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Il trionfo cinese dell’auto elettrica:ome il Green Deal Sta Svuotando le Fabbriche Europee

L’Europa spinge sulle auto elettriche, ma a guadagnarci è Pechino. Con il 22% del mercato in mano asiatica e dazi inefficaci, il Green Deal si trasforma in un disastro industriale per i lavoratori europei.

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L’Europa corre a tutta velocità verso l’auto elettrica, ma il traguardo della nuova era industriale lo sta tagliando Pechino. I dati del mercato automobilistico parlano molto chiaro e ci raccontano una storia che ha il sapore di un’amara ironia: il Green Deal è un grande successo, cinese.

Oggi, quasi un’auto elettrica su quattro (il 22%) venduta in Europa è prodotta dal gigante asiatico. È una quota che è cresciuta a vista d’occhio negli ultimi mesi e non accenna a fermarsi. Mentre l’Unione Europea si vanta di essere il motore della crescita globale dei veicoli a batteria – con vendite aumentate del 26% dall’inizio dell’anno e oltre 400.000 unità immatricolate solo ad aprile – stiamo di fatto finanziando con i nostri soldi un’industria estera.

La domanda europea viene drogata da due fattori principali:

  • Gli incentivi statali: soldi pubblici (le nostre tasse) usati per spingere l’acquisto di veicoli.
  • Il caro benzina: spinto dalle tensioni in Medio Oriente, che rende l’elettrico apparentemente più conveniente.

Nel frattempo, il mercato globale frena. Da inizio anno le vendite mondiali sono piatte (-0,2%). Il Nord America crolla del 25%, dimostrando che senza enormi aiuti statali la transizione fatica a imporsi. Fa eccezione il Messico (+50%), ma solo perché è diventato il porto franco dove la Cina scarica le sue auto prima che scattino i dazi americani.

Anche in Cina il mercato interno cala del 17% per via del taglio ai sussidi statali. Cosa fanno allora i produttori cinesi con le auto che non vendono in patria? Le esportano da noi. Tra gennaio e aprile hanno inviato all’estero 1,4 milioni di veicoli elettrici, il doppio rispetto all’anno scorso.

L’illusione dei dazi e l’impatto sul lavoro

Bruxelles ha provato a mettere un freno imponendo dazi aggiuntivi fino al 35,3% sulle auto cinesi. Una mossa che si sta rivelando inutile. I marchi asiatici hanno margini di guadagno così alti che assorbono la tassa senza problemi e, nel frattempo, “comprano” l’Europa. La Spagna è diventata la loro testa di ponte: aziende come Leapmotor, Chery e Geely stanno aprendo o rilevando stabilimenti tra Madrid, Barcellona e Valencia.

Ovviamente la ricaduta è drammativa. Non si crea vera ricchezza se si distrugge la propria base produttiva. Dobbiamo essere molto chiari: ogni auto elettrica cinese importata o assemblata in Europa da marchi asiatici rappresenta meno lavoro per gli operai europei.

Abbiamo imposto per legge una tecnologia (il motore elettrico) prima che la nostra industria fosse pronta a produrla a costi competitivi. Il risultato è che i nostri storici impianti rischiano la chiusura, la filiera della componentistica muore, e i profitti volano verso est. Abbiamo servito il mercato automobilistico su un piatto d’argento ai produttori cinesi. L’ambiente forse ringrazierà, ma a pagare il conto della deindustrializzazione saranno i lavoratori europei.

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