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Il Kenya dice “No” agli Stati Uniti: bloccato il centro di quarantena per l’Ebola. La sindrome “NIMBY” di Washington

L’Alta Corte del Kenya blocca gli Stati Uniti: vietata l’apertura di un centro di quarantena per americani esposti all’Ebola. La dura reazione locale contro le politiche di Washington e le parole di Marco Rubio.

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La gestione delle emergenze sanitarie internazionali torna a scontrarsi con la sovranità nazionale e il buon senso politico. L’Alta Corte del Kenya ha infatti temporaneamente bloccato il piano del governo di Nairobi che avrebbe permesso agli Stati Uniti di aprire un centro di quarantena per cittadini americani esposti a un raro ceppo del virus Ebola.

La struttura, da 50 posti letto, avrebbe dovuto aprire i battenti presso la base aerea di Laikipia, a circa 200 chilometri a nord della capitale. L’obiettivo? Ospitare il personale americano di ritorno dai vicini focolai in Uganda e Repubblica Democratica del Congo (RDC), tenendolo ben lontano dal suolo statunitense.

Ma il piano ha scatenato una dura reazione nel Paese africano, dimostrando che i tempi in cui gli aiuti esteri compravano il silenzio assoluto sono forse giunti al termine.

“Se è pericoloso per l’America, lo è anche per il Kenya”

Il cuore della questione non è medico, ma squisitamente politico e diplomatico. Gli Stati Uniti, cercando di proteggere i propri confini, hanno tentato di esternalizzare il rischio sanitario.

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato chiarissimo durante una recente riunione di gabinetto, delineando una linea dura e senza compromessi: “Non possiamo e non permetteremo che alcun caso di Ebola entri negli Stati Uniti”.

Una dichiarazione che ha il pregio della trasparenza, ma che inevitabilmente solleva una domanda tra i cittadini kenioti: se il virus è troppo pericoloso per varcare i confini americani, perché dovrebbe essere accolto in Kenya?

L’opposizione locale è stata rapida e feroce, guidata dall’Istituto Katiba (un gruppo per i diritti civili) e dal sindacato dei medici kenioti (KMPDU). Davji Bhimji Attelah, segretario generale del KMPDU, ha espresso il sentimento di molti accusando il governo di voler barattare la biosicurezza nazionale in cambio di aiuti economici. Gli Stati Uniti, infatti, avevano promesso 13,5 milioni di dollari per la preparazione all’Ebola in Kenya.

Le parole del sindacato non lasciano spazio a dubbi:

  • “Non staremo a guardare mentre il Kenya viene trattato come una colonia di contenimento per un agente patogeno letale che non abbiamo generato”.

  • “Non tollereremo un modello sanitario di apartheid sul suolo keniota”.

I dati della crisi e il contesto internazionale

La preoccupazione keniota è più che fondata. L’Ebola è un virus devastante. Causa danni catastrofici ai vasi sanguigni, al sistema immunitario e agli organi, con un tasso di mortalità che oscilla tra il 25% e il 90%, a seconda del ceppo e delle cure disponibili.

La situazione nei Paesi vicini è in rapida evoluzione. Ecco un quadro riassuntivo dei dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS):

AreaCasi SospettiDecessi SospettiCasi Confermati
Repubblica Democratica del Congo906223125
Uganda9

Nota: Tra i casi confermati nei due Paesi si registrano attualmente 18 decessi.

Un’idea contrastata

Il Segretario di Stato Marco Rubio è stato chiaro, durissimo: nessun cittadino statunitense ammalato di Ebola sarà più trasportato negli USA. Per ora si cerca di farli curare in Europa, mentre la pressione sugli stati africani è per fare in modo che i malati, anche stranieri e americani, vengano curati in loco. L’ebola non è di facile diffusione,, richiede contatto diretto per il contagio, ma sta anche diventando uno spauracchio per i vari governi.

Anche all’interno degli Stati Uniti non sono mancate le critiche. Alcuni funzionari della sanità pubblica americana hanno condannato l’idea di confinare i propri concittadini all’estero. Un medico d’urgenza ha definito la mossa come una “drammatica abdicazione a ciò che dobbiamo ai nostri stessi cittadini”.

Nessuno si piega all’insicurezza

La decisione dell’Alta Corte del Kenya di bloccare temporaneamente la struttura – e di vietare l’ingresso a chiunque sia stato infettato o esposto all’Ebola in attesa della sentenza definitiva – segna un punto a favore della tutela della salute pubblica locale rispetto alle pressioni internazionali.

È la fine della logica per cui un Paese in via di sviluppo debba farsi carico dei problemi che le superpotenze non vogliono gestire in casa propria. Il caso di Laikipia rimarrà un esempio di come il diritto alla sicurezza sanitaria non abbia nazionalità, e di come i confini di un Paese africano meritino la stessa blindatura di quelli americani invocata da Rubio.

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