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Il grande ritorno in Venezuela: Repsol ed Eni si assicurano il greggio sudamericano mentre il Medio Oriente frena

Dopo il cambio di regime, l’Europa torna a fare il pieno in Sudamerica. Repsol ed Eni rilanciano la produzione in Venezuela per aggirare le crisi del Medio Oriente. Tutti i numeri dell’accordo.

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Mentre i riflettori mediatici si concentrano sulle perduranti tensioni e sui parziali blocchi logistici in Medio Oriente, nel silenzio pragmatico che caratterizza le vere mosse geostrategiche, l’Europa sta tornando a blindare i propri approvvigionamenti energetici. Il teatro di questa operazione è il Venezuela, un Paese che, dopo il cambio di regime dello scorso gennaio, sta rapidamente riaprendo le sue sterminate riserve al capitale e all’industria occidentale.

Il pragmatismo europeo, spesso offuscato da narrazioni puramente idealistiche, riemerge quando si tratta di alimentare l’economia reale. Senza energia a basso costo, l’industria manifatturiera continentale si ferma. In questo quadro si inseriscono le recenti, decisive mosse di Repsol ed Eni.

L’offensiva spagnola: Repsol triplica le ambizioni

La compagnia spagnola Repsol, già il maggiore operatore europeo nel Paese, ha firmato un accordo strategico con il governo di Caracas e la compagnia di Stato PDVSA per assumere il controllo operativo della joint venture Petroquiriquire. L’operazione segue di pochi giorni il riassetto strategico dell’americana Chevron ed è stata resa possibile dalle licenze generali emesse dall’OFAC (il Dipartimento del Tesoro USA).

Gli obiettivi di Repsol (che detiene il 40% del consorzio contro il 60% di PDVSA) sono chiari e misurabili:

  • Produzione attuale: circa 45.000 barili di petrolio al giorno (bpd).
  • Target a 12 mesi: incremento dell’output del 50%.
  • Target a 36 mesi: triplicare la produzione attuale. Con 135 mila barili inizieremo a vedere dei risultati pesanti.

L’accordo espande inoltre il perimetro d’azione, includendo i giacimenti di Tomoporo e La Ceiba, confermando la volontà di Madrid di capitalizzare la sua ininterrotta presenza nel Paese dal 1993.ù

Eni muove in silenzio (ma muove i barili)

Se la Spagna firma accordi quadro, l’Italia non resta a guardare. Senza fanfare mediatiche, Eni ha appena terminato il carico di un milione di barili di greggio pesante venezuelano. La petroliera Front Cruiser, battente bandiera delle Isole Marshall, è salpata dal terminal di Jose con destinazione Spagna.

Si tratta del primo carico diretto per il Cane a Sei Zampe da quasi due anni a questa parte. Sebbene le grandi trading house come Trafigura e Vitol stiano gestendo la fetta principale dell’export venezuelano nell’ambito degli accordi fornitura siglati da Washington e Caracas all’inizio dell’anno, i partner storici di PDVSA stanno riassumendo un ruolo operativo diretto.

Le ricadute economiche: il realismo vince sempre

Da un punto di vista macroeconomico, la mossa è da manuale. L’Europa ha un disperato bisogno di diversificare le fonti di approvvigionamento di idrocarburi per stabilizzare i costi di produzione della propria industria, pesantemente colpiti dalle incertezze mediorientali.

Il ritorno degli operatori europei in Venezuela rappresenta un’iniezione di capitale tecnico in infrastrutture usurate, ma garantisce all’Europa flussi costanti fuori dalle strozzature di Suez o dello Stretto di Hormuz. Questa mossa è anche gradita agli USA che, in questo modo, riescono a stabilizzare economicamente un paese che ora ritengono nuovamente vicino ed affidabile. Bisogna ora vedere se la produzione petrolifera riuscirà veramente a triplicare grazie al ritorno delle major europee.

L’autore Fabio Lugano è laureato con il massimo dei voti alla Bocconi , è un esperto di mercati, criptovalute e intelligenza artificiale. In passato è stato consulente al Parlamento Europeo e al Ministero per gli Affari Europei. Oggi aiuta le aziende a creare piani di sviluppo per l’innovazione tecnologica e per l’energia. Linkedin a questo link

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