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Stop ai social sotto i 15 anni: la Corte costituzionale demolisce il piano di Macron. Ecco perché la legge è crollata
La Corte costituzionale boccia il divieto dei social sotto i 15 anni: viola la privacy di tutti e cancella il ruolo dei genitori. Macron costretto a rinviare la riforma al 2027.

Il grande piano dell’Eliseo per blindare internet e fermare l’accesso ai social network per i minori di 15 anni si è schiantato contro un muro legale insormontabile.
Con una decisione secca e senza appello, il Consiglio costituzionale francese ha censurato e cassato l’articolo fondamentale della legge che doveva limitare l’accesso dei minori ai social media. Doveva essere il fiore all’occhiello della ripresa politica di settembre, ma si è trasformato in una cocente sconfitta per il governo.
La misura, approvata con grandi proclami per proteggere la salute mentale dei più giovani, è stata giudicata sproporzionata, caotica e pericolosa per la libertà di tutti i cittadini.
Perché i giudici hanno bocciato il divieto
I giudici costituzionali francesi non negano che proteggere i minori sia un dovere dello Stato. Il problema è il modo in cui il governo ha cercato di farlo: con un divieto cieco e totale.
La sentenza ha individuato tre punti deboli insanabili:
- Un divieto indistinto: La legge colpiva qualsiasi piattaforma senza valutare i rischi reali. Potevano essere oscurati servizi del tutto innocui o educativi, ignorando le loro reali funzioni e le tutele già attive. La legge doveva essere più mirata e specifica.
- Nessuna differenza di età o maturità: Mettere sullo stesso piano un ragazzino di undici anni e uno di quasi quindici è assurdo. La norma non teneva conto della maturità dell’adolescente né del contesto familiare, cancellando del tutto il potere di scelta dei genitori.
- Il pericolo per la privacy degli adulti: Per impedire ai minori l’accesso, la legge pretendeva una verifica dell’età per chiunque, maggiorenni compresi. Il testo però non chiariva come controllare i documenti senza violare la riservatezza di milioni di cittadini. Un fatto che molti avevano già evidenziato.
In sostanza, per risolvere un problema reale, l’esecutivo ha scelto la strada del divieto indiscriminato, violando la libertà di espressione e di comunicazione e mettendo a rischio la privacy di chi non era sottoposto alle norme stesse.
La frustrazione di Macron: calendario azzerato
Per Emmanuel Macron si tratta di un colpo durissimo. Il presidente francese aveva puntato molto su questa battaglia simbolica contro i colossi digitali, promettendo una stretta immediata a partire dal primo settembre. Invece, il calendario è andato in fumo. L’Eliseo non nasconde il proprio disappunto, ma è costretto a incassare il colpo e a ricominciare tutto da capo.
Macron ha dato mandato immediato a Sébastien Lecornu di rimettersi al lavoro. La richiesta è chiara: serve una nuova versione del testo che sia “giuridicamente solida”, capace di superare i rilievi dei giudici e di rispettare le severe norme europee del Digital Services Act (DSA).
Tuttavia, i tempi della politica non coincidono con quelli della propaganda. Il rinvio non sarà di pochi giorni: se tutto andrà bene, il nuovo disegno di legge non vedrà la luce prima della primavera del 2027.
L’illusione della bacchetta magica legislativa
La vicenda francese mette a nudo il classico vizio della politica contemporanea: pensare che problemi educativi e tecnologici complessi si possano cancellare con un semplice tratto di penna.
Vietare per decreto l’accesso alle piattaforme digitali significa scontrarsi con la realtà tecnica e con i diritti costituzionali fondamentali. Senza strumenti di verifica dell’età sicuri e anonimi, ogni divieto rischia di trasformarsi in una sorveglianza di massa su tutti gli utenti della rete.
Per ora, i ragazzi francesi continueranno a navigare liberamente. Il governo, invece, dovrà imparare che la tutela dei minori richiede soluzioni tecniche precise, non slogan frettolosi.







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