Seguici su

Attualità

La nuda verità di Vannacci sul femminicidio

Pubblicato

il

Vannacci ha detto una verità incontrovertibile sul neologismo “femminicidio”. La verità fa male, ma fa anche bene al dibattito e dunque approfondiamo.

Già il fatto che si tratti di un neologismo dovrebbe allertarci. Una parola nuova è una parola che prima non esisteva, vuoi perché si ignorava il fenomeno a cui la medesima si riferisce, vuoi perché si ignoravano le esigenze di definire in modo diverso una faccenda che, in precedenza, veniva altrimenti circoscritta e raccontata.

Il fatto è che le parole – come ormai arcinoto anche a chi è a digiuno di semiotica – creano il mondo e, letteralmente, danno corpo e sostanza ai fenomeni da esse designati. D’altronde, l’incipit (evangelico) più famoso di tutti i tempi (“In principio era il verbo”) non è assolutamente un modo di dire, come sanno benissimo gli studiosi e cultori di tutte le scuole esoteriche e iniziatiche delle più diverse tradizioni.

Ma quanto è “nuova” la parola femminicidio? Per Wikipedia il primitivo impiego del termine nella sua accezione moderna è del 1977. Per la Treccani, le prime menzioni di tale vocabolo di nuovo stampo risalgono al 2001 e al 2008. Diciamo che ci situiamo, grossomodo e in prevalenza, tra la fine del secolo scorso e i primi del nuovo.

Ora, non resterebbe che capire il perché dell’invenzione di questo lemma: le ragioni effettive e non presunte. Ci possono essere, a tal proposito, risposte consolatorie, e consolanti, e risposte dubitative, e dubitanti. Tra le prime, sicuramente l’idea che introdurre un neologismo per “specificare” un certo tipo di omicidio (e cioè quello di una donna) significhi evidenziare con più vigore una specie di assassinio particolarmente esecrabile.

Se ci spostiamo sul piano del dubbio – basato sul sospetto che il femminicidio sia un’espressione coniata a bella posta, o quantomeno largamente pubblicizzata, con funzioni di propaganda di una nuova ideologia – allora non possiamo fare a meno di accorgerci di una cosa. E, cioè, che “connotare” l’omicidio in modo specifico in ragione del sesso di appartenenza della vittima significa compiere un discutibile atto di discriminazione. Come dire che sarebbe più grave la morte di una donna, rispetto a quella di un uomo. Il che, ovviamente, è sul piano logico, e del diritto naturale, oltre che dell’etica religiosa o della morale universale, un assurdo. Tutte le vite umane, a prescindere dal sesso, dall’età, dal colore della pelle o dall’etnia hanno lo stesso valore. E tutte le azioni che attentano alla vita meritano il medesimo discredito e la stessa condanna.

L’unica eccezione è probabilmente il caso rappresentato dalla parola “infanticidio” usata per esprimere il profondo disgusto nei confronti di un omicidio realmente più odioso degli altri (perché perpetrato su una vittima inerme e indifesa come un neonato). Oppure, si pensi alla parola “genocidio” impiegata per qualificare l’uccisione indiscriminata di un gran numero di persone solo perché tutte appartenenti allo stesso “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso” (definizione adottata dall’ONU). Ma, al netto di queste fattispecie, nessuno si è mai sognato di parlare di “gerontocidio” di fronte all’uccisione di un vecchio o di “nericidio” di fronte all’uccisione di un uomo di colore.

E la ragione è intuitiva: come recita la nostra Suprema Carta (tramite una enunciazione rinvenibile, con espressioni più o meno sovrapponibili, in tantissime altre dichiarazioni nazionali o internazionali) tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, di lingua, di nazionalità, di razza eccetera. Di talché, distinguere i bersagli umani di un omicidio in ragione del genere sessuale dei medesimi non avrebbe senso; giacché significherebbe ammettere una sorta di “superiorità” delle vittime femminili su quelle maschili e, quindi, un maggior disvalore nell’omicidio di una femmina rispetto a quello di un maschio.

Se così non è e non può essere, allora, la risposta la dobbiamo cercare non nel sesso della vittima, ma nel sesso del colpevole. Si parla cioè di “femminicidio” non solo e non tanto perché è stata uccisa una donna, ma perché una donna è stata uccisa da un uomo. Ce lo confermano le definizioni di Wikipedia e Treccani.

Stando a Wikipedia, risulta non solo che il primo uso del termine nella sua accezione moderna è del 1977 come già ricordato poc’anzi (la si ritrova nell’opera Le violentate, SugarCo Edizioni, della giornalista Maria Adele Teodori), ma che esso è inteso come “uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne”.

La Treccani riporta il brano di un articolo di Roberto Lodigiani su La Stampa del 17 gennaio 2008: “Un termine forte ma che rende l’idea: «femminicidio.  È l’olocausto patito dalle donne che subiscono violenza (…) per mano di famigliari, compagni, congiunti, per lo più”.

Insomma, ci troviamo di fronte a un salto di qualità rispetto alle altre surriferite circostanze in cui l’omicidio volontario, delitto ripugnante di per sé (che prevede da noi la reclusione fino all’ergastolo e, in altri paesi, addirittura la pena capitale), è specificamente qualificato. Infatti, nel caso del genocidio e dell’infanticidio, la discriminazione semantica pertiene alla “qualità” della vittima, non del colpevole. Un infanticidio è tale perché il soggetto ucciso è un infante, a prescindere da qualsiasi peculiarità precipua del colpevole (sia esso cioè un uomo o una donna). Allo stesso modo, il genocidio è tale perché l’uccisione riguarda una “massa” di uomini e donne e bambini appartenenti a una dato “gruppo”, a prescindere da chi ordisce il massacro.

Nel caso del femminicidio, invece, il “riguardo”, in senso dispregiativo, non è tanto per la vittima (che è sempre una donna), ma per il responsabile che “deve” essere un uomo. Altrimenti, come abbiamo già notato in punta di dizionario, di femminicidio non può, a stretto rigore, parlarsi. Dunque, non sarà considerato femminicidio l’uccisione di una donna da parte di un’altra donna. Al che verrebbe da chiedersi perché non esista una particolare parola in grado di qualificare l’omicidio di un uomo da parte di una donna. Probabilmente perché la parola omicidio già contiene il prefisso “omo” (dal latino homo) che, peraltro, ha un senso universale di “essere umano”. Oppure perché si ritiene particolarmente meritevole di biasimo l’assassinio di una esponente del cosiddetto sesso debole a opera di un appartenente al cosiddetto sesso forte. Ma in realtà, neppure questa spiegazione regge fino in fondo. Perlomeno se consideriamo che la parola femminicidio quasi mai viene scomodata quando l’autore del crimine è un uomo non bianco oppure quando carnefice e vittima sono entrambi non bianchi.

Una riprova eclatante, sia pure indiretta, di questo sconcertante doppiopesismo ci viene dalla vicenda degli stupratori pakistani in Inghilterra. Pur non trattandosi di omicidi ma di violenze sulle donne, i meccanismi sottesi alla singolare censura della notizia sono i medesimi all’opera nella questione che in questa sede stiamo trattando.

Il caso è stato fatto scoppiare da Elon Musk che, sulla sua piattaforma X, ha attaccato il leader dei laburisti, nonché premier britannico, Keir Starmer, per non aver perseguito le gang di uomini pakistani che, nei primi due decenni di questo millennio, si sono macchiati di innumerevoli stupri a danno di centinaia di giovani ragazze inglesi bianche. La denuncia è stata portata avanti, nell’agosto del 2024, dalla attivista Julie Bindel che ne ha scritto sul sito di Al Jazeera: “Gruppi di uomini per lo più pakistani britannici prendevano di mira ragazze vulnerabili per sfruttarle sessualmente e passarle tra i loro amici e soci in affari a scopo di lucro”.

Addirittura, in base a un rapporto dell’ex assistente sociale Alexis Jay, circa millequattrocento minorenni sarebbero state abusate sessualmente nella cittadina di Rotherham tra il 1997 e il 2013. Secondo Julie Bindel, “il personale del consiglio cittadino e altri erano a conoscenza degli abusi ma avevano chiuso un occhio su ciò che stava accadendo e si erano rifiutati di identificare i colpevoli in parte per paura di essere etichettati come razzisti”.  Episodi simili, con un analogo imbarazzo, sfociante nella reticenza, da parte delle autorità nel perseguire i criminali, si sarebbero verificati in altre località inglesi come Rochdale, Cornovaglia, Derbyshire, Bristol.

Ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di dissonanza cognitiva del sistema mediatico (di manipolazione del consenso, distorsione della verità ed educazione del pensiero) rappresentato dalla formidabile accoppiata dell’establishment e del mainstream occidentale di area progressista. Anche in questo caso, la lingua biforcuta di stampo orwelliano la fa da padrona: se a molestare una donna è un uomo di colore o di etnia non occidentale, i toni si smorzano, le luci della ribalta sfumano e il patriarcato va a farsi benedire. Ne potrete trovare facile, e copiosa, conferma consultando la casistica della cronaca più o meno recente oppure monitorando quella a venire. In ogni modo, ciò che sta a cuore a lorsignori non è (mai) la verità dei fatti, ma (sempre e solo) un racconto dei medesimi debitamente piegato a beneficio della propria impostazione ideologica partorita a tavolino.

Inequivocabili, a riprova di ciò, le parole del giornalista Robert Jenrick su Telegram: “Per proteggere le relazioni comunitarie, lo Stato britannico ha fatto di tutto per insabbiarle. I rapporti sono stati bloccati e deliberatamente tenuti nascosti agli occhi del pubblico. Qualsiasi collegamento con l’etnia, l’immigrazione o l’Islam è stato minimizzato”.

La situazione inglese presenta interessanti analogie con il dibattito sul femminicidio: in entrambi i casi si edulcora la notizia per ragioni di “coerenza” propagandistica. Nella vicenda pakistana, lo si è fatto sminuendo, o addirittura tacendo, l’origine etnica dei molestatori. Nel caso, invece, del femminicidio, lo si fa evitando di usare la parola “magica” quando la malcapitata donna è vittima di un soggetto straniero, extracomunitario o, comunque, non inscrivibile nell’identikit del maschio occidentale bianco e “tossico”.

Ovviamente, il tema si inserisce in un quadro culturale più ampio che comprende molte delle parole d’ordine dominanti del nostro tempo: dalla lotta all’odio al politicamente corretto, dalla cultura woke ai nuovi diritti. Sono tutte autentiche “perle” di adulterazione della verità impilate in una collana di menzogne. E ciascuna di esse si tiene unita alle altre tramite il filo della dissonanza cognitiva; nonché per mezzo di una sorta di correlazione reciproca dove la bugia sottesa a una delle parole d’ordine di cui sopra sorregge la falsità che anima le altre e ne è scambievolmente sostenuta.

Per esempio, il tema del femminicidio è correlato a quello della accoglienza e della “necessità” di una società multietnica dove le culture originarie e i connotati degli abitanti dei paesi occidentali “devono” essere liquefatti. Lo testimoniano, sempre con riguardo al tema degli stupri avvenuti nel Regno Unito, le parole di Guy Dampier, ricercatore presso il think tank “The Legatum Institute”: “Lo scandalo delle bande di stupratori è stato un prodotto del multiculturalismo che in pratica ha significato che le autorità hanno chiuso un occhio perché le vittime erano per lo più bianche e i loro aguzzini erano in gran parte di etnia pakistana”. Possibile che ci sia, in ultima analisi, una ragione di carattere razziale nell’origine, e nell’amplissima diffusione, del termine di cui ci stiamo occupando? Il sospetto sovviene facilmente se mettiamo in campo un’altra osservazione.

Negli ultimi anni è andata via via montando – in particolare nell’area del cosiddetto movimento o della cosiddetta corrente di pensiero “woke” di matrice anglosassone – una deliberata e mirata polemica nei confronti dell’uomo bianco occidentale. Una polemica, un’avversione, un vero e proprio odio in cui possiamo abbastanza facilmente scorgere i tratti di un razzismo al contrario. Non più quello, passateci il termine, “classico” (e purtroppo tristemente noto) dei popoli bianchi nei confronti di quelli neri o di altro colore. Semmai, un razzismo di ritorno che mette al centro del mirino i bianchi in quanto considerati colpevoli, tutti quanti e tutti insieme, di una innumerevole serie di malefatte nei confronti di altri continenti: dalle guerre di conquista allo schiavismo, dal colonialismo all’apartheid, dalle prevaricazioni in armi alla sottomissione giustificata con una presunta superiorità razziale. Tutti fatti storici assodati che, però, diventano all’improvviso un marchio d’infamia di cui sono chiamati a rispondere, e a chiedere perdono, i cittadini occidentali bianchi in forza di una sorta di maledizione che li ha colpiti (per le colpe degli avi). L’anatema non deve consentir loro di dormire sonni tranquilli, a prescindere dal fatto che essi non siano per nulla, né si siano mai considerati, razzisti (sotto nessun aspetto).

Questa, d’altra parte, è esattamente la ragione scatenante di quel nuovo rito di contrizione pubblica imposto agli atleti di molti sport che consiste nell’inginocchiarsi prima di una partita, proprio come atto collettivo di ripudio del razzismo. Un rito cui giustamente, e per fortuna, si sottraggono i soggetti meno condizionabili e più svegli. Infatti, l’inginocchiamento è reputato, da sempre, e presso quasi ogni cultura, un gesto di umiliazione, o di sottomissione, o di subordinazione, o di ammissione di colpa. Ed è esattamente questa la valenza attribuita al rituale da coloro che lo hanno imposto e da tutti quelli che, magari superficialmente e ingenuamente, vi si prestano: chiedere scusa per un torto mai commesso ovvero compiuto, nella peggiore delle ipotesi, da individui bianchi nei confronti di individui di colore nelle epoche passate.

Ecco, il femminicidio si incista, in pieno e in toto, in questa temperie culturale: è una parola che, nell’ambito della programmazione neurolinguistica, verrebbe definita come “àncora”; una sorta di termine “grilletto” in grado di innescare, col solo fatto della sua (reiterata) pronuncia, tutto un complesso serbatoio simbolico e valoriale, tutta una catena articolata e collosa di significati;  all’esito e per l’effetto dei quali, la donna, la “femmina”, è ridotta a un pretesto per crocifiggere il maschio bianco sciovinista, tossico, bruto, violento, insensibile e, in definitiva, a sua volta “prodotto” inevitabile della famosa cultura del patriarcato.

Ciò dimostra come la parola femminicidio non sia solo un termine di nuovo conio, non solo il portato di una strategia comunicativa artificiosamente concepita, e poi divulgata, bensì, anche un vocabolo estremamente subdolo e manipolatorio per quanto sottintende, senza esplicitare; pur proponendosi – a prima vista e con modalità del tutto innocenti – come termine iconico di una battaglia a favore delle donne.

In conclusione, Vannacci ha avuto il merito di gridare, come il celebre bambino della fiaba, che il re è nudo. E la verità anche.

Francesco Carraro

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento