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Intel vola in Borsa e regala 27 miliardi agli USA. La lezione di politica industriale che l’Europa non vuole imparare

Intel tocca i massimi storici in Borsa, superando i record delle Dot-Com. Il vero vincitore è il governo USA: l’investimento strategico del 2025 frutta una plusvalenza di 27 miliardi di dollari. E l’Europa resta a guardare.

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Wall Street registra un evento storico per uno dei colossi mondiali del silicio: le azioni Intel hanno spiccato un balzo senza precedenti. Dopo aver pubblicato risultati del primo trimestre nettamente superiori alle aspettative e aver fornito previsioni per il secondo trimestre che hanno battuto le stime degli analisti, il titolo è schizzato in alto del 28%. Un rally che non solo segna un record, ma permette al gigante dei microchip di eclissare persino i picchi storici toccati durante la bolla delle Dot-Com.

Wall Street festeggia, interpretando questo rapporto sugli utili come la prova inequivocabile che il piano di risanamento dell’azienda sta finalmente dando i suoi frutti. Anche le grandi banche d’affari si sono adeguate: Atif Malik, analista di Citi, ha promosso il titolo Intel da “Neutral” a “Buy”, fissando un prezzo obiettivo a 12 mesi di 95 dollari. Alla base di questo ottimismo c’è il miglioramento della domanda di CPU guidata dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, un fattore destinato a trainare le vendite di tutto il comparto nei prossimi anni.

Ma la vera notizia, quella che dovrebbe far riflettere gli economisti, riguarda l’incredibile affare concluso dal contribuente americano.

Il colpo da maestro del governo federale

Il focus principale di questa rinascita non è solo tecnologico, ma squisitamente finanziario e politico. Ad agosto 2025, l’amministrazione Trump ha siglato un accordo con un’Intel allora in grave difficoltà. Il governo federale ha acquistato 433,3 milioni di azioni a un prezzo di 20,47 dollari l’una, acquisendo una quota di circa il 9,9% della società.

Un’operazione dal valore di circa 8,9 miliardi di dollari, finanziata in gran parte da fondi già assegnati ma non ancora erogati tramite il CHIPS Act e le sovvenzioni per le Secure Enclave. Quindi un acquisto a costo zero.

La sintesi dell’operazione governativa:

ParametroDettaglio (Accordo Agosto 2025)Valore Attuale (Primavera 2026)
Azioni Acquistate433,3 milioni433,3 milioni
Prezzo per Azione$20,47Oltre $80,00
Valore Complessivo$8,9 miliardi~$36 miliardi
Plusvalenza (Carta)+$27 miliardi

Ecco come si presenta il valore della quota di Intel nel tempo:

Oggi, secondo i dati di Bloomberg, quella partecipazione pubblica vale la cifra sbalorditiva di 36 miliardi di dollari. In pochi mesi, il Tesoro statunitense ha maturato una plusvalenza virtuale di 27 miliardi. Come ha commentato lo stesso Presidente Trump giovedì: “Intel sta tornando. Tutte le aziende di chip stanno tornando”.

L’Europa guarda, l’Italia affonda nei dogmi

Il problema sollevato da questa vicenda è semplice, ed è una vera e propria lezione di economia applicata. Lo stato federale americano, patria del libero mercato, ha creduto in Intel. L’ha ritenuta un asset strategicamente vitale per la sicurezza nazionale e l’indipendenza tecnologica, e vi ha investito pesantemente con i soldi dei contribuenti. Non solo ha salvato e rilanciato una società cruciale, ma ha portato un ritorno economico mostruoso nelle casse pubbliche.

In Italia, e più in generale in Europa, lo Stato ha praticamente rinunciato a questo ruolo di programmazione industriale. Da decenni ci viene spiegato che il pubblico non deve “disturbare” il mercato, tranne poi farlo ogni giorno con norme costrittive spesso assurde. Da un lato, l’Unione Europea ci ingabbia con regole rigide e spesso miopi sugli aiuti di Stato, pensate per un mondo che non esiste più. Dall’altro, le nostre classi dirigenti non hanno il coraggio politico di battere i pugni sul tavolo per rivendicare una politica industriale attiva. Mentre gli USA applicano un sano e utilitaristico interventismo quando c’è in gioco il futuro tecnologico, noi restiamo a guardare, perdendo competitività e sovranità.

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