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Inflazione, il petrolio costa molto di più di quanto dicono le quotazioni ufficiali

Raffinazione, geopolitica e inverno spingeranno i prezzi dell’energia sempre più in alto

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Il ritorno dell’inflazione non è più un’ipotesi. In Italia a settembre i prezzi al consumo sono saliti del 4,2% annuo, dal 3,3% di agosto. Ma il dato forse più significativo è un altro: l’inflazione di fondo rimane sensibilmente inferiore a quella complessiva. Sono soprattutto gli energetici a spingere l’indice, con quelli regolamentati al +25,9% e quelli non regolamentati al +22,2%. Non siamo quindi, almeno per ora, di fronte alla classica inflazione generata da un eccesso di domanda interna: siamo nuovamente alle prese con uno shock prevalentemente dal lato dell’offerta.

E non è un fenomeno italiano. In Germania l’inflazione ha raggiunto il 3,3%, mentre in Francia l’indice nazionale è salito al 3%. Il problema è dunque europeo e riporta al centro una questione che sembrava progressivamente allontanarsi: quanto durerà la nuova fiammata dei prezzi e quali conseguenze produrrà sulla crescita e sulla politica monetaria?

Per comprenderlo occorre innanzitutto evitare un errore molto diffuso. Guardare semplicemente alla quotazione del Brent o del WTI e confrontarla con quella delle precedenti crisi petrolifere, in particolare con il 2008, significa mettere a confronto realtà profondamente diverse.

I 100 dollari al barile rappresentano certamente una soglia psicologica importante per i mercati, ma oggi raccontano soltanto una parte del costo effettivo dell’energia. Al prezzo del greggio devono aggiungersi trasporto, noli, assicurazioni e premi per il rischio geopolitico, cresciuti considerevolmente sulle rotte maggiormente esposte alle tensioni internazionali.

Ma c’è soprattutto un secondo elemento, ancora più importante, che viene spesso trascurato: tra il prezzo del greggio e quello del carburante esiste la raffinazione. Ed è proprio qui che nell’attuale crisi si è prodotto uno shock particolarmente rilevante.

È la stessa BCE ad averlo evidenziato nelle proprie analisi sulla formazione dei prezzi dei carburanti. Nel 2026 benzina e soprattutto diesel raffinati sono aumentati molto più rapidamente del greggio. Dopo l’esplosione della crisi mediorientale il Brent aveva raggiunto un picco di circa 138 dollari al barile all’inizio di aprile, quasi il doppio rispetto alla fine di febbraio. Nello stesso periodo, tuttavia, il prezzo del diesel già raffinato era arrivato addirittura a 197 dollari al barile. Nell’area euro il prezzo medio del diesel alla pompa era così passato da 1,63 euro al litro di fine febbraio a 2,18 euro nella prima settimana di aprile.

Il dato è fondamentale perché dimostra quanto sia ormai insufficiente limitarsi a osservare la quotazione del petrolio.

Secondo l’analisi della BCE From well to pump: how fuel prices are formed, la crisi dello Stretto di Hormuz ha interessato una quota significativa della capacità mondiale di raffinazione e determinato una contrazione delle esportazioni globali di prodotti raffinati stimata in circa 4,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre del 2026. Lo shock non ha quindi riguardato soltanto la disponibilità del greggio, ma anche la capacità di trasformarlo e di immettere sul mercato mondiale quantità sufficienti di diesel, benzina e altri derivati.

Le conseguenze sui margini di raffinazione sono state notevoli. Per il diesel, la componente riconducibile alla raffinazione è passata, secondo i calcoli della BCE, da circa 10 centesimi al litro in febbraio a 26 centesimi in marzo, arrivando nelle prime tre settimane di luglio a contribuire per circa 35 centesimi al litro al prezzo del diesel; per la benzina il contributo era di circa 23 centesimi.

Il fenomeno, dunque, non è una semplice conseguenza meccanica del petrolio più caro. È uno shock che interessa contemporaneamente greggio, capacità di raffinazione e disponibilità dei prodotti raffinati. Non a caso Christine Lagarde ha recentemente sottolineato come l’accelerazione dell’inflazione energetica dell’area euro rifletta anche il forte contributo dei margini di raffinazione sui combustibili liquidi.

È proprio questo che rende fuorvianti molte delle tabelle che circolano in rete nelle quali si confronta semplicemente il prezzo del petrolio del 2008 con quello attuale per chiedersi perché benzina e gasolio costino oggi di più. Un barile di greggio e un barile di diesel raffinato non sono la stessa cosa. E soprattutto non è rimasta immutata la struttura dei costi che separa il pozzo dalla pompa.

C’è poi il cambio. Nel 2008 l’euro raggiunse valori prossimi a 1,60 dollari, attenuando considerevolmente per i Paesi dell’area euro l’impatto di un petrolio denominato nella valuta americana. Ma il cambio, da solo, non spiega la differenza. Occorre considerare l’intera catena energetica: greggio, raffinazione, disponibilità dei prodotti raffinati, trasporto, assicurazione, distribuzione e, infine, fiscalità.

Gasiera immagine illustrativa

E la parte più delicata potrebbe ancora arrivare.

L’Europa si avvicina infatti all’inverno con stoccaggi di gas naturale molto disomogenei. L’Italia si trova in una posizione relativamente favorevole, con depositi pieni per circa l’87%; la Germania è invece sotto il 60%, contro una media europea poco superiore al 70%. Con l’avvio della stagione termica aumenteranno i consumi proprio mentre diversi Paesi dovranno preservare o ricostituire le proprie riserve. Domanda corrente e necessità strategiche potrebbero quindi sovrapporsi, esercitando nuove pressioni sui prezzi.

È per questa combinazione di fattori che nei prossimi mesi rimane concreto il rischio di ulteriori e anche consistenti rialzi sia del petrolio sia del gas. L’arrivo dell’inverno aumenterà la domanda energetica europea proprio mentre l’offerta continua a risentire delle tensioni geopolitiche e delle alterazioni delle tradizionali catene di approvvigionamento.

Sarebbe inoltre imprudente pensare che un eventuale allentamento immediato delle crisi in Ucraina e nello Stretto di Hormuz determinerebbe altrettanto rapidamente una normalizzazione dei prezzi. I flussi energetici non si ricostituiscono premendo un interruttore. Pesano gli impianti e le infrastrutture danneggiati, la capacità di raffinazione disponibile, le rotte commerciali modificate, la disponibilità di navi, i maggiori premi assicurativi e, nel caso russo, il regime delle sanzioni. Una soluzione politica delle crisi sarebbe evidentemente determinante, ma i suoi benefici economici richiederebbero comunque tempo per trasmettersi all’intera catena energetica.

Ed è a questo punto che il problema conduce direttamente a Francoforte.

La nuova fiammata dei prezzi sarà inevitabilmente uno degli elementi determinanti nelle prossime decisioni della BCE. Il Consiglio direttivo ha già aumentato a settembre di 25 punti base i tassi ufficiali, portando quello sui depositi al 2,50%. Se l’inflazione energetica dovesse continuare a trasmettersi agli altri prezzi, un ulteriore aumento di un quarto di punto entro la fine dell’anno rappresenterebbe uno scenario concreto, anche se la BCE continua correttamente a ribadire che le proprie decisioni saranno prese riunione dopo riunione sulla base dei dati disponibili. Ed è precisamente qui che emerge il paradosso.

La politica monetaria può comprimere la domanda, il credito e gli investimenti, ma non può produrre un solo barile di petrolio in più, riaprire lo Stretto di Hormuz o aumentare la capacità mondiale di raffinazione. Se l’origine dello shock è prevalentemente esterna e dal lato dell’offerta, contrastarne gli effetti attraverso un ulteriore aumento del costo del denaro rischia di produrre conseguenze particolarmente pesanti sull’economia reale.

Le famiglie già colpite dall’aumento dei carburanti, dell’energia e dei prezzi dei beni trasportati si troverebbero contemporaneamente a sostenere un costo maggiore per mutui e finanziamenti. Le imprese, già costrette ad assorbire maggiori costi energetici, logistici e di trasporto, dovrebbero affrontare condizioni più onerose per finanziare capitale circolante e investimenti.

Il rischio è quello di innescare una spirale estremamente pericolosa: energia più cara, inflazione più alta, tassi più elevati, credito più costoso, investimenti e consumi più deboli, crescita ancora più fragile.

È esattamente il terreno sul quale può prendere forma la stagflazione.

Il dilemma per la BCE è quindi particolarmente complesso. Non intervenire significa correre il rischio che lo shock energetico produca effetti di secondo livello, trasferendosi a salari, servizi e aspettative di inflazione. Intervenire troppo aggressivamente significa invece tentare di contrastare attraverso la compressione della domanda un’inflazione che nasce principalmente dall’offerta, con il rischio di aggravare la debolezza di economie europee già sottoposte al peso del caro energia.

Il problema, dunque, non è soltanto che il petrolio abbia nuovamente superato quota 100 dollari. È che cento dollari oggi non significano quello che significavano diciotto anni fa. E soprattutto che l’Europa rischia di affrontare il nuovo shock energetico con la combinazione economicamente più difficile da governare: un’inflazione largamente importata, prezzi dell’energia ancora esposti a forti pressioni al rialzo, una crescita già debole e una politica monetaria costretta a scegliere fino a che punto combattere la prima senza compromettere ulteriormente la seconda.

Antonio Maria Rinaldi

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