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La CDU crolla sotto la soglia minima, ma Merz si barrica a Berlino grazie alla paura altrui

Terremoto in Germania: la CDU rischia l’esclusione storica nel Meclemburgo e crolla a Berlino, ma Merz si barrica alla cancelleria sfruttando la paura dei suoi rivali interni.

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Il castello di carte della politica tedesca sta traballando con una violenza che rischia di paralizzare l’intera economia continentale. I risultati delle elezioni regionali a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore rappresentano, per i cristiano-democratici, una disfatta epocale che tocca il punto più basso della storia repubblicana. Eppure, davanti alle macerie fumanti, il cancelliere Friedrich Merz sceglie la mossa più cinica: blindarsi nel bunker della cancelleria, sfruttando la paura e la mediocrità della sua stessa classe dirigente.

La situazione ha contorni surreali. La CDU rischia letteralmente la sparizione fisica in un parlamento regionale, per la prima volta nella sua storia, ma il suo leader parla di fermezza e spina dorsale. Non c’è una visione, non c’è una ricetta economica, c’è solo l’istinto di sopravvivenza.

Una catastrofe elettorale senza precedenti

I dati elettorali usciti dalle urne certificano un rigetto popolare radicale verso il governo federale e verso una linea politica priva di slancio.

Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore la CDU crolla a un umiliante 4,9%. Se le proiezioni definitive confermeranno il dato sotto la soglia di sbarramento del 5%, il partito storico di Konrad Adenauer e Helmut Kohl verrà espulso dal parlamento regionale. Il peggior risultato di sempre della CDU risaliva a Brema nel 1951, con circa il 9%: oggi siamo oltre la linea di galleggiamento vitale. Nel frattempo, l’AfD vola al 38,3%, doppiando il consenso precedente e lasciando la SPD al 35,4%.

A Berlino lo scenario non è meno drammatico per l’Unione. Il partito perde quasi dieci punti, scivolando al 18,9% e lasciando la prima posizione a Die Linke, che balza al 25,6%. Con una SPD inchiodata al 12,1% e l’AfD al 16,1%, la capitale lancia un segnale inequivocabile di sfiducia verso la grande coalizione.

LandPartitoRisultato proiettatoRisultato precedenteVariazione
Meclemburgo-PomeraniaAfD38,3%16,7%+21,6%
SPD35,4%39,6%-4,2%
CDU4,9%13,3%-8,4% (A rischio esclusione)
BerlinoDie Linke25,6%12,2%+13,4%
CDU18,9%28,2%-9,3%
AfD16,1%9,1%+7,0%
SPD12,1%18,4%-6,3%

I numeri mostrano una polarizzazione estrema: le periferie fuggono verso la destra radicale, la capitale premia la sinistra dura, e il centro scompare.

Telefoni spenti nel bunker della presidenza

Consapevole del disastro imminente, Merz ha orchestrato una messa in scena per scongiurare colpi di mano interni.

Domenica alle 17 ha convocato d’urgenza la presidenza del partito a porte chiuse. Per evitare fughe di notizie o congiure di corridoio, i telefoni dei maggiorenti sono stati fatti spegnere. Un’ora dopo, il cancelliere si è presentato davanti alle telecamere per spiegare che intende andare avanti, rifiutando dimissioni, voti di fiducia o elezioni anticipate.

Il discorso è stato un capolavoro di vuoto pneumatico. Nessuna proposta concreta sui costi energetici, zero risposte alla crisi del settore manifatturiero, nessun piano per rilanciare la domanda interna. Merz ha parlato astrattamente di rimettere in forma la Repubblica, pretendendo che l’alleato socialista si allinei senza fiatare alle sue riforme.

Il regno della paura: perché Merz resta in sella

In qualsiasi democrazia matura, un leader che porta il proprio partito sotto il 5% rassegnerebbe le dimissioni la sera stessa. Perché Merz non cade?

La maggior forza di Merz è nella debolezza morale del partito e  del suo entourage, una situazione politica che ben conosciamo in Italia, dove ne abbiamo visti di partiti che rimangono arroccati attorno a leader perdenti solo perché non ci sono sostituti validi. I fattori che rafforzano Merz sono:

  • Mancanza di coraggio: nessuno tra i maggiorenti dell’Unione vuole prendersi la responsabilità di gestire una fase così velenosa. Salire ora alla guida del partito significherebbe bruciarsi prima del tempo.
  • Il patto dei presidenti regionali: i presidenti dei Land a guida CDU hanno firmato nei giorni scorsi una dichiarazione di sostegno formale, ma lo hanno fatto a denti stretti, solo per timore di perdere i propri equilibri locali.
  • Il controllo del gruppo parlamentare: Merz ha piazzato a fine luglio il fedelissimo Thorsten Frei alla guida dei deputati al Bundestag. Se al suo posto ci fosse ancora un profilo ambizioso come Jens Spahn, il cancelliere sarebbe già stato sfiduciato.
  • La paralisi dei parlamentari: i singoli deputati temono lo scontro aperto con i capi regionali del partito, preferendo un lento declino alla resa dei conti immediata.

La baracca regge esclusivamente sull’assenza di competitor disposti al sacrificio e su una vasta congiura del silenzio.

Fino a quando si può galleggiare?

La coalizione nero-rossa è già logorata. Voci autorevoli della SPD, come Manuela Schwesig, che guida il partito in Meclemburgo, hanno chiarito che la stretta sulle pensioni e i tagli sociali voluti dalla CDU non passeranno. Il risultato immediato è la paralisi legislativa: le risorse restano bloccate dai rigidi vincoli di bilancio, mentre le aziende tedesche perdono commesse a vantaggio di Stati Uniti e Asia.

Ma per quanto tempo potrà davvero reggere questo logoramento? Si possono delineare tre ipotesi sulla tenuta del cancelliere:

  • Il galleggiamento a breve termine (autunno-inverno 2026): Il primo ostacolo è l’approvazione della manovra di bilancio. Merz può superare i prossimi mesi solo accettando continui compromessi al ribasso con i socialisti. Sopravviverà politicamente, ma al prezzo di svuotare la propria azione di governo e rinunciare a qualsiasi riforma incisiva.
  • Lo spartiacque della primavera 2027: Il vero termine di scadenza coincide con le elezioni regionali nella Renania Settentrionale-Vestfalia dell’aprile 2027. Se la CDU dovesse franare anche nel cuore industriale e più popoloso della Germania, la tregua armata tra i governatori locali salterebbe all’istante e la corsa a sostituire Merz diventerebbe aperta.
  • L’implosione anticipata per via economica: Esiste poi l’ipotesi di un crollo improvviso. Se la crisi dell’auto e la deindustrializzazione dovessero accelerare con nuove chiusure aziendali, la paura dei singoli parlamentari di perdere il seggio supererebbe la disciplina di partito. A quel punto, neanche la fedeltà del capogruppo Thorsten Frei basterebbe a evitare un cambio alla guida del governo.

Nel frattempo, quando Berlino si ferma a litigare sulla propria sopravvivenza,tutta l’Europa resta un po’a guardare. Alla fine la Germania sembra un pezzo passivo nell’Europa attuale e nel Mondo, dove più probabilmente sarà Parigi a decidere la politica continentale interna, e il confronto USA-Russia quella euro-asiatica.

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