimenti errati quali il fiscal compact.

Riguardo alle proposte di Juncker a fine mandato non c’è ad ogni modi da agitarsi molto perché, come tutte le altre in precedenza, non hanno nè avranno nessuno sbocco nè seguito. A metà dicembre 2017 si terrà infatti il vertice di Eurolandia durante il quale i burocrati europei si diranno il nulla perché la Germania che li e ci spadroneggia sta cincischiando dietro un nuovo governo che non riesce ad avere e tornare proprio perché l’Europa non è più fortunatamente quella di Merkel e Juncker.

Non solo, gli Stati membri hanno anche nel frattempo letto bene i trattati esistenti e si saranno accorti che si parla di crescita comune che non c’è oggi in Europa, oltre che di tendenziale progressivo avvicinamento e convergenza delle economie europee, a condizione che ciascuno mantenga la propria autonoma politica economica del e nel proprio Paese, in ció sovrano. L’ideona di Juncker, rimasta tristemente legata alla sottrazione dei poteri in mano ai singoli Stati membri, che si manifesta plasticamente ed appieno nella figura accentratrice da plenipotenziario di un ministro unico dell’economia (per di più vicepresidente della Commissione e dell’Eurogruppo, cos’altro?), è destinata quindi al rigetto. La nuova Europa è quella che parla di progetti e proposte che hanno la propria centralità negli investimenti, nella creazione di ricchezza e di benessere, nel lavoro europei.

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