Economia
In vigore il nuovo DDl beneficenza, mai piu casi Ferragni

Dal 21 luglio per le aziende, i professionisti e gli influencer che promuovono iniziative benefiche ci sono nuovi obblighi di trasparenza a tutela dei consumatori: il più importante è che devono indicare chiaramente quanta parte del prezzo del prodotto che stanno sponsorizzando finisce effettivamente alle organizzazioni benefiche. Inoltre non si potranno più usare formule vaghe come «una parte del ricavato andrà a sostegno» di questa o quella associazione.
Il senso del provvedimento è molto semplice: chi vende un prodotto facendo leva sulla beneficenza deve spiegare con precisione quanto denaro sarà devoluto, a chi andrà e per quale finalità. Il consumatore non deve essere indotto ad acquistare pagando un prezzo più alto sulla base di un messaggio solidaristico ambiguo o non corrispondente alla realtà.
Il caso del pandoro promosso da Chiara Ferragni ha mostrato il problema con particolare evidenza. La comunicazione commerciale poteva far pensare che l’acquisto di ogni prodotto contribuisse direttamente alla donazione all’ospedale Regina Margherita di Torino. Secondo quanto ricostruito dall’Antitrust, invece, la donazione era stata effettuata precedentemente da Balocco in misura fissa e non dipendeva dal numero dei pandori venduti, mentre le società riconducibili all’influencer avevano ricevuto compensi superiori al milione di euro. Vicende analoghe hanno poi riguardato altre campagne promozionali, tra cui quelle collegate alle uova di Pasqua.
Il punto non è vietare la collaborazione tra aziende, personaggi pubblici e iniziative solidali. Queste campagne possono raccogliere risorse importanti e avvicinare milioni di persone a cause meritevoli. Proprio per questo, però, devono essere trasparenti e verificabili. Quando si richiama una finalità benefica, il consumatore non sceglie soltanto sulla base della qualità o del prezzo del prodotto: compie anche una scelta morale, convinto di aiutare qualcuno. Sfruttare quella convinzione per aumentare le vendite significa alterare la libertà di scelta e utilizzare la generosità come strumento di marketing.
La nuova disciplina interviene quindi in tre momenti. Prima della vendita, produttori, professionisti e influencer devono comunicare chiaramente il beneficiario, lo scopo dell’iniziativa e la quota devoluta per ogni prodotto, in percentuale o in valore assoluto. Almeno quindici giorni prima del lancio devono inoltre trasmettere all’Autorità garante della concorrenza e del mercato i dettagli dell’operazione. Dopo la conclusione della campagna, devono documentare che il versamento promesso sia stato realmente effettuato.
In caso di violazioni, sono previste sanzioni comprese tra 5.000 e 50.000 euro, parametrate anche al valore dell’operazione e al numero di prodotti venduti. L’AGCM può ordinare la pubblicazione della sanzione sui siti e sui canali social del responsabile: una misura particolarmente importante nel mondo degli influencer, nel quale la reputazione e la fiducia del pubblico rappresentano un valore economico centrale. Il 50 per cento delle somme incassate attraverso le sanzioni viene inoltre destinato a finalità solidaristiche.
Il provvedimento tutela anche le imprese, le associazioni e i personaggi pubblici che fanno beneficenza correttamente. Gli scandali non danneggiano soltanto i consumatori, ma generano sfiducia verso tutte le campagne solidali, comprese quelle autentiche. Regole certe permettono quindi di distinguere la vera solidarietà dalle operazioni nelle quali la beneficenza rischia di diventare soltanto una copertura pubblicitaria.
Non si tratta, dunque, di una legge costruita per colpire Chiara Ferragni o un singolo influencer. Quel caso ha fatto emergere una lacuna e ha accelerato l’intervento del legislatore. La finalità generale è impedire che la notorietà, il rapporto fiduciario con i follower e la sensibilità dei cittadini vengano utilizzati per promuovere acquisti attraverso informazioni incomplete o ingannevoli.
In definitiva, il principio introdotto è quello della trasparenza assoluta: chi promette solidarietà deve dimostrarla. Il consumatore deve sapere se una quota del proprio acquisto sarà realmente devoluta, quanto vale quella quota e quando arriverà al beneficiario. Solo così beneficenza e commercio possono convivere senza trasformare la generosità delle persone in una leva di profitto occulto.









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