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La nuova coesione europea: non più sussidi a pioggia, ma il diritto di restare e costruire il proprio futuro

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Ho inserito i riferimenti al Mezzogiorno, alla ZES unica e alla possibilità di rimodulare i fondi verso le nuove priorità, mantenendo il taglio equilibrato dell’editoriale.

Per troppo tempo l’Europa ha chiesto ai territori di adattarsi alle proprie procedure, anziché adattare le politiche europee alle necessità dei territori. È questo il nodo che la nuova impostazione della politica di coesione cerca finalmente di sciogliere: trasformare una macchina finanziaria spesso lenta, rigida e autoreferenziale in uno strumento capace di intervenire sulle emergenze economiche, sociali e demografiche dell’Unione.

La revisione avviata dalla Commissione europea non è quindi soltanto un aggiustamento contabile. È un cambio politico profondo. Agli Stati e alle Regioni viene offerta la possibilità di rimodulare i programmi 2021-2027, spostando risorse verso cinque priorità diventate ormai decisive: competitività e innovazione, difesa e sicurezza, abitazioni accessibili, resilienza idrica e transizione energetica.

Dentro questa impostazione c’è una rottura con il passato. I fondi non devono più restare imprigionati in programmi elaborati anni prima, quando il contesto economico e geopolitico era completamente diverso. Devono poter seguire rapidamente i bisogni delle imprese, delle famiglie e delle comunità locali. È proprio la rimodulazione voluta e sostenuta da Raffaele Fitto ad avere offerto agli Stati membri la possibilità di aggiornare le proprie scelte, correggendo programmi non più adeguati e indirizzando le risorse verso priorità nuove, senza attendere l’apertura di un ulteriore ciclo finanziario europeo.

La politica di coesione europea vale circa 392 miliardi di euro nel ciclo 2021-2027. A queste risorse si aggiungono i cofinanziamenti nazionali. Per l’Italia la dotazione complessiva supera i 75 miliardi. Numeri che spiegano perché la semplificazione non sia una questione burocratica per addetti ai lavori, ma una scelta politica dalla quale dipende la capacità di generare investimenti, occupazione e servizi.

Raffaele Fitto ha avuto un ruolo importante nel portare questa impostazione dentro la Commissione. Sarebbe tuttavia riduttivo trasformare il processo in una celebrazione personale. La svolta nasce soprattutto dalla presa d’atto che il vecchio modello non era più sufficiente: troppo lento per rispondere alle crisi, troppo uniforme per territori profondamente diversi, troppo concentrato sulla correttezza formale della spesa e non abbastanza sui risultati.

Per l’Italia questa impostazione assume un significato particolare soprattutto nel Mezzogiorno, dove il problema non è soltanto spendere le risorse disponibili, ma trasformarle in investimenti produttivi, infrastrutture, occupazione stabile e servizi. La ZES unica rappresenta, da questo punto di vista, uno degli strumenti più importanti per collegare coesione, politica industriale e semplificazione amministrativa. Incentivi, autorizzazioni più rapide e programmazione unitaria possono consentire al Sud di attrarre capitali e rafforzare le filiere, evitando che i fondi europei restino frammentati in interventi privi di una strategia complessiva.

Il passaggio più innovativo riguarda però la strategia europea sul Right to Stay, il diritto a restare. L’obiettivo è garantire che un giovane non sia costretto ad abbandonare un’area interna, una zona rurale, un’isola o un territorio montano solo perché mancano lavoro, trasporti, scuole, sanità o connessione digitale. Partire deve essere una scelta, non l’unica alternativa possibile.

La Commissione ha avviato nel maggio 2026 la costruzione di questa strategia, pensata per contrastare spopolamento, declino demografico e perdita di capitale umano. La coesione torna così alla sua missione originaria: non distribuire risorse in modo indistinto, ma ridurre concretamente le distanze tra territori forti e territori fragili.

Qui entra in gioco anche la nuova Politica agricola comune. Agricoltura e sviluppo rurale non possono più essere considerati compartimenti separati dalla coesione. La PAC deve sostenere il reddito degli agricoltori, ma anche contribuire a mantenere vivi i territori, favorendo servizi, infrastrutture, innovazione, ricambio generazionale e nuove attività economiche. Nel ciclo attuale il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale dispone di oltre 95 miliardi di euro: risorse che devono diventare parte di una politica più ampia contro l’abbandono delle campagne e delle aree periferiche.

La stessa revisione della coesione indica la necessità di rafforzare il collegamento con l’iniziativa LEADER della PAC, sviluppando opportunità che vadano oltre l’agricoltura: turismo sostenibile, artigianato, lavoro da remoto, servizi di prossimità e piccole imprese. È questa la dimensione concreta del diritto a restare.

Anche la proposta di bilancio europeo 2028-2034, vicina ai 2.000 miliardi di euro, prova a costruire un quadro più flessibile, nel quale coesione e agricoltura siano integrate nei nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato. La Commissione ha previsto inoltre una quota minima obbligatoria per le regioni meno sviluppate e una salvaguardia affinché non ricevano complessivamente meno risorse rispetto all’attuale ciclo.

La direzione è giusta, ma non mancano i rischi. Flessibilità non può significare centralizzazione nelle mani dei governi nazionali, né sottrazione di risorse alle Regioni più deboli per finanziare emergenze contingenti. E la semplificazione non deve trasformarsi in minori controlli. La vera sfida sarà conservare la natura territoriale della coesione, coinvolgendo Regioni, Comuni e comunità locali nelle decisioni.

La rivoluzione copernicana consiste proprio in questo: non chiedere più alle persone di spostarsi dove si concentrano sviluppo e servizi, ma portare opportunità, infrastrutture e diritti nei luoghi in cui quelle persone vivono.

Dopo decenni nei quali l’Europa è stata percepita soprattutto attraverso vincoli, moduli e procedure, la coesione può tornare a essere il suo volto più concreto. Non un bancomat né un sistema di sussidi a pioggia, ma una politica che riconosce a ogni cittadino europeo il diritto di scegliere dove vivere, lavorare e costruire il proprio futuro.

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