EconomiaFinanza
La corsa all’oro delle banche centrali: il Dollaro perde malto e i forzieri si riempiono

L’incertezza è la vera moneta del nostro tempo e, quando sui mercati regna il caos, i guardiani della finanza globale tornano sempre al porto sicuro per eccellenza: il caro, vecchio oro fisico. Il World Gold Council (WGC) ha da poco rilasciato il suo sondaggio annuale, il Central Bank Gold Reserves Survey 2026, e i risultati tracciano un quadro inequivocabile. Se qualcuno riteneva che la febbre dell’oro fosse un retaggio del passato o una reliquia di Bretton Woods, dovrà ricredersi.
L’Accelerazione degli Acquisti: Numeri da Capogiro
Negli ultimi quattro anni, le banche centrali hanno accumulato una media di 1.000 tonnellate d’oro all’anno. Per dare un termine di paragone, nel decennio precedente la media si attestava a “sole” 500 tonnellate. Parliamo di un raddoppio netto, che si inserisce in un panorama macroeconomico e geopolitico sempre più frammentato, in cui i conflitti (non ultimo quello in Medio Oriente, deflagrato in buona parte proprio mentre il WGC raccoglieva le risposte tra febbraio e maggio 2026) spingono i gestori delle riserve a cercare asset non “congelabili” o soggetti a rischio di controparte.
Il sondaggio ci consegna percentuali estremamente nette sull’incremento del peso del metallo giallo:
- 89%: è la quota quasi plebiscitaria di intervistati che ritiene che le riserve auree globali delle banche centrali continueranno ad aumentare nei prossimi 12 mesi.

Intenzioni d’acquisto oro
- 45%: un livello record. Si tratta della percentuale di istituti che prevede di incrementare le proprie riserve auree nel prossimo anno (in salita dal 43% del 2025).

Bnche che intendono acquistare oro
- 84%: la percentuale di chi crede che, da qui a cinque anni, l’oro rappresenterà una quota sensibilmente maggiore delle riserve totali rispetto a oggi (un salto in avanti rispetto al 76% della passata edizione).
- 1%: la minuscola frazione di chi pensa di ridurre le proprie riserve (un caro saluto alla Turchia, che ciclicamente si trova costretta a vendere metallo per stabilizzare le proprie complesse dinamiche interne).
Perché l’oro? La fuga dal dollaro
Dietro a questi numeri c’è una motivazione strutturale che colpisce al cuore l’egemonia monetaria di Washington. Il 74% degli intervistati prevede infatti che, nel prossimo quinquennio, la quota del dollaro statunitense nelle riserve globali sarà moderatamente o significativamente inferiore.

Percentuale dei membri di banche centrali che ritiene che l’oro verrà comprato vendendo titoli in dollari
Le ragioni per accumulare oro sono pragmatiche:
- Performance durante le crisi: storicamente, il metallo giallo funge da scudo contro l’alta volatilità.
- Copertura contro l’inflazione: una necessità vitale che accomuna le economie emergenti e i paesi avanzati.
- Hedge geopolitico: in un mondo in cui il blocco delle riserve e le sanzioni finanziarie sono armi di politica estera, l’oro fisico garantisce un’ancora di ricchezza indipendente dalle decisioni dei governi occidentali.
Dal punto di vista macroeconomico, questa progressiva de-dollarizzazione suggerisce che gli Stati stiano intervenendo proattivamente per irrobustire la propria base monetaria. L’oro non stacca cedole, è vero, ma garantisce un’ancora di salvezza per le valute fiat nei momenti in cui la spesa pubblica a deficit (strumento necessario per stimolare l’economia nei cicli negativi) minaccia di erodere la fiducia nel debito sovrano.
Stampare valuta e rimpatriare i lingotti
Un dettaglio fondamentale riguarda la logistica di questo accumulo. Ben il 50% dei banchieri centrali ha dichiarato di voler finanziare i nuovi acquisti di oro attraverso programmi sul mercato interno utilizzando la propria valuta locale. Tradotto: si espande il bilancio della banca centrale stampando moneta per acquistare ricchezza reale e tangibile. Un ulteriore 38% finanzierà invece gli acquisti smobilizzando altre attività di riserva.
Sul fronte logistico, i banchi tettonici si muovono verso l’indipendenza e la diversificazione:
| Luogo di Custodia | Preferenza 2026 | Evoluzione Recente |
| Banca d’Inghilterra | 57% | Resta la sede preferita in assoluto, pur perdendo terreno. |
| Caveau Nazionali | 49% | Il 9% degli istituti ha riportato oro in patria negli ultimi 12 mesi. |
| Banca dei Regolamenti Internaz. (BRI) | 16% | Leggero aumento, vista come sede neutra e tecnica. |
| Banca Nazionale Svizzera | 6% | In forte calo (dal 12% del 2025). |
Il messaggio sotterraneo è chiaro: la fiducia internazionale regge, ma disporre del proprio oro entro i confini nazionali, potendolo toccare con mano, è considerato politicamente ed economicamente più saggio.
Le ricadute: un nuovo paradigma
Quali sono le conseguenze dirette di questa corsa ai forzieri? Innanzitutto, assistiamo a una pressione al rialzo strutturale e duratura sulle quotazioni del metallo. L’oro non è più in balia unicamente della speculazione degli ETF, ma gode di una domanda istituzionale inelastica, solida e ampiamente insensibile al prezzo immediato.
In secondo luogo, sostituire il biglietto verde con l’oro riduce indirettamente la domanda di debito pubblico americano. In una fase storica in cui gli Stati Uniti necessitano di collocare immense quantità di Treasury per finanziare i propri piani di spesa, un disimpegno estero potrebbe tradursi in rendimenti strutturalmente più alti, aumentando il costo del denaro globale e rendendo le manovre espansive più onerose. Le banche centrali, silenziose, stanno attrezzando la loro scialuppa di salvataggio. La vera domanda è se i mercati privati se ne siano già resi conto.









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