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Il Canada evita la disgregazione: l’Alberta respinge la secessione, ma Ottawa è costretta a piegarsi al petrolio
Il voto che ha fermato la secessione canadese: l’Alberta sceglie di restare, ma costringe Ottawa a riaprire i rubinetti del petrolio.
Oltre il 76% degli elettori respinge la rottura con Ottawa dopo mesi di forte tensione politica. Decisiva la marcia indietro del governo federale con l’azzeramento della tassa sul carbonio e il via libera al nuovo oleodotto strategico.

Il Canada ha appena evitato il colpo più duro della sua storia recente. Dopo una campagna elettorale al calor bianco e sondaggi che indicavano un Paese spaccato a metà, i cittadini dell’Alberta hanno respinto l’ipotesi di una secessione. Con circa 1,2 milioni di voti scrutinati, oltre il 76% degli elettori ha scelto di restare nella federazione. Un verdetto netto, che allontana l’incubo di una frammentazione traumatica, ma che racconta una verità molto diversa da un semplice atto di lealtà verso la capitale federale.
Nelle settimane precedenti il voto, la tensione a Ottawa era palpabile. I sondaggi fotografavano una base conservatrice in rivolta e un elettorato esausto per anni di contrasti con il potere centrale. L’opzione sulla scheda non prometteva l’indipendenza immediata, ma l’avvio formale di un iter legale verso un secondo referendum vincolante. Una pistola carica puntata alla tempia dell’unità nazionale.
La premier provinciale Danielle Smith, alla guida dello United Conservative Party, aveva indetto la consultazione a maggio, dopo che centinaia di migliaia di firme avevano attivato i canali istituzionali. Smith ha scelto di sostenere la permanenza nel Paese, ma il suo stesso partito resta diviso. Le correnti secessioniste interne continuano a premere, e la spaccatura politica locale minaccia di riaccendersi a breve.
Per capire la posta in gioco occorre guardare all’economia reale. L‘Alberta ha cinque milioni di abitanti, ma produce ogni giorno oltre quattro milioni di barili di greggio. È il motore che garantisce al Canada la sua prima voce di export verso gli Stati Uniti. Per un decennio, la provincia ha vissuto le normative ambientali dell’ex premier Justin Trudeau come un cappio al collo dello sviluppo industriale e una redistribuzione ingiusta della ricchezza prodotta a ovest.
A disinnescare la bomba non è stata la retorica dell’unità, bensì una massiccia correzione di rotta economica. Il premier federale Mark Carney, salito al potere diciotto mesi fa, ha capito che per salvare il Paese serviva smontare l’impalcatura ideologica precedente:
- Ha cancellato la controversa tassa sul carbonio applicata sui consumi quotidiani delle famiglie.
- Ha allentato i vincoli normativi che bloccavano i nuovi investimenti energetici.
- Ha dichiarato di «interesse nazionale» un nuovo oleodotto da un milione di barili al giorno verso la costa del Pacifico, affidandone la costruzione alla statale Trans Mountain.
Un cambio di passo radicale che ha convinto la maggioranza degli elettori a preferire i vantaggi tangibili dell’accordo all’incertezza di un’avventura solitaria:
| Nodo strategico | Posizione storica di Ottawa | Nuova linea Carney – Smith |
| Oleodotti ed export | Blocchi normativi e veti verdi | Nuovo oleodotto da 1 mln barili/die via Trans Mountain |
| Fisco sul clima | Tassa sul carbonio ai consumatori | Abolizione immediata dell’imposta |
| Rapporto federale | Scontro ideologico centralista | Accordi bilaterali e tutela della produzione |
Sul campo, la mobilitazione è stata totale. Il comitato per il “No” allo strappo, guidato dall’ex vicepremier provinciale Lukaszuk a bordo di un camper per tutta la provincia, ha visto lo stesso Carney scendere in piazza a Calgary ed Edmonton per rassicurare i lavoratori dell’energia.
Per le imprese e i mercati finanziari, il verdetto rappresenta un sospiro di sollievo immenso. Il rischio di contenziosi su confini, valuta e debito federale avrebbe paralizzato gli investimenti esteri per anni. Con l’oleodotto garantito e la rimozione delle imposte punitive sui combustibili, l’Alberta incassa una vittoria politica senza dover pagare il prezzo dell’isolamento.
Nel 1995, il Québec mancò la secessione per appena 54 mila voti. Il margine odierno del 76% congela la questione indipendentista per una generazione. Tuttavia, le cause profonde della rivolta non sono affatto risolte: l’Alberta resta unita al Canada solo perché la capitale ha finalmente compreso che senza il petrolio dell’ovest i conti pubblici non stanno in piedi.







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