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Il Sarmat RS-28 di Putin: super-arma definitiva o costoso miraggio propagandistico?
Putin annuncia il successo del temibile missile RS-28 Sarmat. Ma tra fallimenti tecnici catastrofici e costi di manutenzione astronomici, il “Satan II” rischia di essere un buco nero per l’economia russa più che una vera minaccia per i nuovi scudi spaziali occidentali.

Il 12 maggio 2026, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato al mondo intero il successo del test del missile balistico intercontinentale RS-28 Sarmat. Le sue parole sono state, come da copione, perentorie e pensate per lasciare il segno: si tratterebbe del missile più letale mai creato, in grado di colpire ogni singolo angolo del globo, di polverizzare qualsiasi scudo missilistico occidentale e di trasportare un carico offensivo inarrivabile per le controparti. L’entrata in servizio operativo è stata solennemente promessa entro la fine dell’anno in corso.
Tuttavia, grattando la superficie della drammatica retorica ufficiale e del momento storico carico di tensioni, qual è la reale consistenza tecnica ed economica di questo annuncio? Siamo davvero di fronte a un salto tecnologico che altera la bilancia del potere globale, oppure assistiamo all’ennesimo, costosissimo, esercizio di propaganda di un Paese sotto pressione?
Comunque ecco alcune sue caratteristiche:
- Gittata: da 10.000 a 18.000 chilometri.
- Peso: oltre 200 tonnellate.
- Carico bellico: fino a 10-15 testate nucleari a rientro indipendente (MIRV) o veicoli ipersonici.
- Velocità: fino a 26.000 km/h durante il rientro, progettato per eludere gli attuali sistemi di difesa antimissile.
L’ombra dei fallimenti e la dura legge della fisica
Il programma RS-28 Sarmat, conosciuto in ambito NATO con il raggelante nome di “Satan II”, nasce con l’obiettivo di sostituire i vetusti missili R-36M2 di epoca sovietica. Parliamo di un colosso balistico a combustibile liquido, con un peso al lancio che supera le 200 tonnellate.
Nonostante i toni trionfalistici del Cremlino, la storia recente di questo sistema d’arma è lastricata di ritardi imbarazzanti e fallimenti che hanno dell’incredibile. Inizialmente previsto per il 2018, il suo vero dispiegamento operativo è scivolato in avanti anno dopo anno. L’incidente più drammatico e rivelatore risale al settembre 2024, quando un test si è concluso con una disastrosa esplosione all’interno del silo di lancio a Plesetsk. Questo disastro ha sollevato dubbi enormi sulla reale maturità tecnologica del vettore.
Il Cremlino vanta una “fase di spinta” (boost phase) estremamente ridotta, teoricamente pensata per eludere i moderni satelliti a infrarossi di Washington. Ma la fisica non fa sconti a nessuno: comprimere l’energia immane necessaria a lanciare 200 tonnellate in un tempo brevissimo genera uno stress meccanico e termodinamico spaventoso. Sono proprio queste complessità propulsive la causa più probabile delle recenti esplosioni.
Liquido contro solido: la vulnerabilità nascosta
Per comprendere il reale valore tattico del “Satan II”, è utile un rapido confronto tecnico con altri strumenti già presenti nell’arsenale di Mosca.
- RS-28 Sarmat: Combustibile liquido, lancio da silo fisso, straordinaria capacità di carico (fino a 10 tonnellate, ideale per sciami di testate), ma preparazione al lancio complessa e lenta.
- RS-24 Yars: Combustibile solido, lanciatori mobili su gomma, carico utile nettamente inferiore, ma tempi di lancio rapidissimi (nell’ordine dei pochi minuti) e altissima capacità di sopravvivere a un primo attacco. Quindi l’arma ideale per la deterrenza in una situazione di minaccia di conflitto nucleare.
I missili a combustibile liquido sono giganti della balistica, ma restano bersagli statici. In un’era in cui la sorveglianza satellitare vede letteralmente tutto, un silo noto è, di fatto, un silo vulnerabile. Anche se la capacità di carico permette realmente di caricare testate di grande putenza e multiple, sarebbe comunque il primo obiettivo di qualsiasi attacco.

Il muro Occidentale: l’evoluzione del Golden Dome
A svuotare ulteriormente di significato le minacce russe c’è l’evoluzione silenziosa ma inesorabile delle difese occidentali. Il progetto statunitense noto come “Golden Dome”, fortemente accelerato nell’ultimo biennio, prevede di mettere in orbita una rete fittissima di intercettori spaziali e tracciatori di ultima generazione. Questi colpirebbero i vettori nella prima fase del volo, quando sono più lenti, senza attendere che liberino i veicoli di rientro ipersonici.
L’idea che un missile titanico, per quanto ottimizzato nella fase di decollo, possa passare inosservato sotto un ombrello difensivo basato su costellazioni satellitari e intelligenza artificiale, appare agli addetti ai lavori come una mera illusione. Se i cieli sono saturi di sensori, il vantaggio della stazza si azzera.
L’impatto economico
Qui arriviamo al cuore della questione: il rapporto tra strategia e risorse finanziarie. La Russia del 2026 sta sostenendo uno sforzo economico gigantesco, con una spesa per la difesa che assorbe percentuali enormi del bilancio federale, stimata ben oltre il 6% del PIL, anzi i tdeschi del BND pensano si arrivi aal 10%.
In un’economia totalmente assorbita dallo sforzo bellico convenzionale, l’allocazione del denaro è decisiva. Sviluppare, riparare dopo i fallimenti e mantenere attiva l’infrastruttura di missili a combustibile liquido richiede capitali spropositati. È innegabile che la spesa pubblica nel settore della difesa agisca come un potente stimolo per l’industria pesante interna, creando occupazione e attivando le fabbriche. Ma esiste una soglia critica. Oltre un certo limite, pompare miliardi in mega-progetti ingegneristici che non trovano utilità sul campo di battaglia cessa di essere un investimento produttivo per lo Stato e si trasforma in una pura e semplice distruzione di ricchezza nazionale.
Mantenere la manutenzione dei sili, formare ingegneri per propellenti altamente tossici e aggirare le sanzioni per i componenti elettronici drena liquidità che la Russia potrebbe usare in settori tatticamente più urgenti.
Il Tabù infrangibile e la deterrenza
Alla fine dei conti, l’investimento massiccio nel RS-28 Sarmat non sposta di un millimetro l’equilibrio strategico mondiale. La dottrina della mutua distruzione assicurata è già garantita dalle migliaia di testate attualmente attive sia in Russia che negli Stati Uniti. Avere un vettore capace di trasportare dieci testate invece di quattro non cambia le regole del gioco, perché il numero di ordigni sufficienti a cancellare la civiltà moderna è stato raggiunto decenni fa.
Fino a quando il tabù dell’uso delle armi nucleari reggerà — e per la sopravvivenza umana è imperativo che lo faccia — questi arsenali resteranno confinati al regno dell’astrazione pura. Il “Satan II” si rivela così per quello che è: un’arma di comunicazione di massa. È utilissimo per rassicurare il fronte interno sulla perdurante grandezza tecnologica russa e per generare titoli ad effetto sulla stampa internazionale. Ma, guardando ai numeri reali e ai costi esorbitanti, la vera vittima di questo gigante d’argilla sembra essere il bilancio statale di Mosca, molto più che la sicurezza dell’Occidente.







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