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Il vincolo che ci ha vincolati: il peccato originario della UE

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La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, non rappresentò soltanto la fine di un ordine geopolitico: segnò l’avvio di una transizione accelerata e, per molti versi, profondamente forzata. Da quel momento, la riunificazione tedesca divenne il perno attorno a cui riorganizzare l’equilibrio europeo, e la moneta unica lo strumento attraverso cui incardinare quella trasformazione. Jacques Delors ne predispose l’architettura; Helmut Kohl e François Mitterrand ne colsero la valenza politica: integrare la nuova Germania dentro un vincolo sovranazionale.

In realtà, dietro questa scelta si collocava una preoccupazione ben più concreta e strutturale: con la riunificazione, la Francia e gli altri partner europei temevano che una Germania nuovamente unita potesse esercitare una forza predominante, questa volta non sul piano militare, ma su quello economico. La Germania aveva già dimostrato, con il proprio straordinario recupero industriale dopo la Seconda guerra mondiale, la capacità di affermarsi come potenza economica. Il timore era che, in un contesto di piena sovranità, quella forza potesse tradursi in una posizione dominante.

La moneta unica risponde anche a questa esigenza: associare la Germania a un destino comune, incardinarla in un sistema sovranazionale e, in tal modo, ricondurne la potenza economica entro un quadro condiviso.

L’euro nasce dunque con una natura intrinsecamente duale: formalmente esito di una convergenza economica, sostanzialmente prodotto di una scelta politica. Ed è proprio questa duplicità a segnarne il limite originario: una moneta senza Stato, una banca centrale senza un Tesoro, una disciplina comune priva di una sovranità politica realmente condivisa.

In questo contesto si colloca la scelta italiana. Guido Carli, ministro del Tesoro del settimo governo Andreotti, firma Maastricht nel febbraio 1992. Con una consapevolezza che oggi appare, per certi versi, persino anacronistica nella sua formulazione esplicita: l’Italia, da sola, non è in grado di autoimporsi disciplina; occorre un vincolo esterno. È una diagnosi severa ma non infondata. Tuttavia, proprio nella sua radicalità risiede il limite: quel vincolo viene concepito come soluzione e non come strumento.

A differenza del Regno Unito e della Danimarca, l’Italia non pretende alcuna clausola di opt-out. Nessuna flessibilità, nessuna possibilità di riconsiderazione. L’adesione è piena, irreversibile. È, in sostanza, la traduzione istituzionale di una scelta che rinuncia preventivamente a ogni margine di adattamento. Ed è a questo punto che la realtà irrompe, senza mediazioni.

I mercati comprendono immediatamente la situazione in cui si è collocata l’Italia. Non nel medio periodo, non ex post: da subito. Nell’estate del 1992, a pochi mesi dalla firma di Maastricht, la lira viene sottoposta a una pressione speculativa di intensità straordinaria, fino all’uscita dallo SME nel settembre. Nello stesso frangente anche la sterlina britannica viene travolta nel cosiddetto “mercoledì nero”. Ma la differenza è strutturale: Londra dispone di una clausola di opt-out, conserva una via d’uscita, mantiene un margine di sovranità. L’Italia no.

Quella dei mercati non è un attacco: è una valutazione oggettiva e, per molti aspetti, anticipatrice. È il riconoscimento che un’economia che, pur con tutte le sue contraddizioni strutturali, aveva consentito all’Italia di affermarsi come quarta potenza industriale mondiale, nel momento in cui decide di vincolarsi rigidamente a un modello economico profondamente diverso, si espone inevitabilmente a tensioni e a problemi di adattamento di enorme portata.

Il punto di massima tensione si raggiunge con l’intervento del governo guidato da Giuliano Amato, che introduce anche il prelievo forzoso sui conti correnti. Un provvedimento eccezionale, che segna uno spartiacque nella storia economica italiana. È in quel momento che il percorso di convergenza diventa concreto e irreversibile: non come esito di una pianificazione ordinata, ma come risposta a una crisi. Da quel momento, il vincolo esterno muta natura. Non è più un dispositivo teorico di disciplina, ma una pressione concreta e permanente.

L’ingresso in scena del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi rappresenta il primo passaggio di stabilizzazione dopo la crisi. Ciampi è un protagonista di straordinaria levatura istituzionale. Ma è anche un europeista profondamente convinto, per il quale l’integrazione non è soltanto una scelta razionale, ma una prospettiva alla quale non si può rinunciare. Ed è proprio questa convinzione a segnare il limite del suo giudizio.

Individua con lucidità i difetti strutturali dell’Italia, ma attribuisce all’euro una capacità correttiva superiore a quella che esso poteva realisticamente esercitare. La sua è una sopravvalutazione non tecnica, ma sistemica: l’idea che il vincolo monetario possa generare disciplina economica e convergenza reale in assenza di strumenti politici, fiscali e istituzionali adeguati.

Le criticità dell’architettura europea – assenza di unione fiscale, mancanza di meccanismi di trasferimento, rigidità del cambio tra economie divergenti – risultano già allora evidenti. Ma vengono considerate secondarie rispetto all’obiettivo strategico dell’adesione. E, soprattutto, non coglie fino in fondo che si sta costruendo una moneta che, invece di essere al servizio delle esigenze dei cittadini e delle imprese, è destinata progressivamente sempre più a trasformarsi come metodo di governo sovranazionale, al quale gli stessi cittadini e il sistema produttivo avrebbero dovuto adattarsi.

Successivamente, con il governo guidato da Lamberto Dini, si entra in una fase in cui si rende tecnicamente praticabile il rientro nei parametri. È una gestione che consolida sul piano operativo quanto impostato nella fase precedente, rendendo possibile il rispetto formale dei criteri di convergenza. Ma proprio qui si cristallizza l’equivoco di fondo: si persegue la convergenza nominale – deficit, inflazione, tassi – assumendo implicitamente che quella reale sarebbe seguita. Si correggono i saldi, ma non si interviene sulle strutture.

Romano Prodi porta a compimento il processo. Non dispone della profondità teorica di Carli né della statura istituzionale di Ciampi, ma assume la responsabilità politica decisiva: trasformare l’ingresso nell’euro in una priorità assoluta È qui che si manifesta l’errore più netto.

L’Italia consegue formalmente i parametri attraverso una convergenza prevalentemente nominale, ottenuta con enormi sacrifici per il Paese. L’ingresso avviene comunque, perché l’obiettivo politico prevale sulla valutazione economica. La celebre affermazione attribuita a Prodi resta il simbolo di quella stagione: l’idea che la moneta unica potesse produrre automaticamente benessere. Era un’illusione. E proprio osservando l’intera sequenza storica emerge un dato difficilmente eludibile.

Dal 1989 al 2002, la Francia conosce due Presidenti, François Mitterrand e Jacques Chirac. La Germania due Cancellieri, Helmut Kohl e Gerhard Schröder. L’Italia, nello stesso arco temporale, quattordici Presidenti del Consiglio.

È un dato che illumina il contesto: mentre altri Paesi costruiscono la moneta unica su continuità strategica, l’Italia vi accede attraverso una instabilità strutturale che rende il vincolo esterno non una scelta, ma una necessità.

Il processo si conclude tra il 1999 e il 1° gennaio 2002, con l’introduzione materiale dell’euro. Mediaticamente, un successo impeccabile. Tecnicamente, storicamente, molto, molto meno. Il giudizio finale, alla luce degli sviluppi successivi, non può essere eluso.

Carli introduce il vincolo con lucidità, ma senza coglierne fino in fondo le implicazioni sistemiche. Amato e Dini gestiscono l’emergenza. Ciampi, profondamente europeista, ne sopravvaluta la capacità ordinatrice. Prodi ne accelera l’attuazione, senza affrontare le debolezze strutturali. E i mercati, già nel 1992, avevano espresso un giudizio che il tempo avrebbe confermato. Non si è trattato di un errore contingente. Ma di una sopravvalutazione collettiva.

Si è creduto che la convergenza nominale fosse sufficiente. Che il vincolo esterno potesse sostituire la politica economica. Che una moneta potesse anticipare la costruzione di una struttura che non c’era.Non è stato così.

Si può discutere all’infinito delle responsabilità individuali. Ma sarebbe, in larga misura, un esercizio riduttivo. Perché il problema non era a valle. Era a monte. È nelle premesse che si colloca il vero errore di fondo. Non nelle scelte successive, ma nella configurazione originaria del percorso.

Tutto ciò che è accaduto dopo non è stato una deviazione. È stata una conseguenza.

Non è andata diversamente da come si sperava. È andata esattamente come era stato impostato.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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