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Economia

La battaglia per l’industria italiana: dai tavoli di crisi alla strategia di rilancio del governo Meloni

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Difendere una fabbrica oggi significa molto più che scongiurarne la chiusura. Significa conservare competenze, produzioni, fornitori e intere filiere che, una volta perdute, difficilmente possono essere ricostruite. È questo il significato della partita che il governo Meloni sta giocando sul futuro dell’industria italiana. Una strategia che passa dalla gestione delle grandi crisi aziendali, ma punta anche a rafforzare la competitività delle imprese, sostenere gli investimenti e contrastare quelle condizioni di svantaggio che da anni penalizzano la manifattura europea.

Le vertenze Electrolux e Speedline rappresentano due esempi concreti di questo impegno. Storie industriali differenti, accomunate dalla necessità di evitare che processi di ristrutturazione e difficoltà di mercato si traducano nella perdita definitiva di attività produttive.

Per Electrolux il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato una trattativa a oltranza, anche durante la notte, pur di raggiungere un’intesa prima delle decisioni del vertice mondiale della multinazionale svedese. Il confronto è ripreso lunedì 2 novembre al Mimit, con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro martedì. «Siamo pronti a una trattativa a oltranza, anche di notte se necessario, purché si raggiunga un accordo», ha spiegato Urso al Gazzettino.

La posta in gioco è considerevole. Electrolux è passata dagli oltre 1.700 esuberi inizialmente prospettati a circa 1.190. Una riduzione importante, maturata durante il confronto con istituzioni e organizzazioni sindacali, che non ha tuttavia risolto tutte le questioni aperte.

Il governo ha ottenuto il ritiro dell’ipotesi di licenziamenti unilaterali e l’apertura di un confronto su uscite volontarie, ammortizzatori sociali e nuovi investimenti. Ma è evidente che l’accordo, se arriverà, dovrà andare oltre la gestione degli esuberi. Perché uno stabilimento può anche superare una ristrutturazione senza avere risolto il problema della propria competitività.

Il lavoro del Mimit ha già contribuito a ottenere una revisione del piano iniziale e il ritiro dell’ipotesi di licenziamenti unilaterali. L’azienda ha inoltre prospettato investimenti per almeno 90 milioni di euro, sui quali il confronto è ancora aperto. Per Urso l’obiettivo è mettere al riparo gli stabilimenti italiani, attraverso un’intesa che preveda strumenti di accompagnamento per i lavoratori ma anche investimenti capaci di garantire un futuro alle produzioni.

Non basta, infatti, gestire gli esuberi. Occorre assicurare che gli impianti italiani mantengano un ruolo nelle strategie industriali della multinazionale.

La stessa questione si presenta, con caratteristiche differenti, per Speedline. Giovedì 5 novembre è prevista al Mimit la firma del preliminare di vendita tra i commissari e Sigit. Urso ha indicato la possibilità di un intervento pubblico fino a 30 milioni di euro, mantenendo una partecipazione statale di minoranza. La cessione definitiva potrebbe arrivare entro novembre.

In questo caso la sfida riguarda soprattutto il rilancio di un’attività industriale legata all’automotive, un settore europeo che sta attraversando una trasformazione particolarmente difficile. E qui emerge un interrogativo che dovrebbe accompagnare ogni intervento pubblico: quali investimenti, quali produzioni e quali prospettive di mercato potranno garantire continuità allo stabilimento?

Per capire la portata della questione basta guardare gli ultimi dati Istat. Ad agosto la produzione industriale italiana è diminuita dell’1,3% rispetto a luglio e dell’1,1% nella media degli ultimi tre mesi rispetto al trimestre precedente. Nel confronto annuale il dato complessivo è rimasto invariato, ma con forti differenze tra comparti: beni di consumo in calo del 4,4%, beni intermedi del 4%, industria tessile e dell’abbigliamento giù del 14%, chimica dell’11,4%.

Non è il quadro di un sistema industriale in crisi uniforme. Alcuni comparti resistono e altri crescono. Ma è la fotografia di una manifattura sottoposta a pressioni crescenti, che deve fare i conti con costi energetici, concorrenza internazionale e investimenti tecnologici sempre più impegnativi.

Per un grande gruppo multinazionale, scegliere dove concentrare una nuova produzione significa confrontare condizioni industriali e costi di diversi Paesi. E il rischio, per l’Italia, non è soltanto perdere una commessa. È perdere progressivamente il ruolo di alcuni stabilimenti nelle strategie globali dei gruppi.

Per questo la partita non può essere giocata esclusivamente nei tavoli delle crisi aziendali. Serve una politica industriale capace di intervenire prima che un impianto venga considerato sacrificabile. È su questo terreno che il governo Meloni sta cercando di costruire una strategia più ampia. La difesa delle produzioni si affianca agli strumenti per favorire nuovi investimenti, dall’iperammortamento a Transizione 5.0, fino alle iniziative europee promosse dal Mimit per tutelare la manifattura continentale.

Sul settore degli elettrodomestici, in particolare, l’Italia ha promosso insieme ad altri Paesi europei una richiesta di misure comunitarie a sostegno della produzione. L’obiettivo è affrontare una concorrenza internazionale che non sempre si svolge in condizioni equivalenti, soprattutto quando le imprese europee devono rispettare standard ambientali e produttivi particolarmente onerosi.

Urso ha inoltre chiesto al ministero dell’Economia di estendere al 2029 le risorse destinate all’iperammortamento. È un passaggio importante perché gli investimenti industriali richiedono tempi lunghi. Un’impresa che decide di acquistare nuovi macchinari o rinnovare uno stabilimento ha bisogno di conoscere con anticipo le condizioni fiscali sulle quali potrà contare.

Naturalmente gli incentivi, da soli, non bastano. Occorrono infrastrutture efficienti, energia a prezzi competitivi, competenze tecniche e procedure amministrative che non allunghino inutilmente i tempi dei progetti. Ma senza una ragionevole continuità degli strumenti pubblici diventa difficile pretendere che le aziende programmino investimenti pluriennali.

C’è poi una questione più propriamente europea. Bruxelles parla sempre più spesso di competitività e autonomia strategica, ma le imprese continuano a confrontarsi con mercati frammentati, prezzi energetici differenti e regole che possono incidere pesantemente sui costi di produzione. Il dibattito sulle politiche industriali europee dovrebbe partire anche da qui: come impedire che la transizione tecnologica ed energetica finisca per accelerare lo spostamento delle produzioni fuori dall’Unione?

Electrolux rappresenta un esempio concreto di questo problema. Il gruppo deve riorganizzarsi per recuperare efficienza, ma l’Italia ha interesse a dimostrare che i propri stabilimenti possono restare competitivi. Per riuscirci servono accordi sul lavoro, certamente, ma soprattutto un piano industriale che indichi quali prodotti continueranno a essere realizzati e con quali investimenti.

La stessa logica vale per Speedline. Un nuovo acquirente e un eventuale intervento pubblico possono offrire una via d’uscita dall’amministrazione straordinaria. Il successo dell’operazione, però, dipenderà dalla capacità di assicurare commesse, produzione e occupazione nel tempo.

È questo il significato più interessante delle due vertenze che arrivano ora al passaggio decisivo. La gestione delle crisi resta indispensabile e il presidio del Mimit può contribuire a evitare decisioni irreversibili. Ma la difesa del Made in Italy non può esaurirsi nella capacità di risolvere le emergenze.

La vera ambizione dovrebbe essere fare in modo che le fabbriche italiane tornino a essere luoghi nei quali conviene investire, non soltanto stabilimenti dei quali occorre scongiurare la chiusura. Ed è su questo, prima ancora che sul numero degli accordi firmati, che si misureranno i risultati della politica industriale dei prossimi anni.

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