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Il cavallo di Troia dell’auto elettrica: la Thailandia apre a Pechino e la sua industria implode. Il drammatico avviso per l’Europa

La Thailandia ha attratto l’auto elettrica cinese con sgravi fiscali enormi, ma il risultato è un dramma economico: falliscono i fornitori locali, chiudono le fabbriche storiche e 300.000 posti sono a rischio. Un avviso per l’Europa.

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La grande scommessa verde della Thailandia si sta trasformando in un massacro industriale. Il Paese asiatico, celebrato per decenni come la florida “Detroit d’Oriente”, aveva pensato di compiere il colpo del secolo: attrarre a suon di sussidi, sconti fiscali e ponti d’oro i colossi cinesi dell’auto elettrica per blindare il proprio futuro tecnologico.

I risultati reali sono terrificanti. Come racconta una dettagliata inchiesta del New York Times, i produttori locali di componentistica stanno fallendo a catena, le storiche fabbriche chiudono i battenti e centinaia di migliaia di operai rischiano di finire per strada.

Il caso thailandese non è qualcosa che riguardi sono il sud est asiatico: è un monito spietato e immediato per l’Europa e per l’Italia, dove troppi governi continuano a cullarsi nell’illusione che ospitare fabbriche cinesi salverà la nostra occupazione.

Dalla “Detroit d’Oriente” all’invasione di Pechino

Fin dagli anni Sessanta, la Thailandia ha costruito la propria prosperità automobilistica attorno ai marchi giapponesi come Toyota, Isuzu, Honda e Nissan. I giapponesi avevano radicato nel territorio una sterminata rete di fornitori locali, capace di dare lavoro a oltre 700.000 persone, per cui si era sviluppata una sana e autentica industria dell’auto, anche se su marchi di terzi.

Produzione mensile di auto in Thailandia- Tradingeconomics

Poi è arrivata la fretta della transizione ecologica. Nel 2022 il governo di Bangkok ha lanciato agevolazioni a pioggia per le vetture a batteria, aprendo le frontiere a dazio zero. I marchi cinesi come BYD, Great Wall Motor, Changan e Chery si sono fiondati sul mercato.

In appena quattro anni, Pechino è arrivata a controllare l’85% del mercato elettrico locale. Le vendite di veicoli a batteria sono salite a un terzo del totale, ma il prezzo pagato dall’economia reale è stato devastante.

L’illusione dell’investimento: un ecosistema blindato

I vertici politici thailandesi pensavano che le aziende cinesi avrebbero assorbito l’indotto locale. I fatti hanno smentito i calcoli:

  • Fabbriche giapponesi in fuga: costruttori storici come Suzuki e Subaru hanno chiuso gli stabilimenti locali tra il 2024 e il 2025, mentre Honda e Nissan hanno ridotto drasticamente le linee. I giapponesi non sono particolarmente avanti nel’auto EV.
  • Componentistica nazionale al collasso: l’auto elettrica richiede molte meno componenti rispetto a quelle a combustione interna e di tecnologia completamente diversa. I produttori thailandesi di marmitte, stampi, trasmissioni e parti meccaniche, tagliati fuori dal nuovo corso, si sono ritrovati senza commesse e stanno dichiarando fallimento.
  • Occupazione usa-e-getta: i sindacati denunciano contratti precari a brevissimo termine, licenziamenti improvvisi senza liquidazione e il rifiuto categorico di qualsiasi dialogo sindacale da parte del management cinese.
  • Valore aggiunto confiscato: i veicoli cinesi mantengono l’intero cuore tecnologico (batterie, semiconduttori, software) nella madrepatria, relegando la Thailandia a mero montaggio finale di kit già pronti. Una fase che i produttori giapponesi avevano superato da tempo, condividendo e diffondendo le proprie tecnologie.

Secondo le stime dell’Università Thammasat di Bangkok, se questa dinamica proseguirà indisturbata, circa 300.000 posti di lavoro andranno perduti nell’arco di cinque anni. Come ha amaramente ammesso Supavud Saicheua, presidente dell’agenzia statale di pianificazione economica: “L’impatto sulla Thailandia è stato molto più avverso di quanto avessimo previsto”.

La realtà umana dietro i grafici

A toccare con mano le macerie di questa strategia sono le persone comuni. Netsana Sakulpolpanya ha lavorato per oltre dodici anni in una fabbrica dell’indotto Toyota a Samut Prakan, producendo impianti di scarico. Con il suo stipendio e i premi di produzione pagava gli studi della nipote e assisteva la sorella disabile.

Nel 2024 la sua azienda è fallita e 900 operai sono rimasti sul marciapiede senza un euro di buonuscita. Oggi Netsana guadagna 11 dollari al giorno come scaffalista in un supermercato. Le nuove gigafactory cinesi, nate nei capannoni lasciati liberi dai costruttori occidentali, assumono solo manodopera giovanissima e con contratti a termine senza nessuna tutela. Netsana è rimasto in miseria.

Nelle enormi strutture di Rayong, BYD sforna migliaia di veicoli al giorno servendosi di bracci robotici cinesi (o ex tedeschi acquisiti da Pechino) e scatoloni di cablaggi spediti direttamente dalla Cina. Quando i giornalisti chiedono quale sia la reale percentuale di componenti locali, la risposta aziendale è un vago “è difficile entrare nei dettagli”, anche perché questi sarebbero molto, ma molto, bassi.

La lezione per l’Europa

Questa vicenda non è una bizzarria asiatica, ma uno specchio fedele del destino che attende l’Occidente se non apre gli occhi in tempo.

Come nota con lucidità l’esperto di materie prime e politiche industriali Gianclaudio Torlizzi, pensare di salvare il manifatturiero europeo stendendo i tappeti rossi agli stabilimenti cinesi in Ungheria, Spagna o Italia è un abbaglio pericoloso.

Pechino non esporta benessere: esporta la propria sovraccapacità produttiva generata da anni di sussidi statali. Quando un costruttore cinese apre un impianto in Europa, non porta lavoro per la componentistica italiana o tedesca. Porta un ecosistema chiuso, azzera la concorrenza locale e utilizza lo stabilimento estero solo come testa di ponte per aggirare dazi e barriere doganali.

Il risultato economico è inevitabile: si sacrifica l’intera filiera della meccanica di precisione e dei componenti — che rappresenta il vero tessuto sociale e occupazionale dei nostri territori — per trasformare gli operai europei in montatori a basso costo di pacchi batteria cinesi.

Il risveglio tardivo

Ora Bangkok prova a correre ai ripari. Il governo ha varato un sistema fiscale a scaglioni per penalizzare chi importa senza produrre davvero sul posto, mentre il primo ministro è volato a Tokyo per implorare i vertici giapponesi di non abbandonare il Paese.

Il danno, però, è fatto. Smantellare un tessuto industriale richiede pochi mesi di incentivi dissennati; ricostruirlo richiede decenni di investimenti e capitali che difficilmente torneranno. Bruxelles farebbe bene a leggere con attenzione cosa sta accadendo in Thailandia, prima che l’illusione verde cancelli definitivamente quel che resta dell’industria manifatturiera continentale.

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