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Il centrodestra non ha padroni
Governare non conferisce il diritto esclusivo di stabilire confini, valori e appartenenze di un’intera area politica

Ogni forza politica ha il diritto di rivendicare un’identità. Nessuna può pretenderne l’esclusiva. Il problema nasce quando un partito non si limita a dichiararsi di destra, di centro o di sinistra, ma si proclama interprete unico e autentico di quella tradizione, negando agli altri persino la legittimità di riconoscervisi.
È la pretesa di trasformare un’appartenenza in una proprietà, come se le grandi culture politiche fossero marchi registrati, affidati per sempre alla custodia di chi li occupa in un determinato momento storico. Ma le idee non si brevettano. Un partito può diventare il principale rappresentante di un’area; non può identificare la parte con il tutto, né acquisire un diritto perpetuo su valori, programmi ed elettori.
Destra, centro e sinistra sono categorie storiche prima ancora che elettorali. Il loro significato muta insieme alla società. Quarant’anni fa la destra richiamava un determinato rapporto tra autorità e libertà, nazione e Stato, proprietà e ordine sociale. La sinistra si identificava soprattutto con la rappresentanza del lavoro, l’uguaglianza sostanziale e la protezione sociale. Il centro, specialmente nell’esperienza italiana, non era una semplice collocazione intermedia, ma una cultura legata al popolarismo, alla solidarietà, alla mediazione e ai corpi intermedi.
La globalizzazione, la rivoluzione digitale, la trasformazione del lavoro, i fenomeni migratori, il potere delle grandi piattaforme e il trasferimento di decisioni fondamentali verso sedi sovranazionali hanno modificato quelle coordinate. Le contrapposizioni tra sovranità e integrazione, comunità e mercato globale, libertà e controllo tecnologico attraversano ormai le antiche famiglie politiche e producono nuove fratture.
Può così accadere che una forza di destra difenda il lavoro dagli effetti della concorrenza globale, mentre una sinistra progressista accetta modelli economici che indeboliscono salari e protezioni sociali. Partiti che si definiscono liberali possono sostenere regolamentazioni sempre più pervasive, mentre forze tradizionalmente stataliste rivendicano nuovi spazi di autonomia. Anche il centro può perdere la propria consistenza culturale e ridursi a una collocazione tattica, costruita per occupare lo spazio lasciato libero dagli altri.
Queste trasformazioni non rendono inutili le categorie tradizionali, ma impediscono di considerarle immutabili. La storia e la genealogia possono conferire autorevolezza, non immunità dal giudizio. Un partito non rimane di sinistra soltanto perché discende da organizzazioni che lo erano; non resta di destra perché ne conserva simboli e linguaggio; non diventa automaticamente di centro perché assume toni moderati. L’identità politica non si eredita una volta per tutte: deve trovare conferma nelle scelte.
La pretesa del monopolio diventa particolarmente evidente quando ogni critica a un governo viene presentata come un favore all’opposizione. Il cittadino viene posto di fronte a un’alternativa artificiosa: sostenere senza riserve chi governa oppure rendersi responsabile dell’eventuale vittoria dello schieramento avversario. In questo modo la paura dell’altro sostituisce la valutazione dei risultati e il richiamo all’unità diventa uno strumento per neutralizzare il dissenso.
Il voto utile può avere una logica nella competizione elettorale, ma non può trasformarsi in un’obbligazione permanente. Una coalizione riceve il consenso per attuare un programma, non per ottenere la sospensione della critica fino alla fine della legislatura. Contestare un provvedimento, rilevare una promessa mancata o proporre una linea differente non significa necessariamente cambiare campo. Significa rifiutare l’idea che una maggioranza possa coincidere integralmente con l’area politica che l’ha espressa.
La distinzione è semplice ma decisiva: la coalizione che governa può appartenere al centrodestra; il centrodestra, invece, non appartiene alla coalizione che governa. Nel primo caso si riconosce una collocazione politica. Nel secondo si rivendica un potere di esclusione che nessuna vittoria elettorale può conferire.
Anche la condotta concreta delle alleanze suggerisce maggiore prudenza nelle certificazioni di autenticità. Nel Parlamento europeo le convergenze tra forze che sul piano nazionale si dichiarano antagoniste sono tutt’altro che eccezionali. La geografia politica reale emerge spesso dalle votazioni più che dalle dichiarazioni. Chi richiama gli altri alla disciplina del proprio schieramento dovrebbe quindi applicare il medesimo rigore agli alleati quando, nelle sedi sovranazionali, sostengono le stesse scelte delle forze indicate in patria come il pericolo da scongiurare.
La coerenza non può essere imposta ai nuovi concorrenti e risparmiata ai partiti già insediati. Altrimenti l’appartenenza diventa una forma di immunità per chi governa e una barriera contro chi prova a rappresentare un elettorato che non si sente più ascoltato.
La nascita di una nuova forza politica non costituisce, di per sé, un’usurpazione. Può essere la conseguenza del vuoto lasciato da chi continua a rivendicare nominalmente valori che non riesce più a tradurre nelle proprie decisioni. La domanda non è se il nuovo soggetto abbia ricevuto il permesso da chi già occupava quello spazio, ma se sappia interpretarne credibilmente principi, bisogni e interessi.
Ciò non significa autorizzare qualsiasi trasformismo. Se ogni scelta potesse essere indifferentemente definita di destra, di centro o di sinistra, queste parole perderebbero significato. Le identità politiche possono evolversi, ma devono conservare un nucleo riconoscibile. La destra può aggiornare il proprio rapporto con la nazione, la sicurezza, la libertà e la comunità; la sinistra può ripensare gli strumenti dell’uguaglianza e della tutela del lavoro; il centro può ridefinire la propria funzione di equilibrio e composizione. Nessuno, però, può rovesciare quei principi e conservarne soltanto il nome.
Il vero discrimine non passa quindi tra partiti “originali” e presunte “copie”, ma tra identità proclamate e identità testimoniate. Le prime si affidano alla memoria, ai simboli e alla delegittimazione dei concorrenti. Le seconde accettano di essere giudicate attraverso i comportamenti, gli interessi rappresentati e i risultati conseguiti.
L’ultima parola spetta agli elettori. Non perché il voto trasformi automaticamente ogni autodefinizione in una verità, ma perché soltanto i cittadini possono conferire rappresentanza e legittimità democratica.
Una democrazia più matura dovrebbe rendere il giudizio dei cittadini maggiormente incisivo anche tra un’elezione e l’altra, attraverso più trasparenza, una responsabilità effettiva degli eletti e strumenti di partecipazione capaci di evitare che la necessaria stabilità istituzionale degeneri nell’autosufficienza del potere.
Nessun partito, dunque, è proprietario del centrodestra, così come nessuno può possedere definitivamente la destra, il centro o la sinistra. L’unica investitura politica legittima proviene dai cittadini. Non assegna la proprietà di una tradizione, non certifica un’identità per sempre e non concede una delega in bianco. Affida un potere a tempo, che deve essere giustificato dalla coerenza e meritato attraverso i risultati.
Antonio Maria Rinaldi








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