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Il Pentagono si fa petroliere: società collegata alle Forze Armate USA subentra a cinesi e russi in Venezuela
Blitz della Casa Bianca: il Pentagono acquisisce il 35% della compagnia Nabep per estromettere Russia e Cina dal Venezuela, ma le condizioni dei giacimenti rendono l’estrazione una corsa a ostacoli.

Il dipartimento della Difesa americano entra direttamente nel capitale di una compagnia energetica per mettere le mani sulle riserve petrolifere del Venezuela e scalzare d’ufficio cinesi e russi. Un’operazione senza precedenti che modifica la mano del libero mercato e ridisegna la mappa strategica dell’energia. vedremo se l’operazione avrà anche un successo dal punto di vista industriale, in un ambiente effettivamente dalle profonde sfide.
L’accordo sancisce l’ingresso dell’Office of Strategic Capital del Pentagono nella North American Blue Energy Partners (Nabep), con una quota del 35%. L’azienda, basata alle Barbados e controllata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt, diventa il perno di una vera e propria nazionalizzazione all’americana.
La firma del segretario di Stato Marco Rubio e del segretario alla Guerra Pete Hegseth assegna a Washington diritti di controllo senza precedenti su diciassette concessioni, pari a 65 miliardi di barili di riserve stimate.
Gli Stati Uniti si garantiscono il 20% dell’estrazione al puro prezzo di costo, oltre a una prelazione sul restante 80%. Il paradosso economico è evidente: la patria del capitalismo privato statalizza una parte rilevante della filiera per soffiare i pozzi a giganti di Pechino come Sinopec e CNPC, oltre che a operatori russi.
Un cambio di guardia senza consenso popolare
Sul piano politico, l’operazione poggia su fondamenta molto fragili e recenti. Dopo l‘allontanamento di Nicolás Maduro e l’insediamento di Delcy Rodríguez a Caracas, Donald Trump ha tentato di coinvolgere i colossi americani del settore. Le grandi multinazionali, a eccezione di Chevron, hanno risposto con freddezza.
La memoria brucia ancora: le espropriazioni forzate dell’era di Hugo Chávez nel 2007 hanno lasciato ferite aperte. Nessun consiglio di amministrazione accorto intende rischiare capitali enormi sotto un esecutivo transitorio, percepito sul campo come una guida imposta dall’esterno e priva di legittimità elettorale.
Qualsiasi successore a Caracas potrebbe stracciare le concessioni da un giorno all’altro, accusando Washington di depredare le risorse nazionali. Ecco perché la partecipazione del Pentagono, che rassicura il settore, è così importante.

Pozzi d’estrazione del petrolio dal Bacino dell’Orinoco
I numeri dell’operazione Pentagono-Nabep
| Parametro | Dettaglio dell’accordo |
| Quota Pentagono | 35% di Nabep (tramite l’Office of Strategic Capital) |
| Giacimenti coinvolti | 17 concessioni totali (14 nuove, incluse aree ex Cina/Russia) |
| Riserve stimate | Circa 65 miliardi di barili |
| Condizioni fornitura | 20% della produzione a prezzo di costo agli USA; prelazione sull’80% |
| Capitale privato previsto | Fino a 100 miliardi di dollari |
| Infrastrutture pianificate | 52 impianti di trivellazione (23 già acquistati) |
Le barriere della realtà industriale
Nabep ha già acquistato 23 impianti di trivellazione negli Stati Uniti e ne prevede altri decine a breve. La società punta a raccogliere fino a 100 miliardi di dollari da investitori privati per ammodernare gli impianti. Ma il denaro, da solo, non scioglie il petrolio.
Il greggio della fascia dell’Orinoco è tra i più densi al mondo. Somiglia più al catrame che al petrolio convenzionale: per scorrere nelle condotte deve essere miscelato con diluenti chimici o trattato in appositi impianti di trasformazione, infrastrutture che in Venezuela sono oggi fatiscenti o del tutto distrutte.
A questo si aggiungono una rete elettrica nazionale a pezzi, guasti continui e una gravissima carenza di tecnici specializzati, fuggiti all’estero durante gli anni del collasso economico.
Secondo le proiezioni dell’agenzia indipendente Rystad Energy, la produzione venezuelana non raggiungerà i 2,3 milioni di barili al giorno prima del 2035, e per toccare i 3 milioni bisognerà attendere il 2050. A fronte di un consumo statunitense di oltre 20 milioni di barili al giorno, questo accordo non abbasserà i prezzi della benzina domani mattina. Riempire le riserve strategiche americane con questo greggio richiederà anni di investimenti pesanti e manutenzioni complesse.
Sul piano geopolitico Washington segna un punto netto contro Pechino e Mosca, cacciando le loro compagnie dal cortile di casa caraibico. Tuttavia, affidarsi a una società a partecipazione militare per estrarre risorse in un contesto privo di stabilità democratica assomiglia a una scommessa azzardata. L’amministrazione federale fa da garante contrattuale, ma senza stabilità reale sul territorio la redditività industriale rischia di rimanere intrappolata nel fango dell’Orinoco.







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