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La gabbia di Bruxelles e il ricatto energetico: la fine programmata dell’industria italiana (di Riccardo Renzi)

Dalla gabbia normativa di Bruxelles al ricatto energetico: perché l’industria italiana rischia la fine programmata

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Il mercato unico dell’energia della Commissione europea si è trasformato in un dispositivo di svuotamento industriale per l’Italia. L’unilateralismo regolatorio comunitario, unito al rigoroso divieto degli aiuti di Stato, ha trasformato uno shock geopolitico esterno nell’ennesima manovra di spossessamento della finanza pubblica e della capacità produttiva nazionale. Con il conflitto in Medio Oriente che ha fatto schizzare i prezzi del gas del settanta per cento e del petrolio del cinquanta per cento, la risposta di Bruxelles si rivela sconcertante per vuoto strategico e carica ideologica.

La lettera inviata dal commissario all’energia Dan Jørgensen ai ventisette Stati membri alla vigilia del Consiglio dei ministri di settore codifica la resa industriale dell’Unione. Il commissario teorizza apertamente un’austerity energetica che ricalca le ricette recessive degli anni Settanta. Riduzione dei limiti di velocità, razionamento dei carburanti, incentivo al telelavoro e ricorso forzato a biocarburanti non ancora disponibili su scala sistemica descrivono una strategia fondata sulla contrazione della domanda e sulla punizione del tessuto sociale e manifatturiero.

Mentre l’Esecutivo europeo suggerisce ai cittadini di usare la bicicletta e la guida moderata per contenere quattordici miliardi di euro di extracosti, la realtà macroeconomica dell’Europa meridionale si sgretola sotto l’asimmetria del quadro normativo. Il dogma del libero mercato e della concorrenza non discriminatoria nell’energia nasconde una profonda disuguaglianza di partenza. La raccomandazione di evitare interventi che alterino la libera circolazione dei prodotti petroliferi finisce per congelare la possibilità per uno Stato membro di tutelare direttamente le proprie imprese ad alta intensità energetica. In questo modo si favoriscono i Paesi dotati di maggiore spazio di manovra fiscale o di un’architettura di approvvigionamento meno vulnerabile. La dichiarazione finale dei ministri europei, la quale assicura che la fornitura è sicura per poi invocare genericamente aiuti di Stato coordinati e transizioni verdi, palesa l’assenza di una visione industriale comune. Si autorizza la frammentazione del mercato proprio dove servirebbe una risposta sovrana a tutela dei settori strategici.

Per l’Italia, il nuovo shock energetico si innesta su una fragilità strutturale sedimentata da oltre vent’anni di assenza di politica industriale e di subordinazione ai vincoli di bilancio europei. La Repubblica vanta una dimensione economica di rilievo, con un prodotto interno lordo stabilmente sopra i duemila miliardi di euro e un saldo con l’estero ampiamente positivo che dimostra una competitività di fondo dei suoi beni. Tuttavia, il tasso di crescita reale viaggia a ritmi dimezzati rispetto alla media dei Paesi avanzati. Questo differenziale negativo non si spiega con la debolezza della domanda aggregata, ma con il blocco strutturale dell’offerta e della produttività del lavoro. Il sistema produttivo italiano, dominato per il novantasei per cento da microimprese sotto i dieci addetti, paga dazio al mito della piccola dimensione. La polverizzazione aziendale ha impedito l’assorbimento delle tecnologie digitali, ha frenato gli investimenti in ricerca e sviluppo e ha azzerato i margini di resistenza a fronte dell’aumento dei costi dei fattori produttivi.

L’architettura normativa comunitaria ha agito da detonatore di questo ritardo. Quando la Germania ha risposto alle crisi recenti iniettando centinaia di miliardi di sussidi diretti al proprio apparato industriale, la rigida disciplina europea sugli aiuti di Stato ha imbrigliato le capacità di compensazione della finanza pubblica italiana, appesantita da un debito elevato ma soprattutto limitata dai parametri di finanza pubblica. Negli ultimi quindici anni, la manifattura italiana ha perso quasi un quarto della propria capacità produttiva, mentre i finanziamenti bancari alle imprese sono crollati da oltre novecento a poco più di seicento miliardi di euro. L’assenza di un canale di credito protetto e l’incapacità dello Stato di farsi acquirente di ultima istanza o garante del capitale di rischio hanno spinto il tessuto produttivo in una permanente trappola di sottodimensionamento.

L’esito inevitabile di questo strangolamento finanziario e normativo è la progressiva deindustrializzazione a vantaggio dei capitali esteri. Dal 2008 al 2024 si sono registrate quasi quattromila acquisizioni di aziende italiane da parte di conglomerati e fondi stranieri, per un controvalore di centinaia di miliardi di euro. I marchi storici del lusso, della meccanica di precisione, della grande distribuzione e persino le infrastrutture manifatturiere di base sono stati ceduti a prezzi di saldo. Sebbene una quota di capitale estero possa favorire l’apertura ai mercati internazionali, la sostituzione della proprietà nazionale trasferisce i centri decisionali e i brevetti al di fuori dei confini dello Stato. Quando la governance dell’impresa migra all’estero, la ricerca tecnologica si sposta, le catene di fornitura locali vengono progressivamente abbandonate e il Paese viene degradato a mero mercato di consumo o stabilimento contoterzista a basso valore aggiunto.

La crisi innescata dal conflitto in Medio Oriente mostra l’ipocrisia del Green Deal e della transizione energetica calata dall’alto senza coperture industriali. Imporre la decarbonizzazione forzata penalizzando i combustibili fossili senza aver strutturato una rete alternativa economica ed efficiente equivale a un suicidio economico programmato. L’invito a incrementare i biocarburanti per sostituire il petrolio si scontra con limiti di capacità produttiva e costi industriali sproporzionati che ricadono interamente sui bilanci delle aziende trasformatrici. Mentre gli Stati Uniti proteggono la propria manifattura con politiche apertamente sovraniste come l’InflationReduction Act e una strategia energetica orientata all’indipendenza nazionale, l’Europa sceglie di gestire la penuria redistribuendo i costi sui propri cittadini attraverso la retorica del sacrificio individuale.

L’Italia si trova dunque di fronte a un bivio esistenziale per la sua tenuta economica. Le leve del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e la forza residua di alcuni distretti industriali di eccellenza offrono un’ultima finestra di intervento per invertire la rotta. Tuttavia, nessun investimento in tecnologia o infrastrutture potrà produrre gli effetti desiderati se la politica economica nazionale continuerà a subire la disciplina comunitaria dei mercati energetici. Senza la riconquista di una sovranità energetica ed economica che consenta di pianificare i costi di produzione, sostenere le filiere ad alta intensità strategica e sbarrare la strada all’acquisizione predatoria degli asset nazionali, l’Italia sarà destinata a completare la sua trasformazione da potenza manifatturiera a periferia impoverita del mercato unico.

Riccardo Renzi

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