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La Germania cerca gas nel Pacifico: il paradosso del GNL canadese e l’incognita di Panama

Berlino cerca alternative al gas russo e americano puntando sul Canada, ma la logistica presenta un conto salato: il GNL dovrà affrontare il blocco del Canale di Panama. Un nuovo rischio per un’industria già in affanno.

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La Germania, storico motore manifatturiero d’Europa, è alla continua ricerca di stabilità energetica dopo la chiusura dei rubinetti da est. L’industria tedesca ha un disperato bisogno di energia a prezzi prevedibili per non perdere competitività sui mercati globali. La nuova soluzione? Un accordo imminente per l’acquisto di gas naturale liquefatto (GNL) dal Canada. Tuttavia, analizzando la geografia e la complessa logistica marittima, questa mossa rivela lati marcatamente ironici e chiare criticità economiche.

Secondo le ultime informazioni in arrivo dai mercati, il Canada si prepara ad annunciare un’intesa per fornire GNL alla Germania, pompato da un nuovo impianto in via di sviluppo sulla costa della Columbia Britannica. Il gas proverrà dal progetto Ksi Lisims, una massiccia struttura galleggiante per l’esportazione dal valore di 7,3 miliardi di dollari. L’acquirente europeo non è casuale: parliamo di SEFE, l’ex filiale di Gazprom, ora nazionalizzata dal governo tedesco per arginare la crisi energetica.

Il progetto canadese, sostenuto da grandi fondi di investimento (Blackrock) e dalla Nazione Nisga’a (gruppo indigeno proprietario delle terre), dovrebbe produrre ben 12 milioni di tonnellate di GNL all’anno. Sebbene la decisione finale per avviare i lavori di costruzione non sia ancora arrivata, le premesse industriali sono notevoli. Il vero tema di riflessione, però, è la rotta scelta dall’Europa per garantirsi queste forniture.

I governi del Vecchio Continente cercano alternative sicure al gas russo e alle instabili rotte mediorientali. C’è anche la chiara volontà di non dipendere in modo eccessivo dall’energia americana, per mettersi al riparo da future ed eventuali tensioni commerciali con Washington. Un principio di diversificazione del tutto sensato, se non fosse per la conformazione del nostro pianeta.

Ecco il nodo centrale: la Columbia Britannica si affaccia sull’Oceano Pacifico. Per arrivare nei porti di rigassificazione del nord Europa, il gas canadese ha davanti a sé un tragitto decisamente tortuoso.

  • L’ostacolo di Panama: Le navi cisterna dovranno inevitabilmente attraversare il Canale di Panama, un passaggio cruciale ma noto per essere un collo di bottiglia commerciale, sempre più spesso limitato da lunghi periodi di siccità che riducono i transiti.
  • I costi logistici: Una rotta così lunga e vincolata fa lievitare i costi di nolo navale e le assicurazioni, riducendo i vantaggi economici della fornitura.
  • Le tempistiche: I tempi di navigazione saranno molto più lunghi rispetto a qualsiasi carico proveniente dalle coste atlantiche.

L’ironia della situazione è lampante. Per liberarsi da un rischio geopolitico europeo e diversificare rispetto agli Stati Uniti, Berlino finisce per legare la propria sicurezza energetica ai limiti fisici del Canale di Panama. Una scelta che rischia di scaricare nuovi e imprevisti costi logistici sulle bollette dei cittadini e sui bilanci delle imprese. La sicurezza assoluta è un’illusione costosa, e sostituire una vulnerabilità con un’altra potrebbe non essere la mossa vincente per il rilancio industriale.

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