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La Cina sta costruendo la nave da rifornimento più grande del mondo: ecco come Pechino punta al dominio globale degli oceani

Pechino spaventa il Pentagono con un gigante del mare da 270 metri progettato per liberare le portaerei dal vincolo dei porti e scuotere la logistica mondiale.

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I cantieri navali cinesi stanno completando una nave militare gigantesca che cambierà gli equilibri geopolitici globali. Nel sud-est della Cina, sull’isola di Longxue vicino a Guangzhou, i satelliti hanno fotografato lo scafo di quella che si preannuncia come la più grande nave da rifornimento della storia navale. Non si tratta di un semplice trasporto merci. Questa unità rappresenta il tassello mancante per permettere alla marina di Pechino di proiettare la propria forza distruttiva in qualsiasi angolo del pianeta, minacciando direttamente il primato degli Stati Uniti.

I numeri del gigante navale cinese

I dati emersi dalle immagini satellitari della Planet Labs mostrano una struttura dalle dimensioni mai viste prima per questa categoria di unità militari. I lavori sono gestiti dalla COMEC, una controllata del colosso statale della cantieristica cinese (CSSC).

Le misurazioni attuali indicano caratteristiche eccezionali:

  • Lunghezza: circa 270 metri.
  • Larghezza: 37 metri nel punto massimo.
  • Design: fiancate piatte e sezioni centrali ottimizzate per il massimo volume di carico.
  • Configurazione: doppio ponte di comando (a prua e a poppa), hangar doppio e una grandissima pista di volo per elicotteri.

Per capire la portata del progetto, basta un confronto con la classe Type 901, l’attuale ammiraglia logistica cinese. La Type 901 è lunga 240 metri, larga 31 e sposta già 45.000 tonnellate a pieno carico. Il nuovo modello è una versione fortemente ingrandita, superando nettamente anche le più recenti navi cisterna della US Navy americana (classe John Lewis, lunghe 227 metri).

Perché Pechino costruisce questa super-nave?

Una marina militare che vuole operare in alto mare, lontano dalle proprie coste (la cosiddetta Blue Water Navy), ha un disperato bisogno di logistica. La Cina sta costruendo rapidamente una flotta di portaerei moderne, come la Liaoning, la Shandong e la nuova Fujian.

Tuttavia, queste portaerei utilizzano ancora una propulsione convenzionale e non nucleare. Questo significa che consumano enormi quantità di carburante, sia per navigare sia per far decollare i caccia legati ai loro stormi aerei.

Senza gigantesche cisterne galleggianti al seguito, i gruppi d’assalto cinesi rimarrebbero bloccati a poche miglia dai porti amici. I pilastri verticali avvistati al centro della nuova nave servono proprio a questo: permettono il rifornimento simultaneo di carburante, munizioni e viveri a due navi da guerra in movimento, anche in mezzo a un oceano tempestoso.

Il grande salto: una flotta globale in grado di colpire a distanza

La nascita di questo gigante dimostra che la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) non vuole più limitarsi a controllare il Mar Cinese Meridionale. Pechino punta a una capacità d’azione globale e a lungo termine.

Con navi logistiche di questa portata, i gruppi navali cinesi acquisiscono un’autonomia quasi illimitata. Possono proteggere le rotte commerciali strategiche in Africa, pattugliare l’Oceano Indiano e spingersi nel Pacifico centrale. La Cina si trasforma così in una vera superpotenza militare oceanica, capace di intervenire militarmente a grandissima distanza da casa. Pechino inoltre possiede una capacità cantieristica che gli USA non ancora posseggono, nonostante i tentativi di rivitalizzazione di Trump:

Documento declassificato dove il comando US Navy compara la capacità di costruzione dei cantieri cinesi e quella USA

Il Pentagono osserva la situazione con forte preoccupazione. Le recenti crisi in Medio Oriente hanno dimostrato quanto sia difficile difendere i porti di rifornimento dagli attacchi missilistici dei droni. Chi possiede le navi logistiche più grandi e autonome ha un vantaggio enorme in caso di conflitto prolungato. La Cina ha capito la lezione e ha accelerato la produzione, evidenziando un divario preoccupante nella capacità industriale rispetto ai cantieri americani.

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