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Il Canada si rifugia nel Capitalismo di Stato: nasce il “Canada Strong Fund”. Basterà il risparmio dei cittadini a resuscitare un PIL sulle montagne russe?

Il Canada lancia un fondo sovrano da 25 miliardi aperto ai cittadini per rilanciare un’economia altalenante e sganciarsi dagli USA. Mossa geniale o debito mascherato?

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In un mondo globale che si frammenta a colpi di dazi e protezionismo commerciale, anche i paesi storicamente più integrati corrono ai ripari. Il Primo Ministro canadese, Mark Carney, ha rotto gli indugi e ha ufficialmente annunciato la creazione del primo fondo sovrano nazionale: il Canada Strong Fund. Con una dotazione iniziale di 25 miliardi di dollari canadesi e l’ambizione titanica di raggiungere i 500 miliardi di asset in gestione entro cinque anni, Ottawa tenta una mossa da manuale di economia muscolare. L’obiettivo dichiarato? Costruire un’economia “più resiliente e indipendente”, il che, tradotto dal politichese in termini macroeconomici, significa una cosa sola: tentare di sganciarsi dalla gravità commerciale degli Stati Uniti e rilanciare una crescita che arranca.

Il contesto e a cosa serve il fondo

La genesi di questo strumento finanziario non è casuale. Il Canada sconta da tempo una vulnerabilità strutturale: la sua schiacciante dipendenza dall’export verso il vicino americano, specialmente per quanto riguarda le materie prime. Con le recenti tensioni geopolitiche e la spada di Damocle dei dazi di Donald Trump, l’amministrazione Carney ha deciso di rompere nettamente con il recente passato, segnato dalle politiche più ideologiche dell’era Trudeau, per riabbracciare una forte realpolitik industriale.

Il Canada Strong Fund servirà esattamente a questo: catalizzare investimenti congiunti (pubblico-privati) in settori “hard”, tangibili e strategici. Le priorità sono chiare:

  • Energia e Risorse: Non solo transizione pulita, ma anche il rilancio dell’industria fossile e la costruzione di nuovi oleodotti per esportare il greggio canadese verso l’Asia, aggirando i blocchi e i colli di bottiglia imposti o minacciati da Washington.

  • Infrastrutture Logistiche: Sviluppo di nuovi porti e corridoi commerciali per garantire l’autonomia delle catene di approvvigionamento nazionali.

  • Minerali Critici: L’oro del ventunesimo secolo, essenziale per l’industria tecnologica e manifatturiera avanzata, che il Canada dispone in abbondanza ma non ha i capitali per sfruttarli e raffinarli. 

L’approccio è squisitamente statalista ma orientato al mercato: lo Stato interviene non come mero burocrate, ma come “investitore paziente”. Assorbendo i rischi iniziali dei grandi progetti infrastrutturali, l’obiettivo è quello di attirare—e non spiazzare—i grandi capitali privati, applicando il principio macroeconomico del crowding in.

L’anomalia globale: l’apertura ai cittadini investitori

Se l’idea di un fondo sovrano non è certo una novità assoluta (Norvegia e paesi del Golfo insegnano), la struttura del Canada Strong Fund presenta una peculiarità quasi inedita: l’apertura al mercato “retail”. I cittadini canadesi potranno investire direttamente i propri risparmi nel fondo attraverso una specifica classe di azioni.

Carney lo ha definito un vero e proprio conto di risparmio nazionale. A differenza del colossale fondo norvegese, alimentato passivamente dai surplus delle esportazioni petrolifere di Stato, Ottawa (che attualmente naviga in deficit di bilancio) punta a rastrellare attivamente la liquidità dormiente nei conti correnti delle famiglie. L’esca per attrarre questi capitali è la promessa di un meccanismo di protezione del capitale iniziale investito, pur consentendo ai cittadini di partecipare ai guadagni azionari. Un’iniziativa che cerca di trasformare il patriottismo economico in rendimento finanziario reale.

Funzionerà? Il rebus di un PIL a senso alterno

Arriviamo al nodo centrale: questa massiccia immissione di capitale statale basterà a rilanciare una stanca economia canadese? Basta osservare la dinamica recente del Prodotto Interno Lordo per comprendere l’urgenza di questa mossa.

Negli ultimi tre anni, il Canada è stato vittima di un vero e proprio ottovolante macroeconomico. Dopo aver registrato una crescita dell’1,1% all’inizio del 2023, l’economia si è inabissata, raschiando lo zero (+0,1%) nella seconda metà dell’anno. Un effimero rimbalzo nel 2024 (con due trimestri allo 0,8%) ha solo illuso i mercati, venendo brutalmente smentito da un doloroso atterraggio in recessione tecnica a inizio 2025 (-0,5%). Solo di recente si è intravista una faticosa ripresa (+0,6%). Questa volatilità cronica è il sintomo inequivocabile di un’economia vulnerabile agli shock esterni e afflitta da seri problemi di produttività.

Da una prospettiva keynesiana, la creazione del fondo ha un solido fondamento razionale. Di fronte a una domanda aggregata altalenante e a investimenti privati frenati dall’incertezza globale, l’intervento dello Stato in capitale fisso è l’unica via per generare un moltiplicatore economico elevato. Un dollaro speso in un nuovo terminal di esportazione o nell’estrazione mineraria genera occupazione duratura, salari e, a cascata, rilancia i consumi interni molto più di un sussidio a pioggia.

Tuttavia, l’ottimismo della teoria deve fare i conti con la dura realtà amministrativa. Come ha fatto notare Derek Holt della Bank of Nova Scotia, “il diavolo si nasconde nei dettagli”. Il successo del Canada Strong Fund dipenderà esclusivamente dalla sua impermeabilità alle pressioni politiche. Se i 25 miliardi iniziali (raccolti a debito) verranno allocati seguendo rigidi criteri di merito creditizio e potenziale commerciale, il PIL canadese potrebbe trovare la sua ancora di salvezza. Se, al contrario, il fondo dovesse trasformarsi nell’ennesimo veicolo di allocazione clientelare, e ideologica volto a salvare industrie decotte per puro tornaconto elettorale o a finanziare strambi progetti green, il Canada non avrà comprato la propria indipendenza, ma solo un’altra gigantesca ipoteca sul futuro dei suoi cittadini. 

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