Economia
Il ritorno del nucleare: la sfida italiana tra bollette, sicurezza e industria

Per quasi quarant’anni il nucleare è rimasto fuori dalle scelte energetiche dell’Italia, ma non dalle sue bollette. Abbiamo continuato a comprare elettricità prodotta anche dalle centrali nucleari dei Paesi vicini, soprattutto attraverso le interconnessioni con Francia e Svizzera, mentre in casa nostra l’ipotesi di tornare a produrla sembrava impossibile perfino da discutere. Nel 2025, secondo Terna, il 15,1 per cento della domanda elettrica italiana è stato soddisfatto dal saldo degli scambi con l’estero.
Il voto definitivo del Senato cambia questo punto di partenza. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo ha definito «una scelta coraggiosa e di buon senso», spiegando che il nucleare, nella strategia del governo, dovrebbe significare «più sicurezza energetica, meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali». Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin indica oggi nel 2033-2034 un possibile orizzonte per l’entrata in funzione delle prime centrali.
La legge approvata dal Parlamento è però una delega. Affida al governo il compito di costruire la nuova disciplina del nucleare: programma nazionale, autorizzazioni, sicurezza degli impianti, gestione del combustibile e dei rifiuti radioattivi, controlli e ricerca. Il testo indica esplicitamente tra gli obiettivi la sicurezza degli approvvigionamenti, l’indipendenza e la resilienza energetica, la competitività e il contenimento dei costi dell’energia. Il sì del Parlamento è dunque decisivo sul piano politico, ma non equivale all’autorizzazione della prima centrale. Tra la legge e il primo chilowattora ci sono ancora decreti, scelte tecnologiche, investimenti, autorizzazioni e confronto con i territori.
Ed è proprio il costo dell’energia a spiegare perché la questione vada molto oltre il dibattito ideologico sull’atomo. L’Italia continua a scontare una forte esposizione alle oscillazioni internazionali del gas. L’Agenzia internazionale dell’energia ricorda che il gas resta una fonte centrale per la produzione elettrica italiana e che la riduzione della dipendenza da questa materia prima importata è una delle strade per rafforzare la sicurezza energetica. Nel 2025, inoltre, l’aumento dei prezzi del gas ha contribuito a far risalire di circa il 10 per cento i prezzi elettrici all’ingrosso nell’Unione europea.
La crisi del 2026 ha mostrato ancora una volta quanto questo legame possa pesare. Lo scorso marzo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, stimava che le tensioni internazionali legate alla guerra in Iran potessero produrre aumenti dell’8-10 per cento sulle bollette elettriche degli utenti vulnerabili. Non è una previsione sul nucleare, ma fotografa il problema dal quale parte la discussione: quando aumenta il prezzo internazionale del gas, l’Italia rischia di importare rapidamente quella tensione dentro il proprio sistema energetico.
Il punto riguarda soprattutto l’industria. L’ultima relazione annuale dell’Arera disponibile per un confronto omogeneo europeo mostrava che nel 2024 il prezzo dell’elettricità per i clienti industriali italiani era superiore del 24 per cento alla media dell’area euro. Il prezzo italiano era pari a 26,5 centesimi per kilowattora, contro 21,5 nell’area euro, 19,3 in Francia e 16,7 in Spagna. Non tutto questo differenziale dipende dal mix di produzione – pesano anche fiscalità, oneri e reti – ma per un Paese manifatturiero significa partire spesso con un costo strutturale maggiore rispetto ad alcuni concorrenti.
È su questo terreno che i sostenitori del ritorno all’atomo collocano il possibile vantaggio strategico. Marco Ricotti, professore ordinario di Impianti nucleari al Politecnico di Milano e presidente del CIRTEN, ha sintetizzato la questione indicando tre obiettivi da tenere insieme: decarbonizzazione, stabilità dei costi e sovranità energetica. Secondo Ricotti, un eventuale ritorno al nucleare permetterebbe di perseguirli contemporaneamente, riducendo la dipendenza dalle importazioni e rafforzando la sicurezza energetica nazionale.
“Sovranità energetica”, naturalmente, non significa autarchia. Anche una filiera nucleare necessita di combustibile, componenti, tecnologie e rapporti internazionali. Il vantaggio potenziale è un altro: diversificare il mix e ridurre la quota di elettricità il cui costo è esposto direttamente alle oscillazioni di gas e combustibili fossili. In altre parole, non eliminare la dipendenza dall’estero, ma evitare che una crisi geopolitica o una fiammata del gas abbiano lo stesso peso che hanno avuto negli ultimi anni sulle bollette di famiglie e imprese. È la stessa logica che suggerisce di accelerare contemporaneamente sulle rinnovabili, sugli accumuli e sulle reti: più fonti disponibili significa meno dipendenza da una singola materia prima.
È qui che va letto anche il ruolo di Adolfo Urso. La legge porta anzitutto la firma politica del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, al quale spetta la proposta dei decreti attuativi. Ma il nucleare è anche politica industriale. Urso, commentando il voto del Senato, lo ha definito «un passo importante per l’autonomia strategica del Paese», legandolo alla necessità di costruire un mix energetico sostenibile e competitivo.
Se l’Italia vuole trarne un vantaggio duraturo, infatti, non può limitarsi un giorno a comprare reattori progettati e costruiti interamente altrove. Deve essere presente nella ricerca, nella progettazione, nella componentistica, nella manutenzione e nella formazione dei tecnici. È questa la partita industriale sulla quale il Mimit insiste da tempo: trasformare il ritorno al nucleare, se e quando avverrà, in una filiera nazionale e non soltanto in una nuova voce delle importazioni.
Alcuni protagonisti ci sono già. Nel maggio 2025 Enel, Ansaldo Energia e Leonardo hanno costituito Nuclitalia. La società – partecipata da Enel al 51 per cento, Ansaldo Energia al 39 e Leonardo al 10 – ha il compito di studiare le tecnologie avanzate e le opportunità di mercato, con un primo focus sugli Small Modular Reactors raffreddati ad acqua. Tra gli obiettivi dichiarati c’è proprio la valorizzazione delle competenze della filiera italiana e la ricerca di partnership e attività di co-design, affinché l’Italia non arrivi da semplice acquirente alla nuova stagione del nucleare.
Questa prospettiva ha anche un effetto sulle competenze. Ansaldo Nucleare e Politecnico di Milano hanno già avviato un master dedicato alle tecnologie per le centrali nucleari: i 26 partecipanti alla prima edizione sono stati assunti dall’azienda. È ancora una dimensione piccola rispetto a ciò che richiederebbe una vera filiera, ma mostra la natura della sfida: ricostruire professionalità che l’Italia possedeva e che decenni senza centrali hanno inevitabilmente ridotto.
Restano però domande alle quali la politica dovrà rispondere con numeri e non con slogan: quali tecnologie saranno effettivamente disponibili, a quali costi, in quali tempi e con quale modello di finanziamento? Gli SMR sui quali punta il governo devono ancora dimostrare su larga scala la propria competitività commerciale. E il nucleare non può rappresentare una soluzione immediata al caro-bollette: lo stesso Pichetto colloca le prime eventuali centrali all’inizio del prossimo decennio. Le organizzazioni ambientaliste e una parte dell’opposizione contestano inoltre costi, tempi e opportunità della scelta, sostenendo che le risorse dovrebbero essere concentrate maggiormente su rinnovabili, reti e accumuli.
È dunque sul medio-lungo periodo che va misurata la scelta. Il tema non è immaginare che una centrale faccia scomparire il caro energia dall’oggi al domani, ma capire se un sistema composto da rinnovabili, accumuli e una quota di produzione nucleare programmabile possa rendere l’Italia meno vulnerabile agli shock dei combustibili fossili, garantendo al tempo stesso una maggiore stabilità dell’offerta elettrica.
Meloni ha riaperto una possibilità strategica che per decenni la politica italiana aveva considerato chiusa. Pichetto Fratin ha guidato il passaggio legislativo. Urso ha davanti soprattutto la parte industriale della sfida: evitare che il ritorno del nucleare si traduca un giorno nell’acquisto dall’estero di impianti e tecnologie costruiti interamente da altri.
La misura del risultato sarà alla fine molto concreta: quanta energia l’Italia riuscirà a produrre in sicurezza, quanto riuscirà a ridurre la propria esposizione alle crisi internazionali e ai picchi del gas e quanta parte del valore – ricerca, brevetti, componentistica, occupazione e competenze – resterà nel sistema industriale italiano. Perché il vero obiettivo non dovrebbe essere semplicemente tornare al nucleare. Dovrebbe essere tornare ad avere maggiore controllo sul costo e sulla sicurezza dell’energia da cui dipendono famiglie, imprese e competitività del Paese.









You must be logged in to post a comment Login