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La bomba da 2.000 miliardi del credito privato inizia a ticchettare: prestiti deteriorati ai massimi dal 2017

I prestiti deteriorati nel settore del credito privato toccano i massimi dal 2017: tra insolvenze record, svalutazioni miliardarie e tassi elevati, il mercato da 2.000 miliardi rischia di contagiare banche e fondi pensione.

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Il castello di carte del credito privato globale sta mostrando le prime, profonde crepe. Nelle pance dei grandi fondi d’investimento, la quantità di prestiti in sofferenza e aziende vicine all’insolvenza ha raggiunto livelli allarmanti che non si registravano dal 2017. L’inchiesta del Financial Times squarcia il velo su un mercato opaco da oltre 2.000 miliardi di dollari, dove le difficoltà finanziarie rischiano di travolgere le imprese dell’economia reale e i risparmi di fondi pensione e assicurazioni.

I numeri fotografano un deterioramento rapido. L’analisi condotta sui dati della piattaforma Solve evidenzia come la quota mediana di prestiti in stato di “non-accrual” (crediti per i quali i debitori hanno smesso di pagare le rate o per cui il default è ritenuto imminente) sia schizzata al 2,8% nel secondo trimestre, contro il 2% registrato a fine marzo tra le prime 20 società di investimento quotate (BDC).

In alcuni casi la situazione è ancora più grave: per il veicolo quotato di FS KKR Capital Group, i crediti problematici hanno toccato un pesante 7,1%. L’agenzia Fitch Ratings ha confermato il trend, segnalando che a luglio le insolvenze nel comparto del debito privato hanno segnato un nuovo record storico.

Indicatore / FondoValore RilevatoContesto / Riferimento
Prestiti problematici mediani (BDC)2,8%In salita rispetto al 2,0% del primo trimestre
FS KKR Capital Corp (tasso crediti a rischio)7,1%Molto al di sopra della media del settore
Perdite azionarie BDC (KKR, BlackRock, Apollo)-14% / -15%Flessione media su base annua
Insolvenze Private Credit (Fitch)Record storicoPicco toccato a luglio

La resa dei conti tra i banchieri

Le reazioni all’interno dell’industria spaziano dalla brusca presa di coscienza al più classico tentativo di minimizzare.

David Golub, co-amministratore delegato di Golub Capital, ha ammesso senza mezzi termini la svolta negativa del mercato: «Siamo dentro un ciclo del credito. Altri lo hanno negato per un po’, ma credo che ormai sia rimasto ben poco spazio per i negazionisti». Dello stesso avviso è Armen Panossian, co-amministratore delegato della divisione credito di Oaktree: «Stiamo preservando il nostro capitale, mantenendo una postura difensiva e avversa al rischio. Sotto la superficie c’è motivo di forte preoccupazione».

Crescita delle soffeenze nei crediti privati – da FT

Dall’altro lato della barricata, i vertici di altri colossi provano a gettare acqua sul fuoco, accusando la stampa finanziaria di allarmismo. Craig Packer, co-presidente di Blue Owl, una delle società più invischiate nella crisi del credito privato, ha dichiarato agli investitori che «i parametri di credito sono sani e i problemi che stiamo gestendo restano isolati».

Sulla stessa linea difensiva si colloca Jim Miller, a capo della divisione prestiti diretti negli Stati Uniti per Ares, secondo cui i debitori sarebbero in forma «solida» e la sostenibilità del debito rispetterebbe le medie storiche.

Eppure, l’effetto economico sul tessuto produttivo è palpabile. Bryan High, responsabile del team globale di finanza privata di Barings, ha spiegato la trappola in cui sono cadute le imprese: «I tassi alti hanno affamato le aziende, impedendo loro di investire. Oggi usano tutta la liquidità che producono esclusivamente per pagare gli interessi ai finanziatori, azzerando la crescita».

Perdite pesanti e casi aziendali

Il nodo centrale risale all’ubriacatura di denaro facile del biennio 2020-2021, quando i tassi a zero spinsero i fondi a finanziare acquisizioni a valutazioni insostenibili. Con il rialzo del costo del denaro, quel debito si è trasformato in un macigno.

I primi nodi sono già al pettine:

  • Medallia: il colosso del private equity Thoma Bravo ha gettato la spugna su un investimento azionario da 5 miliardi di dollari, cedendo l’azienda ai creditori. Fondi come Blackstone hanno svalutato il proprio prestito a meno di 50 centesimi per dollaro.
  • Cornerstone OnDemand: il fondo gestito da Ares ha dovuto procedere a pesanti svalutazioni sul credito concesso.
  • Affordable Care: la catena di servizi dentistici è finita direttamente sotto il controllo dei creditori (tra cui KKR e Blackstone) dopo aver mancato i pagamenti. Vedremo se KKR e Blackstone si metteranno a curare i denti…

L’analista Mitchel Penn di Oppenheimer ha sintetizzato la situazione spiegando che i titoli delle BDC sono ormai “prezzati per la morte”, aggiungendo un giudizio severo sull’operato dei gestori: «La selezione del credito non è stata accurata come avrebbe dovuto. Non sono stati abbastanza schizzinosi».

La rabbia del mercato e lo spettro del 2007

Tra gli addetti ai lavori e i commentatori finanziari lo scetticismo è altissimo. Molti vedono nelle rassicurazioni dei manager una replica quasi comica delle dichiarazioni rassicuranti sui mutui subprime nel 2007. I commenti al’articolo sono spietati, cinici, durissimi, e mostrano una profonda sfiducia nel settore.

Quattro sono i punti critici denunciati:

  • Incentivi tossici: i gestori guadagnano sulle commissioni generate erogando prestiti nell’immediato, senza subire reali sanzioni per la scarsa qualità degli accordi nel lungo termine.
  • L’inganno dei prestiti “PIK”: molti contratti consentono il pagamento degli interessi accumulandoli sul capitale (Payment-In-Kind). Sul mercato vengono ormai ribattezzati prestiti “RIP”, perché mantengono in vita aziende già clinicamente morte. Se non pagano  gli interessi, come potrranno rimborsare il capitale cumulato.
  • Rischio sistemico: se salta un settore da 2.000 miliardi, il contagio rischia di propagarsi alle banche tradizionali che finanziano i fondi e ai fondi pensione che vi hanno allocato i risparmi dei lavoratori.
  • Riflessi macroeconomici: quando il flusso di cassa aziendale viene assorbito interamente dal servizio del debito anziché da investimenti produttivi e salari, la domanda aggregata ne risente, frenando l’intera economia reale.

Insomma il settore del debito privato è visto avviarsi a una crisi che rischia di tagliare i capitali di molti investitori.

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