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Hazte Oír chiede 13 anni di carcere per Begoña Gómez e che Pedro Sánchez dichiari nel processo

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L’accusa popolare guidata da Hazte Oír ha richiesto una pena di 13 anni di prigione per Begoña Gómez, moglie del presidente del Governo, Pedro Sánchez, così come che lo stesso capo dell’Esecutivo compaia come testimone nel processo che si terrà contro di lei e la sua consulente, Cristina Álvarez.

In un documento a cui ha avuto accesso Europa Press, l’associazione attribuisce a Gómez due presunti reati di malversazione e uno di traffico di influenze. Per quanto riguarda Álvarez, richiede sei anni di carcere per un presunto reato di malversazione “in qualità di coautrice necessaria”.

Inizialmente, l’accusa popolare richiedeva 24 anni di prigione per Gómez e 22 per la sua consulente, ma il giudice istruttore, Juan Carlos Peinado, ha esortato le parti a riformulare le loro richieste di pena in vista del processo con giuria, dopo che la Corte Provinciale di Madrid ha ordinato l’archiviazione dei presunti reati di corruzione negli affari e appropriazione indebita che venivano attribuiti alla moglie di Sánchez.

I magistrati della Corte di Madrid hanno sottolineato nella loro risoluzione che “sembra perfettamente verosimile sostenere” che Gómez “ha ottenuto l’influenza esercitata dalla sua posizione privilegiata di moglie del presidente del Governo, non solo per ottenere la concessione della cattedra –della UCM–, ma per farlo in modo quasi immediato e senza verificare un minimo controllo sulla consistenza del progetto proposto”.

La richiesta non equivale a una condanna, ma rappresenta un nuovo colpo politico per Pedro Sánchez. L’accusa popolare unificata, guidata dall’associazione Hazte Oír, ha chiesto tredici anni di reclusione per Begoña Gómez, moglie del presidente del governo spagnolo, contestandole un presunto reato di traffico di influenze e due ipotesi di malversazione. Sei anni sono stati chiesti, invece, per la sua ex assistente Cristina Álvarez.

Nel dettaglio, l’accusa domanda due anni per traffico di influenze, tre per malversazione continuata, legata al presunto utilizzo dell’assistente della Moncloa per attività private, e otto per la vicenda del software sviluppato nell’ambito della cattedra dell’Università Complutense di Madrid. È stata inoltre richiesta la testimonianza dello stesso Sánchez e del ministro della Presidenza e della Giustizia Félix Bolaños. Il processo dovrebbe svolgersi davanti a una giuria popolare.

Secondo l’accusa, quindi, Begoña Gómez avrebbe sfruttato la propria posizione privilegiata di moglie del presidente per favorire la creazione della Cattedra straordinaria di Trasformazione sociale competitiva dell’Università Complutense, ottenendo accesso a strutture, imprese e risorse che avrebbero rafforzato la sua attività professionale. Il PSOE respinge integralmente questa ricostruzione, parla di una “caccia” politica contro Gómez e continua a sostenerne l’innocenza.

Il problema per Sánchez, tuttavia, non è più soltanto giudiziario. È soprattutto politico. La vicenda della moglie si inserisce in una sequenza di procedimenti che coinvolgono persone appartenenti alla sua cerchia familiare, politica e governativa. Lo stesso presidente, è bene sottolinearlo, non risulta personalmente indagato nei procedimenti finora emersi. Ma la pressione esercitata sul suo governo è diventata sempre più difficile da contenere.

Il caso più grave è quello dell’ex ministro dei Trasporti José Luis Ábalos, per anni uno degli uomini più potenti del PSOE e tra i principali collaboratori di Sánchez. Nel giugno 2026 il Tribunale Supremo lo ha condannato a ventiquattro anni di carcere per una serie di reati collegati alle commissioni illecite e ai contratti per l’acquisto di mascherine durante la pandemia. Il suo ex collaboratore Koldo García è stato condannato a diciannove anni. È la prima grande sentenza relativa alla rete di scandali che ha investito l’area socialista e rappresenta un colpo particolarmente pesante per un partito arrivato al governo promettendo la rigenerazione della vita pubblica.

Resta poi il fronte di Santos Cerdán, successore di Ábalos come segretario all’Organizzazione del PSOE e fino all’esplosione delle indagini uno degli uomini più vicini al premier. Cerdán è accusato, tra l’altro, di corruzione, traffico di influenze e appartenenza a un’organizzazione criminale in relazione a presunti appalti pubblici pilotati. Ha lasciato il partito e il Parlamento, continua a negare ogni illecito e attende il processo. Parallelamente, i magistrati stanno verificando l’esistenza di pagamenti in contanti non dichiarati all’interno del PSOE e di possibili manovre finalizzate a ostacolare o screditare alcune indagini.

Anche David Sánchez, fratello del presidente, è finito davanti ai giudici per la sua assunzione alla Diputación di Badajoz. Le accuse popolari hanno sostenuto che il posto fosse stato costruito su misura e hanno chiesto pene detentive, mentre la Procura e le difese hanno domandato l’assoluzione, affermando che non sarebbero emerse prove sufficienti a superare la presunzione di innocenza. Il processo si è concluso e resta quindi necessario attendere la decisione del tribunale.

È questa accumulazione di vicende, più ancora del singolo procedimento, a rendere precaria la posizione del premier. Sánchez deve difendere contemporaneamente la moglie, il fratello e la credibilità di un partito colpito dalle responsabilità accertate di Ábalos e dalle accuse rivolte a Cerdán e ad altri esponenti socialisti. Può sostenere, correttamente, di non essere personalmente coinvolto. Ma politicamente gli viene contestata la scelta degli uomini ai quali aveva affidato il controllo del partito e di settori decisivi del governo.

A questa fragilità si aggiunge quella parlamentare. PSOE e Sumar dispongono complessivamente di appena 147 deputati — 121 socialisti e 26 di Sumar — molto lontani dalla maggioranza assoluta di 176 seggi. L’esecutivo dipende pertanto, provvedimento dopo provvedimento, dai voti di Junts, ERC, PNV, EH Bildu, Podemos e delle altre formazioni territoriali. Non esiste più una maggioranza politica stabile: esistono maggioranze occasionali, negoziate ogni volta su interessi spesso incompatibili.

La prova più evidente è arrivata il 23 luglio, quando il Congresso ha bocciato il quadro di spesa per il 2027 con 176 voti contrari, 166 favorevoli e cinque astensioni. La Spagna non approva un nuovo bilancio statale dal 2023 e il governo ha continuato a prorogare i vecchi conti. La contrarietà contemporanea di PP, Vox, Junts e Podemos dimostra quanto sia ormai ridotto lo spazio di manovra dell’esecutivo. Alcuni dei partiti che avevano consentito l’investitura di Sánchez sembrano considerare politicamente esaurita la legislatura, anche a causa del peso crescente degli scandali.

Sánchez resta formalmente in carica e l’opposizione, almeno per il momento, non dispone dei numeri necessari per approvare una mozione di sfiducia costruttiva. Ma governare non significa soltanto evitare di essere rovesciati. Significa approvare bilanci, riforme e provvedimenti strutturali. Da questo punto di vista, il premier appare sempre più come il capo di un governo di resistenza: abbastanza forte per sopravvivere, troppo debole per controllare realmente il Parlamento.

La richiesta di tredici anni per Begoña Gómez non determina da sola il destino dell’esecutivo. A decidere saranno i tribunali, nel rispetto della presunzione di innocenza. Ma politicamente il quadro è ormai evidente: Sánchez è circondato da procedimenti che coinvolgono il suo ambiente più vicino, ha perso l’iniziativa parlamentare e dipende da alleati che possono abbandonarlo in qualsiasi votazione. Non è ancora caduto, ma appare sempre più solo dentro la Moncloa.

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