EnergiaScienza
Il solare “Prende il largo”: perché il fotovoltaico galleggiante batte quello terrestre per rendimento
La fame di spazio per le rinnovabili minaccia il suolo agricolo, ma il fotovoltaico galleggiante offre una via d’uscita inaspettata. Un nuovo studio rivela perché i pannelli in mare producono il 12% in più di energia, salvando il territorio e aprendo nuovi scenari economici.

Quando si parla di transizione energetica, c’è un grosso problema che governi e pianificatori spesso fingono di non vedere: lo spazio fisico. Le nazioni ad alta densità abitativa si trovano ad affrontare un paradosso drammatico. Da un lato, la necessità di ridurre le emissioni spinge verso un’installazione massiccia di pannelli solari; dall’altro, la terra scarseggia. Coprire suolo agricolo, aree industriali o territori naturali con distese di vetro e silicio ha un costo fondiario altissimo e innesca inevitabili conflitti sociali, perché si preferisce la produzione energetica a quella agricola.
Eppure, la soluzione potrebbe trovarsi letteralmente a pochi passi dalla costa. Un recente e fondamentale studio proveniente da Taiwan, pubblicato sul Journal of Renewable and Sustainable Energy, ha messo a confronto le prestazioni dei tradizionali parchi solari terrestri con i nuovi sistemi fotovoltaici galleggianti offshore (OFPV). I risultati svelano uno scenario sorprendente: posizionare i pannelli sull’acqua non è solo un ripiego per chi non ha spazio, ma una scelta tecnicamente ed economicamente superiore.
Taiwan condivide con molti paesi europei un profilo geografico sfidante: una popolazione densa, un forte comparto industriale e un territorio limitato. Per raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni nette entro il 2050, l’isola ha iniziato a esplorare l’uso dei bacini idrici e delle zone costiere. I ricercatori della National Taipei University of Technology (NTUT), Ching-Feng Chen e Shih-Kai Chen, hanno colmato un vuoto informativo cruciale, misurando l’impatto reale e il rendimento del primo grande impianto commerciale galleggiante taiwanese situato a Changhua, confrontandolo con un impianto terrestre nel parco industriale di Changbin.

Impianto galleggiante di Changbin
Per garantire una valutazione equa, i due studiosi hanno normalizzato la capacità di entrambi i sistemi a 100 MWp (Megawatt di picco), ipotizzando una durata vitale di 25 anni e un tasso di degrado annuo dello 0,5%. I dati emersi, basati sull’analisi del ciclo di vita energetico, cambiano le carte in tavola.
L’impianto galleggiante non si limita a risparmiare suolo prezioso, ma produce circa il 12% in più di energia elettrica rispetto al gemello terrestre. Un vantaggio netto, che deriva da un principio fisico molto semplice: l’effetto di raffreddamento dell’acqua.
Il grande limite della tecnologia solare, infatti, è il calore. I pannelli amano la luce, ma soffrono le alte temperature, che ne riducono drasticamente l’efficienza. Il mare funge da enorme dissipatore termico naturale, mantenendo le celle a temperature ottimali e spingendo la produzione verso l’alto.
Di seguito, un confronto chiaro dei risultati dello studio:
| Parametro Analizzato | Fotovoltaico Terrestre (LPV) | Fotovoltaico Galleggiante (OFPV) | Differenza / Note |
| Capacità di Riferimento | 100 MWp | 100 MWp | Normalizzata per equità |
| Produzione Totale (25 anni) | 1.827,8 GWh | 2.047,1 GWh | + 12% per l’impianto offshore |
| Riduzione CO2 Stimata | 0,905 Mt | 1,013 Mt | Maggiore efficienza ambientale |
| Ambiente Operativo | Suolo / Rischio surriscaldamento | Acqua / Effetto raffreddamento | Esposizione a salinità e maree |
Questo 12% in più di energia prodotta si traduce in una riduzione delle emissioni di carbonio decisamente superiore: 1,013 milioni di tonnellate evitate contro le 0,905 dell’impianto a terra.
Le ricadute economiche di questa tecnologia sono profonde e meritano grande attenzione da parte dei decisori pubblici e degli investitori privati. Non si tratta solo di produrre più energia, ma di innescare cicli di investimento più intelligenti e strutturati.
Possiamo sintetizzare i vantaggi economici in tre punti chiave:
- Liberazione di suolo a valore aggiunto: Spostando la generazione elettrica in mare, si protegge la terraferma. Il suolo agricolo può continuare a produrre beni primari, mentre le aree industriali possono essere destinate a espansioni produttive e manifatturiere, evitando l’impoverimento economico del territorio.
- Vantaggi sui mercati del carbonio: Una maggiore riduzione di CO2 garantisce benefici finanziari superiori all’interno dei meccanismi di scambio delle quote di emissione (Emissions Trading). L’impianto si ripaga più velocemente non solo vendendo energia, ma anche generando crediti di carbonio.
- Stimolo agli investimenti infrastrutturali: La costruzione di reti galleggianti richiede investimenti massicci in logistica marittima, ancoraggi e reti di trasmissione sottomarine. Questa spesa iniziale crea un effetto moltiplicatore sull’occupazione locale, attivando filiere ingegneristiche avanzate che stimolano l’intera domanda aggregata del sistema economico.
Ovviamente, l’ambiente intertidale presenta sfide specifiche: la salinità dell’acqua aumenta il rischio di corrosione e la dinamica delle maree richiede strutture di ancoraggio estremamente resistenti. Questo pèone dei problemi a livello di materiali da utilizzare, che non possono essere quelli degli impianti a terra, ma devono essere specifici soprattutto se l’ambiente è marino, per resistere alla salinità. Anche la progettzione deve considerare correnti e onde, altrimenti si rischia di perdere l’investimento.
Come ha sottolineato l’autore dello studio, il fotovoltaico galleggiante non è più solo una curiosità ingegneristica, ma una soluzione strategica imprescindibile. Per le nazioni con scarso spazio a disposizione, il mare offre una via d’uscita al conflitto tra sviluppo energetico e conservazione del territorio. Lasciarsi la terra alle spalle, in questo caso, sembra essere la mossa economica più razionale per il futuro.







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