Economia
Il Made in Italy cambia il conto: l’Italia ha più forza di quanto si racconti
C’è un’Italia che continua a essere raccontata come un problema e un’altra che vende, investe, conquista
clienti e accumula credibilità. La distanza fra queste due immagini è il punto politico del saggio di Marco
Fortis, “Italy, Growth and Public finance. A double paradigm shift”, pubblicato come Working Paper 3/2026
del CRANEC dell’Università Cattolica e riproposto il 15 ottobre da Aspen Institute Italia. La sua tesi merita
attenzione perché mette in relazione due elementi troppo spesso discussi separatamente: la capacità di
produrre ricchezza e quella di governare i conti.
La parte più convincente comincia dalle fabbriche. Fortis presenta un’elaborazione su dati Istat disaggregati
che aiuta a capire chi sostiene davvero le esportazioni manifatturiere. Nel 2024 le imprese italiane con un
numero di addetti compreso fra 50 e 1.999 hanno esportato per 307 miliardi di euro, circa il 71% del totale
del settore. È qui che si concentra una parte decisiva della potenza industriale nazionale: aziende abbastanza
strutturate per innovare e raggiungere mercati lontani, con specializzazioni che consentono loro di
competere anche con gruppi molto più grandi.
Il confronto è eloquente. Nel perimetro manifatturiero considerato dal saggio, le esportazioni italiane del
2024 raggiungono 431 miliardi, contro i 343 della Francia e i 230 della Spagna. Le sole imprese italiane con
almeno 50 addetti arrivano a 370 miliardi: superano dunque l’intero valore francese. La questione della
dimensione aziendale resta seria, soprattutto per chi deve finanziare ricerca e crescita. Ma questi numeri
obbligano a guardare meglio dentro il sistema produttivo prima di liquidarlo con la formula del nanismo.
Anche il Made in Italy va osservato per quello che è diventato. Alla moda, all’arredo, alla meccanica e
all’agroalimentare si affiancano farmaceutica, cosmetica, nautica, navi da crociera e aerospazio. La varietà
delle produzioni, dei mercati di destinazione e delle imprese esportatrici costituisce, nell’analisi di Fortis, una
protezione contro gli shock. Quando un comparto rallenta, altri possono sostenere il risultato complessivo.
Questa capacità di adattamento ha un valore particolare in un commercio mondiale esposto a dazi, conflitti
e cambiamenti delle filiere.
In questo scenario si inserisce anche il lavoro del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che proprio con Fortis ha presentato ad aprile un rapporto sulle nuove sfide dell’industria italiana. Sul piano operativo, il Mimit punta soprattutto sugli investimenti: con il nuovo Piano Transizione 5.0, a giugno, erano già state prenotate in dieci giorni iniziative per 1,25 miliardi di euro. Innovazione, efficienza energetica e semplificazioni sono gli strumenti con cui il governo cerca di accompagnare la forza dell’export, senza darla per scontata.
Il sorpasso sul Giappone offre la misura del percorso. Secondo i dati Wto riportati nel saggio, nei dodici mesi
fra luglio 2025 e giugno 2026 le esportazioni italiane di merci hanno raggiunto 767 miliardi di dollari, contro i
761,6 giapponesi. È un confronto in valore e su un periodo mobile, da leggere anche alla luce dei cambi.
Resta un risultato di rilievo per un Paese che compete con un’economia dalla popolazione circa doppia. Nel
confronto sulle posizioni mondiali Fortis esclude Paesi Bassi e Hong Kong per il peso del commercio di
transito: una precisazione necessaria per comprendere il quarto posto conteso con Tokyo e Seul.
Questa forza non autorizza però a confondere le esportazioni con l’intera spiegazione della crescita. Fortis lo
chiarisce: la ripresa italiana ha beneficiato delle costruzioni, dei servizi e della domanda interna, mentre il
contributo della domanda estera netta è stato talvolta negativo. Il Pil reale, fra l’ultimo trimestre del 2019 e
il secondo del 2026, è cresciuto dell’8,7%, più di Francia, Regno Unito e Germania, ma meno di Stati Uniti e Canada. È un bilancio favorevole del periodo, che non cancella il rallentamento successivo al rimbalzo e
lascia aperta la sfida della produttività.
Dentro questa ripresa c’è anche il Mezzogiorno. Il saggio indica una crescita del Pil meridionale dell’8,3% fra
il 2019 e il 2025, superiore a quella delle altre macroaree, precisando che il dato finale è ancora preliminare.
Fortis richiama Industria 4.0, Pnrr e Zes unica fra gli strumenti che possono dare al Sud un ruolo maggiore
nello sviluppo nazionale. La conseguenza politica è concreta: risorse e semplificazioni vanno misurate sulla
capacità di far partire investimenti, collegare territori e creare occupazione duratura. Il recupero meridionale
acquista solidità quando diventa capacità produttiva.
Qui si incontra il secondo cambiamento: la finanza pubblica. Fortis sottolinea il ritorno dell’Italia all’avanzo
primario nel 2024, unico caso nel G7 in quell’anno. Significa che le entrate superano le uscite al netto degli
interessi; il disavanzo complessivo rimane e il debito resta elevato. Ma la direzione ha un peso, soprattutto
nel confronto con economie nelle quali si allargano insieme squilibri di bilancio e instabilità politica.
È in questo quadro che la prudenza di Giorgetti trova una ragione economica. Per un Paese molto indebitato,
la credibilità costruita nel tempo può contenere il costo dei nuovi finanziamenti e allargare gradualmente le
possibilità di intervento. La stabilità del governo Meloni contribuisce, secondo la lettura di Fortis, a
rassicurare gli investitori sulla continuità del percorso. Il merito politico sta nel consolidare questa fiducia e
nell’utilizzarla per sostenere investimenti e lavoro. La trasformazione produttiva descritta nel saggio
attraversa più governi: riconoscerlo rende più credibile anche la valutazione dei risultati attuali.
C’è infine un dato che restituisce un’immagine più completa della solidità italiana. Alla fine del primo
trimestre 2026 la posizione patrimoniale netta verso l’estero, secondo il report, era positiva per 351,2
miliardi di euro, il 15,5% del Pil. Il Paese nel suo insieme deteneva dunque attività finanziarie estere superiori
alle passività verso il resto del mondo. Questo patrimonio non paga automaticamente il debito dello Stato,
ma aiuta a comprendere perché valutare l’Italia soltanto attraverso il suo debito pubblico restituisca un
quadro incompleto.
La lezione del lavoro di Fortis è soprattutto un invito a cambiare le priorità del dibattito. Energia a costi
competitivi, infrastrutture, formazione tecnica e incentivi utilizzabili decidono quanto a lungo le imprese
potranno difendere i risultati raggiunti. Anche in Europa l’Italia può far valere con maggiore determinazione
il peso delle proprie filiere e chiedere regole compatibili con gli investimenti industriali. Una manifattura
capace di conquistare mercati ha bisogno di una politica che ne comprenda il valore. Il Made in Italy offre già
una base concreta alla fiducia nel Paese. Ora quella fiducia deve tradursi in condizioni migliori per produrre,
assumere e crescere.








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