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Il patto tedesco si è spezzato: perché l’AfD vola in Sassonia-Anhalt
Il 43,8 per cento dell’AfD non è un’anomalia orientale, ma la rivolta di una Germania che si sente tradita dall’Europa costruita dai suoi stessi governi

Il 43,8 per cento ottenuto da Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt non è un incidente regionale. È la manifestazione più clamorosa della crisi del patto con il quale la Germania aveva trasferito una parte crescente della propria sovranità in cambio di prosperità, stabilità e sicurezza. Quel patto non mantiene più le sue promesse e l’AfD raccoglie le aspettative deluse.
I numeri non consentono minimizzazioni. In un Land di 2,12 milioni di abitanti, l’AfD ha più che raddoppiato il 20,8 per cento del 2021, mentre la CDU è precipitata dal 37,1 al 17,2. Con 39 seggi su 83, le mancano appena tre deputati per la maggioranza assoluta. L’affluenza è salita dal 60,3 al 77,8 per cento: non è stata l’astensione a gonfiare il risultato, ma una mobilitazione eccezionale.
Confinare il fenomeno nell’ex Germania orientale sarebbe rassicurante, ma sbagliato. Nel DeutschlandTrend di settembre l’AfD è accreditata del 27 per cento nell’intero Paese, sei punti davanti alla CDU/CSU. La Sassonia-Anhalt anticipa quindi, con maggiore intensità, una tendenza nazionale.
Per comprenderla bisogna tornare al riscatto della Repubblica federale dopo il 1945. Sconfitta in due guerre mondiali, divisa e privata di una politica di potenza autonoma, la Germania occidentale trovò nell’industria, nelle esportazioni e nella stabilità monetaria una nuova identità. Il marco trasformò la sconfitta in disciplina economica e l’umiliazione in affidabilità. La Francia aveva la forza nucleare; la Germania il Deutsche Mark.
La caduta del Muro e il disfacimento dell’Unione Sovietica resero possibile la riunificazione, ma alimentarono il timore di una Germania troppo forte nel cuore dell’Europa. La rinuncia al marco non derivò da un semplice baratto segreto, ma dalla necessità della Germania che, pur di tornare unita, accettava di legarsi più strettamente all’Europa abbandonando il simbolo del proprio riscatto.
Non lo fece a cuor leggero. L’euro avrebbe dovuto estendere la stabilità tedesca al continente, rafforzare il mercato unico e moltiplicare le opportunità di crescita. La sovranità monetaria veniva ceduta perché una maggiore integrazione prometteva maggiore benessere.
Il paradosso fu che la Francia pensava di europeizzare la Germania, mentre la Germania finì per germanizzare l’Europa. La Bce venne modellata sulla Bundesbank e la disciplina di bilancio divenne il cardine dell’unione monetaria. Berlino contribuì a scrivere quelle regole e ne fu la principale beneficiaria: l’euro favoriva le esportazioni, la Russia forniva energia economica e la Cina acquistava automobili, impianti e macchinari tedeschi.
I governi tedeschi considerarono permanenti condizioni eccezionali. Investirono poco nelle infrastrutture e nel digitale, legarono la competitività al gas russo, abbandonarono il nucleare senza un’alternativa altrettanto stabile e arrivarono in ritardo alla trasformazione dell’automobile. La Cina, da cliente, diventava concorrente.
Quando questi equilibri sono venuti meno, l’Unione europea non ha corretto il modello, ma lo ha gravato di nuovi vincoli. Alla promessa della prosperità si è sostituita una pedagogia del sacrificio: energia più cara, trasformazioni produttive imposte e nuove spese per famiglie e imprese in cambio di benefici sempre più incerti.
A questi errori si è aggiunta la trasformazione del centro tedesco. Dal 2013 la CDU ha governato per otto anni con la SPD; dal 2021 al 2024 socialdemocratici e Verdi hanno guidato con la FDP il governo Scholz; dal 2025 Friedrich Merz è tornato a dipendere dalla SPD. Per costruire maggioranze eterogenee, i partiti tradizionali hanno attenuato le proprie differenze e incorporato una parte crescente dell’agenda della sinistra e dei Verdi.
Le stesse alchimie si sono replicate nel Parlamento europeo. Il Green Deal è diventato la bandiera della Commissione von der Leyen, espressione del PPE, grazie all’intesa tra popolari, socialisti, liberali e, su molti provvedimenti, Verdi. Il centro ha così assunto decisioni associate alla sinistra ecologista: scadenze, divieti e tecnologie stabiliti politicamente, senza prima garantire energia competitiva, infrastrutture e protezione dalla concorrenza estera.
Non è la tutela dell’ambiente ad avere provocato la crisi tedesca, ma la pretesa di realizzare la transizione soprattutto per via normativa e con principi esclusivamente ideologici. Nel 2025 la produzione manifatturiera è diminuita per il terzo anno consecutivo, con un calo dell’1,3 per cento. Energia costosa, burocrazia, ritardi tecnologici e concorrenza asiatica hanno agito insieme. A lavoratori e imprenditori viene chiesto di finanziare una trasformazione senza sapere quali industrie e posti di lavoro resteranno.
Qui si trova la chiave dell’evoluzione dell’AfD. Il partito nacque nel 2013 non nelle periferie sociali, ma nell’accademia. Tra i fondatori figuravano economisti, giuristi e professori universitari, come Bernd Lucke, che contestavano l’architettura dell’euro, i salvataggi finanziari e la sottrazione delle decisioni economiche al confronto democratico.
Era un partito d’élite, con un linguaggio tecnico e una critica elaborata nelle università. Ma le distorsioni denunciate sul piano teorico si sono materializzate: energia più cara, industrie in difficoltà, perdita di potere d’acquisto, servizi impoveriti e decisioni assunte da istituzioni lontane.
L’AfD è così scesa dall’accademia nella società. Si è tolta l’abito del partito dei professori e ha adottato il linguaggio di lavoratori, pensionati, piccoli imprenditori e di un ceto medio impaurito dal declassamento. La critica monetaria si è estesa all’immigrazione, alla transizione energetica, alla guerra e alla difesa dell’interesse nazionale.
Elettoralmente conta che l’AfD sia riuscita a presentarsi come l’unica forza disposta a rappresentarne costi e paure. Gli altri partiti parlano di obiettivi europei; l’AfD delle conseguenze su stipendi, bollette, fabbriche e comunità locali.
Mentre le maggioranze di Berlino e Bruxelles approvavano politiche spesso costose o inefficaci, l’AfD restava fuori dal perimetro decisionale. Il cordone sanitario, presentato come difesa delle istituzioni, ne ha mostrato la debolezza politica: l’incapacità di contrastare il partito attraverso i risultati e il confronto, affidandosi invece alla sua esclusione.
L’AfD ha così conservato il monopolio dell’opposizione senza rispondere delle decisioni contestate. Ogni fallimento delle coalizioni che la escludevano confermava le sue denunce. Il cordone sanitario ha protetto nel breve gli equilibri istituzionali, ma nel lungo le ha regalato il vantaggio dell’estraneità.
È plausibile che un coinvolgimento nelle responsabilità di governo ne avrebbe appannato il profilo antisistema. Il confronto con l’Italia è significativo: Lega e Movimento 5 Stelle, entrati nel governo Draghi, hanno pagato elettoralmente la partecipazione a politiche incompatibili con parte delle promesse precedenti. L’AfD ha evitato quel logoramento ed ha raccolto sempre più consensi.
La specificità orientale ha accelerato il processo senza crearlo. I cittadini dell’ex DDR avevano già sperimentato una trasformazione decisa altrove: la scomparsa di uno Stato e di una moneta, la chiusura di imprese, la perdita delle élite locali e l’emigrazione verso Ovest. Ma oggi la paura della deindustrializzazione non riguarda soltanto Magdeburgo e Halle: riguarda anche Wolfsburg, Stoccarda e la Ruhr.
Anche l’immigrazione si è inserita nella stessa frattura. Nel 2015 il grande afflusso di richiedenti asilo venne presentato come un imperativo morale, mentre gli effetti ricadevano su comuni, scuole, abitazioni e servizi sociali.
La guerra in Ucraina ha completato il quadro. L’invasione russa e la conseguente rottura con Mosca hanno eliminato una base energetica dell’industria tedesca mentre Berlino completava l’uscita dal nucleare. Nell’Est pesano inoltre il timore dell’escalation e una diversa relazione storica con la Russia. In Sassonia-Anhalt il 57 per cento degli elettori condivide la richiesta dell’AfD di interrompere le forniture di armi all’Ucraina.
Il partito non raccoglie più soltanto protesta. All’AfD viene ormai attribuita competenza su economia, lavoro, energia e pace. È risultata prima in tutte le fasce d’età, ha raggiunto il 41 per cento tra gli under 25 e sull’economia ha superato persino la CDU. L’87 per cento degli elettori del Land è insoddisfatto del governo federale.
La Germania aveva rinunciato al marco perché l’Europa avrebbe dovuto proteggere la prosperità raggiunta. Si ritrova esposta a stagnazione, energia costosa, immigrazione non governata, crisi industriale e guerra. La responsabilità non è soltanto di Bruxelles: furono spesso i governi tedeschi a promuovere quelle decisioni, salvo poi presentarle in patria come obblighi europei.
L’AfD non ha creato questa contraddizione. L’ha riconosciuta prima degli altri, le ha dato un linguaggio popolare e oggi ne raccoglie i frutti. Se Berlino e Bruxelles continueranno a rispondere alla perdita di consenso con nuove imposizioni e coalizioni costruite per escluderla, la Sassonia-Anhalt non resterà un’eccezione. Sarà l’anticipazione di ciò che una parte crescente della Germania ha già cominciato ad ascoltare. E il resto dell’Europa la seguirà!
Antonio Maria Rinaldi







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