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La grande illusione veg: il 91% del mondo continua a mangiare carne (e la produzione vola)

Mentre l’Occidente spinge per gli hamburger di soia e le agende green, il resto del pianeta non cede: 373 milioni di tonnellate di carne prodotte nel 2024 e il 91% della popolazione mondiale che continua a mangiarla. Ecco i dati di Statista che smontano la narrazione sulla transizione alimentare globale.

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Se leggessimo solo la stampa generalista, potremmo facilmente convincerci che l’intera umanità sia ormai passata agli hamburger di soia e stia abbandonando gli allevamenti in nome dell’ambiente. La realtà dei numeri, però, è ostinatamente diversa e ci riporta coi piedi per terra: mangiare carne rimane la norma assoluta e incontrastata in quasi ogni angolo del globo.

Secondo i recenti dati raccolti da Statista Consumer Insights in 32 nazioni, in media il 91% degli intervistati dichiara che la propria dieta include regolarmente la carne. Alla faccia dell’imminente transizione alimentare. Per saziare un mondo sempre più affamato di proteine animali, nel solo 2024 sono stati prodotti ben 373 milioni di tonnellate di carne a livello globale. Un numero enorme, spinto al rialzo da una dinamica consolidata: mano a mano che le nazioni crescono e si arricchiscono, il consumo di carne sale inevitabilmente.

Come potrete notare dall’infografica che segue, le vere eccezioni a questa regola aurea si contano letteralmente sulle dita di una mano.

Su 32 Paesi analizzati, solamente tre registrano una quota di consumatori di carne inferiore alla rigida soglia del 90%:

  • Filippine: 88% di consumatori di carne.

  • Emirati Arabi Uniti: 86%, un dato in realtà fortemente annacquato dalla vasta e storica diaspora dell’Asia meridionale presente nel Paese.

  • India: 56%, il vero e unico fanalino di coda mondiale, dove poco meno di metà della popolazione segue una dieta senza carne.

L’eccezione indiana merita però una precisazione. Questa percentuale non deriva dalle moderne ansie climatiche che animano i benestanti salotti occidentali, ma ha radici profondamente religiose. La predilezione per la dieta vegetariana nel subcontinente è infatti strettamente legata al Brahmanesimo e all’antica religione vedica. All’interno del rigido sistema delle caste indiane, i bramini occupano il vertice sociale e spirituale. La loro millenaria astinenza dalla carne rende il vegetarianismo una pratica altamente desiderabile e un simbolo di purezza per gran parte del Paese.

In Occidente, invece, la rinuncia alla carne assume connotati prettamente morali o ideologici. È qui che i “sostitutivi” di laboratorio trovano il loro mercato d’elezione, sebbene le percentuali di utilizzo regolare restino di nicchia: il 19% nei Paesi Bassi e il 15% in Svizzera. Un fenomeno solo apparentemente simile si registra in Asia, dove Nazioni come il Vietnam guidano la classifica degli acquirenti di alternative vegetali (22%). Lì, però, il motivo è squisitamente storico: la lunghissima tradizione buddista ha reso alimenti come tofu e seitan popolari da secoli, ben prima che l’industria occidentale inventasse la finta carne iper-processata.

E dove queste tradizioni mancano? I numeri crollano. In Corea del Sud, una Nazione economicamente avanzata ma fieramente amante delle proprie grigliate tradizionali, solo un misero 6% della popolazione acquista regolarmente prodotti sostitutivi.

In sintesi, al netto di lodevoli scelte individuali in Europa ed eccezioni religiose ben confinate in Asia, il mondo non ha alcuna intenzione di rinunciare alla sua bistecca. L’industria alimentare tradizionale dovrà semplicemente continuare a produrre a ritmi serrati per soddisfare una domanda planetaria molto concreta e per nulla virtuale.

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