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Economia

Italia, il lavoro corre ai massimi: occupati record e disoccupazione sotto la media dell’Eurozona. La svolta degli anni Meloni

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C’è un dato che forse più di altri racconta come sia cambiata l’economia italiana negli ultimi anni. Non è lo spread, non è il Pil e neppure il rating assegnato dalle agenzie internazionali. È il lavoro. Gli ultimi numeri dell’Istat fotografano infatti un mercato occupazionale che continua a muoversi su livelli mai raggiunti prima. A luglio gli occupati in Italia sono arrivati a 24 milioni e 370 mila. Rispetto a dodici mesi prima sono 307 mila in più, con un incremento dell’1,3%. Il tasso di occupazione si attesta al 63,2%, mentre quello di disoccupazione è sceso ancora, dal 5,9 al 5,8%.

Ma è entrando dentro i numeri che emerge l’aspetto probabilmente più interessante.

L’aumento non è trainato dai contratti precari. In un anno i dipendenti permanenti sono aumentati di 303 mila unità, gli autonomi di 85 mila, mentre i dipendenti a termine sono diminuiti di 82 mila. Oggi i lavoratori a tempo indeterminato sono 16 milioni e 583 mila, contro 2 milioni e 486 mila dipendenti a termine.

È un elemento importante perché modifica almeno in parte uno dei luoghi comuni che hanno accompagnato il dibattito sul lavoro italiano: più occupazione non sta significando automaticamente più precarietà.

Dal 2022 il salto

Naturalmente sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire ogni nuovo occupato a una singola misura di governo. L’andamento del mercato del lavoro dipende dal ciclo economico, dalla demografia, dalle decisioni delle imprese, dal Pnrr e da molti altri fattori.

Ma è altrettanto difficile ignorare la coincidenza temporale. Dall’insediamento del governo Meloni nell’ottobre 2022 il numero degli occupati è aumentato di oltre un milione di unità. In occasione dei 1.413 giorni dell’esecutivo, FdI ha quantificato in 1,305 milioni l’incremento dei posti di lavoro stabili; è un dato di fonte politica, ma il forte aumento complessivo dell’occupazione e soprattutto dei dipendenti permanenti è confermato dalle serie Istat.

Già lo scorso maggio il ministro del Lavoro Marina Calderone aveva sottolineato come gli occupati avessero raggiunto quota 24,337 milioni e il tasso di disoccupazione fosse temporaneamente sceso addirittura al 5,1%. Secondo Calderone, stabilità politica, riforme e politiche del lavoro avrebbero contribuito al risultato.

L’ultimo dato mensile è meno eccezionale – gli occupati sono sostanzialmente stabili rispetto a giugno – ma proprio questa stabilizzazione sopra quota 24,3 milioni mostra che non siamo di fronte a un singolo picco statistico.

Anche la dinamica trimestrale rimane positiva: tra maggio e luglio gli occupati sono aumentati di 91 mila unità rispetto al trimestre febbraio-aprile. E rispetto a luglio 2025 sono contemporaneamente diminuiti sia i disoccupati sia gli inattivi.

La sorpresa nel confronto con l’Europa

È forse il confronto europeo a rendere più evidente il cambiamento.

A luglio 2026 il tasso di disoccupazione nell’Unione europea è del 6,1% e nell’Eurozona del 6,4%. L’Italia, con il suo 5,8%, si trova dunque oggi sotto entrambe le medie.

Per un Paese abituato per decenni a convivere con una disoccupazione strutturalmente elevata, non è un risultato banale.

E il dato assume ancora più peso se confrontato con alcune delle grandi economie europee. La Spagna continua a presentare un tasso di disoccupazione nettamente superiore a quello italiano, mentre anche la Francia si colloca sopra il nostro Paese. Germania e altri Stati del Nord Europa conservano invece un vantaggio significativo.

Il quadro europeo, insomma, non consente ancora di parlare dell’Italia come del miglior mercato del lavoro del continente. Ma permette di dire qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato sorprendente: sul fronte della disoccupazione l’Italia non è più il grande malato dell’Eurozona.

Più lavoro stabile

C’è poi un secondo elemento che merita attenzione. L’occupazione sta crescendo mentre diminuisce il peso dei contratti a termine. A luglio 2026, come detto, si contano 16,583 milioni di dipendenti permanenti, 5,301 milioni di autonomi e 2,486 milioni di lavoratori a termine. In dodici mesi quasi l’intero incremento dell’occupazione dipendente è arrivato dal lavoro permanente.

È probabilmente questo il dato politicamente più favorevole al governo Meloni, perché consente di rispondere alla critica secondo cui i record occupazionali sarebbero determinati esclusivamente da lavori precari e di scarsa durata.

Il risultato non nasce da una sola decisione. In questi anni si sono sovrapposti incentivi alle assunzioni, bonus per giovani e donne, interventi sul cuneo fiscale, riforma delle politiche attive, maggiore partecipazione al mercato del lavoro e una domanda delle imprese che, nonostante una crescita economica modesta, è rimasta sorprendentemente resistente.

Reuters, facendo il bilancio dei quattro anni del governo Meloni, ha indicato proprio la riduzione della disoccupazione e l’aumento di oltre un milione di lavoratori tra i risultati più evidenti della legislatura, pur ricordando la debolezza della crescita economica complessiva.

Ed è questo uno dei paradossi dell’economia italiana di oggi: il Pil cresce poco, ma il lavoro cresce molto di più di quanto la dinamica del prodotto lascerebbe immaginare.

Il confronto che ridimensiona il pessimismo

Non significa che tutti i problemi siano risolti.

Il tasso di occupazione italiano, pur ai massimi, resta strutturalmente inferiore alla media europea. Pesano soprattutto la minore partecipazione femminile, il Mezzogiorno e un numero ancora elevato di persone in età lavorativa che rimangono fuori dal mercato.

C’è poi il problema dei giovani. A luglio la disoccupazione under 25 italiana è risalita al 18,9%: meglio del 19,3% di un anno prima, ma ancora superiore al 15,1% dell’Unione europea e al 14,9% dell’Eurozona. La Spagna è al 22,9% e la Francia al 20,7%, mentre diversi Paesi del Nord fanno decisamente meglio.

E rimane soprattutto il grande problema italiano dei salari e della produttività. Avere più persone al lavoro è il primo passaggio; trasformare quella maggiore occupazione in maggiore reddito reale e capacità di spesa è la sfida successiva.

Proprio per questo, però, sarebbe difficile liquidare i numeri attuali come semplice propaganda.

Il vero record è la continuità

Il dato forse più significativo non è neppure il singolo record mensile. È la continuità della tendenza.

Prima è stata superata quota 23 milioni, poi 24 milioni, quindi 24,3 milioni. Parallelamente è aumentato il lavoro permanente e la disoccupazione è scesa fino a livelli che hanno portato l’Italia sotto la media dell’Eurozona.

E tutto questo è avvenuto attraversando quattro anni tutt’altro che semplici: guerra in Ucraina, crisi energetica, inflazione, rialzo dei tassi della Bce, rallentamento tedesco e tensioni commerciali internazionali.

Il Financial Times, pur molto critico sulla debole crescita del Pil e sulla mancanza di alcune riforme strutturali, riconosce che l’occupazione italiana ha raggiunto livelli record durante gli anni del governo Meloni.

È qui che il risultato assume una dimensione più ampia.

Per anni il mercato del lavoro è stato uno dei principali indicatori della fragilità italiana. Oggi non lo è più nella stessa misura. Il Paese conserva problemi enormi – produttività, salari, giovani, donne e divario Nord-Sud – ma contemporaneamente registra 24,37 milioni di occupati, oltre 16,5 milioni di dipendenti permanenti e una disoccupazione al 5,8%, inferiore alla media dell’Eurozona.

Attribuire tutto questo esclusivamente al governo sarebbe una forzatura. Sostenere che le politiche economiche e del lavoro degli ultimi quattro anni non abbiano avuto alcun ruolo sarebbe altrettanto difficile.

Ed è forse questo il dato più interessante: mentre il dibattito politico continua a raccontare spesso un Paese immobile, sul mercato del lavoro l’Italia del 2026 presenta numeri che per molti anni sarebbero sembrati irraggiungibili. La prossima sfida è trasformare il record quantitativo dell’occupazione in un record altrettanto evidente nella qualità del lavoro, nella produttività e nelle buste paga.

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