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Il petrolio iraniano si accumula di nuovo in mare: il blocco USA funziona?
Il blocco navale degli Stati Uniti paralizza l’export di Teheran. Oltre 40 navi fantasma e 42 milioni di barili di greggio restano bloccati in mare: i gravi rischi per i prezzi globali dell’energia.

L’arma più efficace di Washington al momento non fa rumore e non lancia missili. Si limita a pattugliare le acque del Golfo dell’Oman. Le conseguenze di questa mossa strategica, tuttavia, si fanno sentire in modo netto sui mercati energetici globali e sulle casse di Teheran. Dalla metà di aprile, l’amministrazione statunitense ha avviato un blocco navale silenzioso ma tenace, progettato per fermare l’esportazione di greggio iraniano e forzare la mano per un nuovo accordo. I dati confermano che la strategia sembra stia funzionando.
Secondo le recenti analisi satellitari e marittime pubblicate dal Financial Times, i volumi di petrolio stoccati sulle petroliere in sosta nel Golfo Persico e nei pressi dello Stretto di Hormuz sono aumentati in modo vertiginoso. L’organizzazione United Against Nuclear Iran (UANI) rileva che le navi cariche di greggio e prodotti petrolchimici bloccate nell’area sono passate da 29 a ben 49. Ecco una delle immagini satellitari:
Cosa sta succedendo in mare?
La tattica di Teheran per aggirare le sanzioni sta incontrando un muro fisico molto difficile da superare:
- Aumento delle scorte galleggianti: Si stima che circa 42 milioni di barili di greggio siano attualmente fermi in mare aperto sulle petroliere. Si tratta di un balzo del 65% rispetto all’inizio delle tensioni.
- Il nodo di Chabahar: Oltre una decina di vecchie petroliere si trovano raggruppate vicino al porto iraniano di Chabahar, appena fuori dallo Stretto di Hormuz ma perfettamente all’interno della “linea” di blocco americana. Siamo al limite, pronte a partire se ve ne fosse l’occasione.
- Porti paralizzati: I carichi a Kharg Island, il principale snodo vitale per le esportazioni di Teheran, hanno subito una brutale battuta d’arresto.
Di fronte a questa morsa, l’Iran sta intensificando le operazioni “oscure”. Le navi stazionano in zone rifugio, tentando continui trasferimenti di carico da nave a nave per nascondere l’origine del petrolio, mantenendo i sistemi di tracciamento rigorosamente spenti per eludere i controlli. Probabilmente una parte di questo petrolio riesce a filtrare come “Blended”, mescolato con altro petrolio.
Tanker Tally at Iran’s Kharg Island Hits Post-Blockade Peak: BBG
Running out of tankers to store oil.
— zerohedge (@zerohedge) May 18, 2026
Le ricadute economiche
L’isolamento forzato di questi 42 milioni di barili crea una pericolosa asimmetria sul mercato. Questo petrolio sarebbe venduto a prezzi bassi in un mercato incredibilmente affamato dove il petrolio fisico, quello vero, caricato sulle navi, si vende a prezzi elevatissimi.
| Indicatore | Prima del blocco (Pre-13 Aprile) | Attuale | Variazione stimata |
| Petroliere bloccate | 29 | 49 | +68% |
| Greggio in mare | ~25 milioni di barili | 42 milioni di barili | +65% |
| Operatività Kharg Island | Normale | Ferma | -100% |
Meno offerta disponibile significa inevitabilmente una pressione al rialzo sui prezzi globali dell’energia. La riduzione forzata in un mercato già attento ai tagli produttivi alimenta la volatilità, con un impatto diretto sui costi di produzione industriale. Il blocco è una tassa aggiuntiva che viene pagata da tutto il mondo. Anche se questo petrolio finisse solo in Cina, come era prima del blocco, comunque sarebbe della domanda in meno sui mercati internazionali.
L’efficacia del blocco dimostra che le leve commerciali rimangono uno strumento geopolitico potente. L’attuale amministrazione americana ha preferito le navi ai missili, ottenendo un blocco fisico dell’economia avversaria. Resta da capire fino a quando i mercati petroliferi potranno sopportare questo gioco di logoramento prima di scaricare i costi direttamente sui consumatori finali. Prima o poi questo sottile e debole equilibrio salterà.








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