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La Cina torna al carbone: lo shock in Iran frena il sogno verde

Di fronte al blocco del gas e al calo improvviso dell’energia eolica, Pechino riaccende le centrali a carbone per salvare la sua economia. Ecco tutti i dettagli della nuova crisi.

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La transizione ecologica si scontra spesso con la dura realtà dei fatti. Di fronte all’emergenza drammatica della guerra in Iran, che ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, la Cina ha preso una decisione pratica: la sicurezza del Paese e della sua economia vengono prima di tutto. Senza abbastanza gas, si torna al vecchio e solido carbone, il tutto mentre invece il Vecchio Continente cincischia politiche energetiche confuse.

I dati di aprile offrono un quadro chiaro. Mentre nei convegni si parla di un futuro dominato da sole e vento, la produzione di energia da combustibili fossili in Cina è cresciuta per il quarto mese consecutivo. L’aumento è stato del 3,1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Ecco i dettagli tecnici della situazione attuale:

  • Carbone come ancora di salvezza: Per soddisfare la crescente domanda, le centrali cinesi stanno bruciando più fossili, sia di produzione interna , sia di importazione.
  • Rinnovabili in affanno: Il vento ha soffiato poco, portando a un calo del 5% nella produzione eolica ad aprile, nonostante i nuovi impianti. Anche il nucleare ha prodotto di meno a causa delle chiusure per manutenzione che solitamente sono effettuate in primavera. Le rinnovabili mostrano il loro punto debole: l’incostanza, che obbliga comunque a mantenere una fonte stabile, il “Baseload“.
  • Crisi del Gas (GNL): Il drammatico blocco dello Stretto di Hormuz ha fermato circa un quinto delle forniture globali di gas. Di conseguenza, i prezzi sono esplosi e Pechino ha ridotto drasticamente le importazioni.
  • Costi in ascesa: I prezzi interni del carbone sono aumentati del 23% dall’inizio dell’anno. La produzione nelle miniere, tuttavia, è scesa dell’1% per via di normali lavori stagionali, e questo dimostra come perfino la Cina non possa adattare il proprio settore minerario alle necessità del mercato.

È sottilmente ironico vedere come il Paese che costruisce il maggior numero di turbine al mondo si ritrovi, nel momento critico, a dipendere dalla fonte più inquinante. La natura, del resto, non prende ordini: se non c’è vento, le pale restano ferme. Come hanno imparato bene i tedeschi il “Dunkelflaute” ti colpisce proprio quando avresti bisogno di più energia. . E se la rete elettrica non riesce a immagazzinare l’energia verde prodotta nei momenti di picco, questa viene persa.

Lo Stato ha ordinato alle centrali di accumulare grandi scorte di combustibile per prepararsi al caldo estivo. Tuttavia, i costi alti iniziano a pesare sulle aziende. Se i prezzi saliranno ancora, è molto probabile che lo Stato intervenga per fissare un tetto massimo, proteggendo così la produzione e i posti di lavoro dallo shock esterno. In sintesi: quando i mercati globali tremano, lo Stato interviene e l’economia reale ha bisogno di energia reale, a prescindere dal colore.

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