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Iran e Oman vicine a un accordo dell’ultimo minuto sulla gestione di Hormuz,
L’Oman tratta la riapertura dello Stretto di Hormuz: in gioco ci sono i prezzi dei carburanti, le bollette e la stabilità dei mercati mondiali.

Il mondo galleggia sull’orlo di una crisi energetica devastante. Donald Trump ha sospeso all’ultimo secondo gli attacchi aerei contro l’Iran, mentre i diplomatici del Sultanato dell’Oman provano a riaprire la rotta marina da cui passa un quinto del petrolio globale. Secondo fonti iraniane saremmo ormai alle fasi finali precedenti il raggiungimento di un accordo che riaprirebbe lo Stretto.
La diplomazia mediorientale lavora a ritmi serrati per evitare l’esplosione definitiva del conflitto. Gli inviati di Teheran e di Muscat si dicono vicini all’intesa per riorganizzare il transito nello Stretto di Hormuz.
La mossa di Washington cambia lo scenario: la Casa Bianca ha congelato le operazioni militari congiunte con Israele. Trump ha però precisato che il blocco dei bombardamenti resta valido solo se si chiuderà un patto in tempi brevissimi.
Al centro delle trattative c’è il tentativo di far risorgere il memorandum di intesa siglato a Islamabad lo scorso giugno. Quel testo, nato grazie alla mediazione di Qatar e Pakistan, aveva congelato la guerra prima di crollare sotto lo scambio reciproco di accuse tra americani e iraniani.
La riapertura dello stretto verrebbe a portare a una stabilizzazione dei prezzi energetici, così necessaria un po’ per tutto il mondo. In questo momento i transiti sono ancora praticamente azzerati. Il nuovo accordo pare preveda una rotta d’entrata nel Golfo verso nord, sotto controllo iraniano, e una d’uscita a sud , sotto controllo omanita.
Teheran continua a sostenere che il braccio di mare resta bloccato per colpa delle violazioni americane. Tuttavia, la pressione economica è forte su tutti i fronti: l’Iran ha bisogno di incassare dalla vendita di petrolio e Washington vuole evitare rincari della benzina alla pompa che peserebbero sugli elettori. Paradossalmene i due avversari, oltre a paesi come Qatar, Kuwait, Iraq e Arabia Saudita, hanno tutti un enorme interesse nel raggiungimento dell’accordo.
Sarà davvero la volta buona per un accordo duraturo? Quando le conseguenze economiche dirette rischiano di soffocare l’economia reale, anche i governi più ostinati tendono a ritrovare il pragmatismo. Nello stesso tempo molte fazioni estremiste cercheranno di sabotare l’accordo. Non sarebbe impossibile veder partire qualche missile quqando le navi iniziassero a percorrere il braccio di mare.







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