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Il paradosso polacco: Tusk lotta contro la “Polexit”, ma il terreno su cui si gioca la partita è già minato

Perché la battaglia di Tusk contro la Polexit è più fragile di quanto sembri: PiS al 25%, le due Konfederacja oltre il 10% e un referendum tutt’altro che scontato.

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La Polonia è tornata a essere il laboratorio d’Europa. Non per la sua crescita economica, che pure resta robusta, né per la sua posizione strategica sul fianco orientale della NATO. Il terreno di scontro è un altro: la possibile uscita del Paese dall’Unione Europea, la cosiddetta “Polexit”. Donald Tusk ha annunciato una “battaglia senza quartiere” contro questa prospettiva, ma la realtà politica che emerge dai sondaggi racconta una storia più complessa — e per certi versi più inquietante — di quanto la retorica del premier lasci intendere.

La scintilla è stata una dichiarazione di Jarosław Kaczyński, leader del PiS, che ha paventato la necessità di avviare negoziati sulle condizioni di un’eventuale recesso dall’UE qualora Bruxelles non accetti una riforma radicale dei trattati. Kaczyński ha chiesto l’abolizione della Commissione europea — definita “un organismo molto dannoso che non dovrebbe esistere” — e un nuovo accordo tra gli Stati membri. Se queste richieste non verranno soddisfatte, ha aggiunto, “l’attuale trattato UE stabilisce le condizioni per l’uscita di un Paese dall’Unione”. Parole pesanti, che Tusk ha immediatamente bollato come un annuncio di negoziati per la Polexit, qualcosa che lo ha fatto infuriare, insieme a tutti gli europeisti.

Fin qui, la cronaca. Ma il punto è un altro, e riguarda la struttura del consenso in Polonia. L’attenzione mediatica si concentra sul duello tra PiS e Piattaforma Civica (PO), ma questa è una rappresentazione fuorviante. I dati disponibili indicano che il PiS, pur essendo dato in seconda posizione, si attesta intorno al 25% dei consensi. La coalizione guidata da Tusk supera invece il 30%. Sulla carta, il premier avrebbe quindi la meglio. Ma la carta non vota.

Il vero terremoto politico si nasconde nelle retrovie. Due formazioni — Konfederacja e Konfederacja Korony Polskiej (KKP) — superano stabilmente la soglia del 10% e sono entrambe più dure e radicali del PiS sulla questione europea. La KKP, in particolare, fa capo all’europarlamentare Grzegorz Braun, una figura che ha fatto della contestazione frontale alle istituzioni europee il proprio marchio di fabbrica. Questi partiti non si limitano a chiedere una riforma dell’UE: ne mettono in discussione la stessa legittimità. E, cosa ancora più rilevante, appoggerebbero senza riserve le posizioni di Kaczyński qualora si arrivasse a un confronto diretto con Bruxelles.

È qui che il ragionamento di Tusk mostra la corda. Il premier può condurre una “battaglia strenua” contro la Polexit, ma quella battaglia rischia di essere combattuta su un campo di gioco che non controlla. La frammentazione dell’opposizione non è un fattore che lo favorisce: al contrario, essa sposta costantemente l’asse del dibattito pubblico verso posizioni sempre più euroscettiche. Il PiS, in altre parole, non ha bisogno di vincere le elezioni per imporre la propria agenda sull’Europa: gli basta che il fronte a lui favorevole — che include le due Konfederacja — sia abbastanza ampio da rendere impraticabile qualsiasi alternativa.

E veniamo al punto decisivo, quello che la narrazione dominante tende a rimuovere: un referendum sulla Polexit non sarebbe affatto scontato. I sondaggi sull’adesione all’UE mostrano una maggioranza favorevole alla permanenza, ma si tratta di una maggioranza che si aggira intorno al 53-70%, a seconda delle rilevazioni, con una quota di contrari che oscilla tra il 15% e il 25%. In un contesto di campagna referendaria, con un’opposizione radicale capace di mobilitare l’elettorato più arrabbiato e con un governo che dovesse gestire una fase di crisi economica o politica, quel 25% potrebbe facilmente espandersi. La storia recente — dalla Brexit in poi — insegna che i referendum non si perdono o si vincono sulla base dei sondaggi pre-campagna, ma sulla capacità di trasformare la rabbia in consenso.

Il paradosso, dunque, è questo: Tusk si prepara a combattere una guerra contro la Polexit, ma il suo esercito è diviso, il nemico è più radicale di quanto appaia e il terreno su cui si combatterà — un eventuale referendum — è tutt’altro che favorevole. La “battaglia senza quartiere” rischia di trasformarsi in una battaglia di retroguardia. E mentre Varsavia si divide, Bruxelles osserva. Con un interesse che non è affatto neutrale.

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