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Il trattato della UE è stato firmato a Maastricht, non sul Monte Sinai

Il Trattato di Maastricht, concepito oltre trent’anni fa per proteggere il modello tedesco, sta frenando la crescita europea. Perché è urgente riscrivere le regole e dare alla BCE un mandato per la piena occupazione.

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Dalla notte dei tempi, la storia dell’umanità coincide con la storia dei trattati. Prima ancora della nascita degli Stati moderni, tribù, città e imperi stipulavano accordi per delimitare confini, regolare commerci, spartire risorse o porre fine ai conflitti. Nessun trattato, tuttavia, è mai stato eterno. Tutti, prima o poi, sono stati modificati, reinterpretati, superati oppure travolti dagli eventi.

È nella natura stessa dei patti politici: essi nascono per rispondere a un equilibrio temporaneo, a esigenze specifiche, a rapporti di forza determinati. Quando mutano le condizioni economiche, sociali, strategiche o tecnologiche, anche le regole devono necessariamente cambiare. Se ciò non avviene, il trattato smette di essere uno strumento utile e si trasforma in un vincolo artificiale.

Questo principio vale per tutta la storia e dovrebbe valere, a maggior ragione, per Unione Europea: il più ambizioso progetto politico-economico costruito nel dopoguerra. Un’architettura che coinvolge centinaia di milioni di cittadini, una vasta area produttiva e uno dei maggiori mercati del pianeta. Eppure proprio qui si manifesta il paradosso più evidente del nostro tempo: l’Europa pretende di affrontare le sfide del terzo millennio con regole concepite nel secolo scorso.

L’impianto attuale nasce nel clima seguito alla Caduta del Muro di Berlino, quando si volle ridisegnare l’equilibrio continentale attraverso una più stretta integrazione economica e monetaria. Il passaggio decisivo fu il Trattato di Maastricht, fondato su alcuni pilastri allora ritenuti decisivi: liberalizzazione dei mercati, stabilità monetaria, rigore di bilancio, progressiva convergenza tra economie nazionali.

Ma Maastricht fu, prima ancora che un disegno teorico, il risultato di un preciso compromesso politico tra Francia e Germania. Parigi guardava con evidente preoccupazione alla riunificazione tedesca e al possibile predominio di Berlino in Europa, questa volta non sul piano militare bensì su quello economico e industriale. Berlino, dal canto suo, accettò di rinunciare al marco — simbolo del riscatto nazionale dopo due guerre mondiali e pilastro della propria credibilità monetaria — in cambio di un nuovo assetto europeo costruito secondo criteri compatibili con il modello tedesco.

Non è casuale, infatti, che l’intera architettura della moneta unica ricalchi quell’impostazione: priorità assoluta alla stabilità dei prezzi, disciplina fiscale rigorosa e convinzione che il rigore dei conti pubblici rappresenti il presupposto naturale della crescita. Un paradigma forse coerente con la struttura economica tedesca, orientata all’export e sostenuta da elevata produttività, ma assai meno adatto a economie differenti per composizione produttiva, peso del debito storico, struttura della domanda interna e necessità di investimenti pubblici.

Agli altri Paesi fu sostanzialmente proposto un meccanismo fondato sul principio del “prendere o lasciare”: queste sono le regole, chi intende entrare le accetta. Non vi fu un reale spazio negoziale per modelli alternativi o per correttivi capaci di tenere conto delle diverse esigenze nazionali. Molti Stati, Italia compresa, finirono così per assumere il ruolo di soggetti passivi, chiamati ad adeguarsi a un impianto deciso essenzialmente altrove.

Dal 1992 a oggi, però, il mondo è stato rivoluzionato. La digitalizzazione ha trasformato produzione, consumi e finanza. La globalizzazione ha ridisegnato catene del valore e centri decisionali. Sono emerse nuove potenze economiche. La competizione geopolitica è tornata centrale. Si sono susseguite crisi finanziarie, pandemie, shock energetici e conflitti ai confini europei.

Eppure, nonostante questo mutamento epocale, l’Unione continua a ragionare entro coordinate elaborate oltre trent’anni fa, quando internet era agli albori, l’intelligenza artificiale pura teoria e il commercio mondiale infinitamente meno integrato. I parametri numerici elevati a dogma restano il simbolo di una visione burocratica incapace di leggere la realtà.

Il problema non è soltanto l’età delle regole. È la loro manifesta asimmetria. Il mercato unico promesso non si è mai pienamente realizzato. Persistono squilibri fiscali, differenze nei costi energetici, dumping salariale, vantaggi industriali concentrati e divergenze strutturali crescenti. Si è chiesto a economie profondamente diverse di competere sotto la stessa cornice normativa, senza offrire strumenti realmente comuni né aggiustamenti coerenti con le rispettive strutture economiche. In questo modo regole pensate come neutrali hanno finito, nei fatti, per frenare il potenziale di crescita di molti Paesi, impedendo loro di esprimere pienamente capacità produttiva, investimenti e occupazione.

Quell’asimmetria originaria non si è attenuata col tempo. Al contrario, si è spesso tradotta in un meccanismo che amplifica le divergenze invece di ridurle: i Paesi più forti accumulano vantaggi competitivi, mentre quelli più fragili vengono spinti verso aggiustamenti recessivi, con minori margini di politica economica e progressiva perdita di capacità industriale. Laddove servirebbero politiche anticicliche, flessibilità mirata e sostegno alla domanda interna, prevalgono vincoli uniformi che non distinguono tra economie mature, economie in ritardo di sviluppo o sistemi produttivi attraversati da crisi straordinarie.

La stessa storia europea dimostra che i trattati non sono intoccabili. Il Trattato di Roma fu superato e sostituito quando i tempi lo resero necessario. Perché allora Maastricht dovrebbe essere sottratto a ogni revisione sostanziale? Per quale ragione un testo nato in un’altra epoca dovrebbe continuare a governare problemi che allora neppure esistevano?

Serve il coraggio di aprire una nuova fase costituente europea. Un trattato che tenga conto della sovranità tecnologica, della sicurezza energetica, della difesa industriale, della coesione sociale e della crescita. Un assetto che premi investimenti produttivi e innovazione e, soprattutto, criteri macroeconomici di convergenza che tengano effettivamente conto della crescita, superando un impianto prociclico che nel tempo ha dimostrato tutta la sua inefficacia e la sua pericolosità.

Serve anche una banca centrale europea capace di interpretare in modo più moderno le esigenze dell’economia reale, affiancando alla stabilità dei prezzi ulteriori obiettivi presenti in molte grandi banche centrali del mondo, a partire dal sostegno alla piena occupazione, alla crescita sostenibile e alla stabilità complessiva del sistema economico. Perché senza sviluppo diffuso e lavoro di qualità non esiste alcuna stabilità duratura.

Perché i trattati durano finché sanno interpretare il proprio tempo. Quando smettono di farlo, diventano reperti amministrativi.

Ed è bene ricordarlo a chi li considera immutabili: il Trattato di Maastricht è stato firmato a Maastricht, non sul Monte Sinai.

Antonio Maria Rinaldi, ex membro della Commissione parlamentare europea ECON

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