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Il grande freddo sul bando al petrolio russo: Bruxelles mette la retromarcia (e riscopre l’oleodotto Druzhba)
L’Europa frena sul petrolio russo: la Commissione rimuove il bando dall’agenda di primavera. Tra veti incrociati e la necessità di riparare l’oleodotto Druzhba, la sovranità energetica può attendere.

C’era una volta il “Green Deal” e c’era, soprattutto, la ferma volontà di chiudere i rubinetti energetici di Mosca. Oggi, però, tra i corridoi della Commissione Europea spira un’aria diversa, decisamente più pragmatica e meno incline ai proclami di rottura definitiva. Il bando totale alle importazioni di petrolio russo, atteso con enfasi quasi messianica per la metà di aprile, è ufficialmente scivolato fuori dall’agenda dell’Esecutivo UE, come riportato da Euractiv.
Nonostante le rassicurazioni di facciata della portavoce Anna-Kaisa Itkonen – la quale ribadisce l’impegno di Bruxelles pur ammettendo di non avere più una data certa – il messaggio politico è chiaro: la priorità di colpire l’energia del Cremlino è stata declassata.
Un rinvio che sa di stallo
L’agenda provvisoria della Commissione ora corre fino a fine maggio senza traccia della proposta legislativa per il bando del petrolio russo. Se ne riparlerà, forse, a giugno. Ma cosa è cambiato?
Il problema, come spesso accade nell’Unione, è il divario tra la teoria dei regolamenti e la pratica della realpolitik economica. Mentre il gas russo dovrebbe sparire dai radar entro il 2027 (secondo la legge già adottata), il petrolio si sta rivelando un nodo molto più difficile da sciogliere, specialmente per le economie dell’Europa centrale.
I numeri della discordia
La situazione attuale vede un’Europa frammentata tra chi ha già diversificato e chi, per ragioni geografiche e infrastrutturali, non può o non vuole farlo. I paesi dell’Est si trovano in una situazione complessa, fra quelli che si oppongono durissimamente al bando del petrolio di Mosca a quelli che possonmo trattare, ad alcuni che hanno delle soluzioni alternative. Ecco la situazione:
| Stato Membro | Posizione attuale | Note tecniche |
| Ungheria | Opposizione netta | Dipendenza strutturale dall’oleodotto Druzhba. |
| Slovacchia | Opposizione netta | Utilizza il diritto di veto sulle sanzioni commerciali. |
| Bulgaria | Astensione | Posizione attendista sulla diversificazione. |
| Altri 4 Stati | Pro-attivi | Gli unici ad aver presentato piani di diversificazione entro il 1° marzo. |
Il paradosso del Druzhba: dall’embargo alla riparazione
La vera ironia della vicenda risiede nel destino dell’oleodotto Druzhba (che in russo significa “Amicizia”). Dopo tre anni di tagli progressivi e retorica sull’indipendenza energetica, il bando non è più in cima alla lista delle priorità. Anzi, si è passati dalle minacce di chiusura alle discussioni sulla sua riparazione.
Il Druzhba, che attraversa l’Ucraina per servire l’Europa centrale, è diventato il baricentro di uno scontro diplomatico che vede Budapest e Bratislava contrapposte a Bruxelles e Kiev. Le due capitali hanno persino bloccato un prestito di emergenza all’Ucraina, condizionandolo alla ripresa regolare del transito del greggio.
Perché il bando vacilla?
Da un punto di vista economico, la Commissione si scontra con la realtà dei costi di transizione. Imporre un bando per via legislativa (a maggioranza qualificata) anziché tramite sanzioni (che richiedono l’unanimità) era il trucco procedurale pensato per aggirare i veti di Orbán. Tuttavia:
- Mancanza di piani alternativi: Solo 4 Stati su 27 hanno presentato piani concreti di diversificazione entro la scadenza del 1° marzo.
- Sicurezza degli approvvigionamenti: Senza infrastrutture alternative pronte, un taglio forzato rischierebbe di generare shock dal lato dell’offerta, alimentando l’inflazione in un momento di fragilità economica per l’Eurozona. Soprattutto ora con il petrolio mediorientale in forse a causa della chiusura dello stretto di Hormuz.
In conclusione, la “scelta strategica” di non importare energia russa resta un dogma verbale, ma la realtà dei fatti ci dice che l’Europa non è ancora pronta a staccare la spina. Il petrolio di Mosca, per ora, continua a scorrere, e le scartoffie di Bruxelles possono aspettare l’estate. O forse, più probabilmente, il prossimo autunno.








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