Seguici su

Analisi e studiEconomiaOpinioniScienza

Keynes oltre il mito: ciò che il racconto de La Repubblica omette di dire

Keynes secondo “Repubblica”: una visione riduttiva e monotòna del grande economista britannico e delle sue idee

Pubblicato

il

L’articolo pubblicato da la Repubblica dedicato a John Maynard Keynes ha il merito di riportare all’attenzione del grande pubblico uno degli economisti più influenti del XX secolo. Il problema è che il Keynes che emerge dalla ricostruzione proposta appare più funzionale al dibattito politico contemporaneo che fedele alla complessità del suo pensiero. La sua elaborazione teorica viene infatti utilizzata per sostenere una precisa opzione politica – il rafforzamento dell’integrazione europea quale alternativa all’egemonia del dollaro – mentre il vero contributo keynesiano riguardava la costruzione di un ordine monetario internazionale radicalmente diverso da quello che ancora oggi caratterizza l’economia mondiale.

Il primo equivoco riguarda Bretton Woods. Si afferma che Keynes propose il Bancor come semplice alternativa al dollaro e che l’intransigenza americana impedì la nascita di un sistema monetario più equilibrato. È una ricostruzione solo parzialmente corretta.

Il Bancor non rappresentava una valuta destinata a competere con il dollaro, né tantomeno un semplice paniere di valute. Era il fulcro dell’International Clearing Union, un’architettura istituzionale concepita per disciplinare gli squilibri dei pagamenti internazionali attraverso una moneta di conto sovranazionale utilizzata esclusivamente tra banche centrali. L’innovazione decisiva non risiedeva tanto nell’introduzione di una nuova unità monetaria, quanto nella costruzione di un meccanismo di compensazione multilaterale capace di distribuire simmetricamente gli oneri dell’aggiustamento.

Nel progetto keynesiano, infatti, anche i Paesi strutturalmente in surplus sarebbero stati chiamati a correggere i propri squilibri, attraverso penalizzazioni progressive sull’eccesso di crediti accumulati. Era una concezione profondamente diversa dall’assetto affermatosi dopo Bretton Woods, nel quale l’onere dell’aggiustamento è ricaduto prevalentemente sui Paesi debitori.

È questo il cuore dell’intuizione di Keynes. Non la sostituzione del dollaro con un’altra valuta dominante, bensì la costruzione di un ordine monetario realmente simmetrico.

È proprio su questo punto che l’analisi di Repubblica mostra il proprio limite principale. L’idea che l’euro possa costituire l’alternativa naturale al dollaro presuppone che una valuta internazionale sia il prodotto di una decisione politica. La storia economica dimostra invece che le grandi valute di riserva emergono come conseguenza di un insieme di condizioni istituzionali, finanziarie e geopolitiche difficilmente replicabili.

Gli Stati Uniti dispongono di un Tesoro federale, di un unico mercato dei titoli pubblici, di una piena integrazione tra autorità monetaria e sistema fiscale, di un mercato finanziario estremamente profondo e liquido e di uno Stato sovrano che garantisce l’intera architettura istituzionale.

L’area euro non possiede queste caratteristiche.

L’euro è la moneta di un’unione monetaria priva di una corrispondente unione politica e fiscale. Dietro il dollaro vi è un unico debitore sovrano; dietro l’euro convivono governi nazionali con differenti livelli di rischio, differenti politiche di bilancio e differenti priorità economiche.

L’ordine logico è decisivo: non è la moneta a creare l’unità politica; è l’unità politica a conferire credibilità internazionale alla moneta.

Pensare che l’emissione di debito comune sia di per sé sufficiente a trasformare l’euro nella principale valuta internazionale significa confondere gli effetti con le cause.

L’intera discussione trascura inoltre un nodo teorico fondamentale della moderna economia monetaria internazionale: il cosiddetto dilemma di Triffin. Una valuta nazionale utilizzata come principale riserva mondiale è inevitabilmente chiamata a soddisfare una domanda crescente di liquidità internazionale, inducendo il Paese emittente ad accumulare disavanzi esterni permanenti. Si tratta di una contraddizione strutturale, non di una scelta politica contingente. Proprio per superare tale incompatibilità Keynes immaginava una moneta internazionale non appartenente ad alcuno Stato. Sostituire semplicemente il dollaro con l’euro significherebbe riprodurre, sotto altra veste, la medesima architettura che il progetto del Bancor intendeva superare.

John Maynard Keynes

L’articolo celebra inoltre Bretton Woods come il trionfo del multilateralismo senza ricordare che quel sistema cessò di esistere il 15 agosto 1971, quando Richard Nixon sospese unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro.

Da quel momento il mondo è entrato nell’era delle valute puramente fiduciarie.

Gli Stati Uniti hanno continuato a beneficiare del cosiddetto “privilegio esorbitante”, potendo finanziare disavanzi crescenti attraverso l’emissione della valuta che il resto del mondo continua a detenere come principale attività di riserva.

Era precisamente questo squilibrio che Keynes aveva cercato di prevenire.

Anche l’affermazione secondo cui il predominio del dollaro deriverebbe essenzialmente dalla superiorità militare americana appare riduttiva. Il ruolo internazionale di una valuta dipende anzitutto dalla profondità del mercato dei capitali, dalla certezza del diritto, dalla liquidità degli strumenti finanziari, dalla credibilità delle istituzioni e dalla fiducia che gli operatori ripongono nel debitore sovrano.

Sono questi gli elementi che, ancora oggi, spiegano la centralità del dollaro ben più della semplice dimensione geopolitica.

Il richiamo alla Fine del laissez-faire meriterebbe ugualmente maggiore precisione.

Keynes non fu mai un teorico della pianificazione economica né dell’espansione permanente dell’intervento pubblico. Era un liberale convinto che riteneva il mercato incapace di autoregolarsi in presenza di rigidità, aspettative instabili e insufficienza della domanda aggregata. L’intervento dello Stato aveva, nella sua impostazione, una funzione prevalentemente anticiclica, finalizzata a stabilizzare il sistema economico piuttosto che a sostituirlo.

Anche la celebre espressione “eutanasia del rentier” viene frequentemente interpretata in chiave morale.

In realtà Keynes si riferiva alla progressiva riduzione del rendimento del capitale conseguente a una persistente diminuzione del tasso d’interesse reale. Non era una condanna etica della ricchezza privata né un manifesto redistributivo, ma una riflessione di natura strettamente macroeconomica.

Parimenti, la rappresentazione delle istituzioni nate da Bretton Woods appare eccessivamente lineare. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale hanno certamente svolto un ruolo importante nella ricostruzione e nello sviluppo di numerose economie, ma la loro storia comprende anche programmi di aggiustamento strutturale che, in molti casi, hanno accentuato recessioni, compresso la domanda interna e limitato significativamente i margini di autonomia delle politiche economiche nazionali.

Infine, attribuire la crisi dell’attuale ordine multilaterale esclusivamente alla presidenza Trump significa trascurare processi ben più profondi: l’ascesa della Cina, la crisi finanziaria globale del 2008, la crescente frammentazione delle catene del valore, il ritorno della politica industriale e la competizione tecnologica tra grandi potenze erano dinamiche già pienamente operative ben prima del 2017.

Trump ne ha accelerato alcune manifestazioni. Non ne è stato l’origine.

La lezione di Keynes conserva una straordinaria attualità proprio perché distingue gli strumenti monetari dagli assetti istituzionali che li rendono credibili. Il problema non era, e continua a non essere, quale valuta debba esercitare l’egemonia internazionale, bensì come costruire un sistema capace di correggere gli squilibri globali senza trasferire sistematicamente l’onere dell’aggiustamento sempre sugli stessi Paesi. Utilizzare oggi il suo pensiero per sostenere che la soluzione consista semplicemente in una maggiore integrazione dell’Unione europea significa attribuirgli una conclusione che né i suoi scritti né il progetto del Bancor consentono di dedurre. La storia del pensiero economico richiede rigore interpretativo prima ancora che utilizzo politico. Quando viene piegata alle esigenze della contingenza, non aiuta a comprendere il presente: finisce, piuttosto, per deformare il passato.

bblicato da la Repubblica dedicato a John Maynard Keynes ha il merito di riportare all’attenzione del grande pubblico uno degli economisti più influenti del XX secolo. Il problema è che il Keynes che emerge dalla ricostruzione proposta appare più funzionale al dibattito politico contemporaneo che fedele alla complessità del suo pensiero. La sua elaborazione teorica viene infatti utilizzata per sostenere una precisa opzione politica – il rafforzamento dell’integrazione europea quale alternativa all’egemonia del dollaro – mentre il vero contributo keynesiano riguardava la costruzione di un ordine monetario internazionale radicalmente diverso da quello che ancora oggi caratterizza l’economia mondiale.

Il primo equivoco riguarda Bretton Woods. Si afferma che Keynes propose il Bancor come semplice alternativa al dollaro e che l’intransigenza americana impedì la nascita di un sistema monetario più equilibrato. È una ricostruzione solo parzialmente corretta.

Il Bancor non rappresentava una valuta destinata a competere con il dollaro, né tantomeno un semplice paniere di valute. Era il fulcro dell’International Clearing Union, un’architettura istituzionale concepita per disciplinare gli squilibri dei pagamenti internazionali attraverso una moneta di conto sovranazionale utilizzata esclusivamente tra banche centrali. L’innovazione decisiva non risiedeva tanto nell’introduzione di una nuova unità monetaria, quanto nella costruzione di un meccanismo di compensazione multilaterale capace di distribuire simmetricamente gli oneri dell’aggiustamento.

Nel progetto keynesiano, infatti, anche i Paesi strutturalmente in surplus sarebbero stati chiamati a correggere i propri squilibri, attraverso penalizzazioni progressive sull’eccesso di crediti accumulati. Era una concezione profondamente diversa dall’assetto affermatosi dopo Bretton Woods, nel quale l’onere dell’aggiustamento è ricaduto prevalentemente sui Paesi debitori.

È questo il cuore dell’intuizione di Keynes. Non la sostituzione del dollaro con un’altra valuta dominante, bensì la costruzione di un ordine monetario realmente simmetrico.

È proprio su questo punto che l’analisi di Repubblica mostra il proprio limite principale. L’idea che l’euro possa costituire l’alternativa naturale al dollaro presuppone che una valuta internazionale sia il prodotto di una decisione politica. La storia economica dimostra invece che le grandi valute di riserva emergono come conseguenza di un insieme di condizioni istituzionali, finanziarie e geopolitiche difficilmente replicabili.

Gli Stati Uniti dispongono di un Tesoro federale, di un unico mercato dei titoli pubblici, di una piena integrazione tra autorità monetaria e sistema fiscale, di un mercato finanziario estremamente profondo e liquido e di uno Stato sovrano che garantisce l’intera architettura istituzionale.

L’area euro non possiede queste caratteristiche.

L’euro è la moneta di un’unione monetaria priva di una corrispondente unione politica e fiscale. Dietro il dollaro vi è un unico debitore sovrano; dietro l’euro convivono governi nazionali con differenti livelli di rischio, differenti politiche di bilancio e differenti priorità economiche.

L’ordine logico è decisivo: non è la moneta a creare l’unità politica; è l’unità politica a conferire credibilità internazionale alla moneta.

Pensare che l’emissione di debito comune sia di per sé sufficiente a trasformare l’euro nella principale valuta internazionale significa confondere gli effetti con le cause.

L’intera discussione trascura inoltre un nodo teorico fondamentale della moderna economia monetaria internazionale: il cosiddetto dilemma di Triffin. Una valuta nazionale utilizzata come principale riserva mondiale è inevitabilmente chiamata a soddisfare una domanda crescente di liquidità internazionale, inducendo il Paese emittente ad accumulare disavanzi esterni permanenti. Si tratta di una contraddizione strutturale, non di una scelta politica contingente. Proprio per superare tale incompatibilità Keynes immaginava una moneta internazionale non appartenente ad alcuno Stato. Sostituire semplicemente il dollaro con l’euro significherebbe riprodurre, sotto altra veste, la medesima architettura che il progetto del Bancor intendeva superare.

L’articolo celebra inoltre Bretton Woods come il trionfo del multilateralismo senza ricordare che quel sistema cessò di esistere il 15 agosto 1971, quando Richard Nixon sospese unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro.

Da quel momento il mondo è entrato nell’era delle valute puramente fiduciarie.

Gli Stati Uniti hanno continuato a beneficiare del cosiddetto “privilegio esorbitante”, potendo finanziare disavanzi crescenti attraverso l’emissione della valuta che il resto del mondo continua a detenere come principale attività di riserva.

Era precisamente questo squilibrio che Keynes aveva cercato di prevenire.

Anche l’affermazione secondo cui il predominio del dollaro deriverebbe essenzialmente dalla superiorità militare americana appare riduttiva. Il ruolo internazionale di una valuta dipende anzitutto dalla profondità del mercato dei capitali, dalla certezza del diritto, dalla liquidità degli strumenti finanziari, dalla credibilità delle istituzioni e dalla fiducia che gli operatori ripongono nel debitore sovrano.

Sono questi gli elementi che, ancora oggi, spiegano la centralità del dollaro ben più della semplice dimensione geopolitica.

Il richiamo alla Fine del laissez-faire meriterebbe ugualmente maggiore precisione.

Keynes non fu mai un teorico della pianificazione economica né dell’espansione permanente dell’intervento pubblico. Era un liberale convinto che riteneva il mercato incapace di autoregolarsi in presenza di rigidità, aspettative instabili e insufficienza della domanda aggregata. L’intervento dello Stato aveva, nella sua impostazione, una funzione prevalentemente anticiclica, finalizzata a stabilizzare il sistema economico piuttosto che a sostituirlo.

Anche la celebre espressione “eutanasia del rentier” viene frequentemente interpretata in chiave morale.

In realtà Keynes si riferiva alla progressiva riduzione del rendimento del capitale conseguente a una persistente diminuzione del tasso d’interesse reale. Non era una condanna etica della ricchezza privata né un manifesto redistributivo, ma una riflessione di natura strettamente macroeconomica.

Parimenti, la rappresentazione delle istituzioni nate da Bretton Woods appare eccessivamente lineare. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale hanno certamente svolto un ruolo importante nella ricostruzione e nello sviluppo di numerose economie, ma la loro storia comprende anche programmi di aggiustamento strutturale che, in molti casi, hanno accentuato recessioni, compresso la domanda interna e limitato significativamente i margini di autonomia delle politiche economiche nazionali.

Infine, attribuire la crisi dell’attuale ordine multilaterale esclusivamente alla presidenza Trump significa trascurare processi ben più profondi: l’ascesa della Cina, la crisi finanziaria globale del 2008, la crescente frammentazione delle catene del valore, il ritorno della politica industriale e la competizione tecnologica tra grandi potenze erano dinamiche già pienamente operative ben prima del 2017.

Trump ne ha accelerato alcune manifestazioni. Non ne è stato l’origine.

La lezione di Keynes conserva una straordinaria attualità proprio perché distingue gli strumenti monetari dagli assetti istituzionali che li rendono credibili. Il problema non era, e continua a non essere, quale valuta debba esercitare l’egemonia internazionale, bensì come costruire un sistema capace di correggere gli squilibri globali senza trasferire sistematicamente l’onere dell’aggiustamento sempre sugli stessi Paesi. Utilizzare oggi il suo pensiero per sostenere che la soluzione consista semplicemente in una maggiore integrazione dell’Unione europea significa attribuirgli una conclusione che né i suoi scritti né il progetto del Bancor consentono di dedurre. La storia del pensiero economico richiede rigore interpretativo prima ancora che utilizzo politico. Quando viene piegata alle esigenze della contingenza, non aiuta a comprendere il presente: finisce, piuttosto, per deformare il passato.

Antonio Maria Rinaldi

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento