AutomotiveEconomia
Il crollo delle Ferrari ibride: i collezionisti fuggono dalle batterie e riscoprono il rombo dei V8 e V12

Nei piani alti dell’automobilismo mondiale sta accadendo qualcosa che i pianificatori della transizione verde non avevano previsto. Mentre i grandi marchi investono cifre colossali per elettrificare i propri modelli di punta, i veri compratori stanno voltando le spalle alla spina.
I dati di mercato rivelano una tendenza drastica: le supercar ibride subiscono una pesante svalutazione, mentre i vecchi modelli con motori a benzina tradizionali vedono i propri prezzi salire alle stelle.
La grande ritirata dalla tecnologia verde
Per anni il mercato ha cercato di convincere gli appassionati che il futuro delle prestazioni risiedesse nell’unione tra cavi elettrici e benzina. Tutta la modernità dell’ibrido si sta però scontrando con una realtà molto più prosaica: chi spende centinaia di migliaia di euro non vuole guidare un elettrodomestico ricaricabile, ma cerca un’opera d’arte meccanica.
A certificare questo divario è una recente analisi della banca d’affari Goldman Sachs, guidata dall’esperto del settore Christian Frenes. I numeri mostrano una vera e propria spaccatura tra due mondi.
Da inizio 2025 a oggi, le Ferrari ibride usate hanno perso il 13,1% del loro valore. Nello stesso arco di tempo, i modelli tradizionali a combustione pura hanno registrato un incremento del 16,4%. La forbice si è allargata ulteriormente in estate: mentre i listini delle ibride continuano a scendere, i vecchi motori termici hanno segnato un balzo mensile del 10,4%.
In generale l‘indice del valore residuo delle Ferrari è salito del 5,8% ad agosto e del 13,8% rispetto a un anno fa, raggiungendo quota 102,25. Si tratta di un nuovo massimo dopo
Il confronto tra i mercati internazionali
La fame di motori V8 e V12 tradizionali si concentra soprattutto negli Stati Uniti, dove i compratori pur di accaparrarsi gli ultimi modelli classici pagano cifre nettamente superiori alla media mondiale.
| Paese | Variazione mensile prezzi usati | Andamento del mercato |
| Stati Uniti | +10,0% | Forte richiesta di V8 e V12 dismessi (+36% e +30% rispetto al resto del mondo) |
| Gran Bretagna | +4,6% | Crescita spinta solo da serie speciali; prezzi dei modelli standard in calo |
| Italia | +1,5% | Salita costante e prudente sui modelli da collezione |
| Giappone | +1,3% | Mercato solido con preferenza netta per i motori aspirati |
| Germania | +0,9% | Tenuta conservativa con cautela sulle nuove tecnologie |
Il timore dei costi di riparazione e dell’invecchiamento precoce
Dietro questa fuga dai modelli moderni ci sono ragioni economiche estremamente concrete. Una vettura classica può durare decenni: la sua manutenzione richiede perizia artigianale, metallo e pezzi di ricambio riproducibili.
Un’auto ibrida moderna mette insieme motori a benzina spinti al limite, batterie ad alto voltaggio, sofisticati inverter e complessi circuiti di raffreddamento. Con il passare degli anni, il rischio di guasti elettronici aumenta in modo esponenziale.
Nessun collezionista desidera ritrovarsi tra dieci anni con un pacco batterie esaurito, ricambi introvabili e fatture di riparazione astronomiche che superano il valore stesso del veicolo. La complessità tecnologica, che doveva rappresentare il punto di forza dell’auto moderna, si trasforma nel suo peggior nemico patrimoniale.
La musica del motore batte il silenzio delle batterie
C’è poi un fattore emotivo che nessuna scheda tecnica può quantificare. Chi compra una vettura con il Cavallino Rampante cerca il suono inconfondibile di un otto cilindri o il canto del dodici cilindri aspirato da 6,5 litri, come quello che equipaggia la 812 GTS.
Le quotazioni di questi modelli salgono senza sosta, mentre sportive ibride tecnologicamente avanzatissime come la SF90 Stradale faticano a trovare acquirenti con la stessa facilità.
La recente presentazione della prima vettura interamente elettrica di Maranello, battezzata “Luce”, ha sortito l’effetto opposto a quello sperato dal marketing. Invece di stimolare l’entusiasmo per il nuovo corso, ha spaventato i fedelissimi del marchio, innescando una corsa all’acquisto degli ultimi modelli termici considerati ormai beni rifugio non riproducibili.
L’Italia vince sul lusso britannico
Il confronto tra i costruttori mostra un quadro altrettanto netto. L’indice di Goldman Sachs relativo all’andamento dei prezzi dell’usato tra i marchi sportivi di lusso posiziona le aziende italiane al vertice:
- Ferrari (indice 114): guida la classifica grazie al traino dei V8 e V12 tradizionali;
- Lamborghini (indice 109): tiene ottimamente il valore puntando sulla solidità della tradizione meccanica;
- Rolls-Royce (indice 105) e Bentley (indice 103): mostrano una crescita debole, appesantita proprio dalla svalutazione delle rispettive versioni ibride;
- Aston Martin (indice 102): registra quotazioni piatte;
- McLaren (indice 96): scivola in territorio negativo, penalizzata dal disinteresse dei collezionisti.
Il verdetto del capitale reale
I costruttori d’élite si trovano ora davanti a un dilemma industriale. Spinti dalle normative sulle emissioni, hanno sviluppato auto ricche di tecnologia che la loro clientela più facoltosa non desidera.
Il mercato secondario sta dimostrando che la vera ricchezza cerca beni durevoli, affidabili e capaci di conservare l’emozione originaria nel tempo. Per gli investitori, il verdetto è già scritto: l’odore della benzina e il suono puro dei cilindri valgono molto più di qualunque spina elettrica.








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