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Il caccia europeo FCAS al capolinea: fallisce la mediazione. La Francia vuole tutto, la Germania guarda altrove
Il caccia europeo FCAS è a un passo dal fallimento. Dassault vuole il controllo totale e Parigi minaccia Berlino, mentre l’industria tedesca chiede al Cancelliere Merz di staccare la spina. L’integrazione europea si scontra con gli interessi nazionali: ecco le conseguenze economiche e le alternative (dal GCAP a SAAB)

Il grande sogno dell’integrazione militare europea si scontra, ancora una volta, con la dura realtà degli interessi industriali nazionali. Il progetto FCAS (Future Combat Air System), il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo, è a un passo dal baratro. Anche l’ultimo, disperato tentativo di mediazione è fallito. La prossima settimana, a meno di un clamoroso (e improbabile) passo indietro da parte di Parigi, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz potrebbe certificare la fine del programma, in vista del vertice con il Presidente francese Emmanuel Macron.
Il fallimento dei mediatori e l’intransigenza di Dassault
Per cercare di salvare un progetto ormai impantanato, a fine marzo Berlino e Parigi avevano nominato due pesi massimi: Frank Haun, ex numero uno del colosso dei blindati KMW, e Laurent Collet-Billon, ex dirigente della difesa transalpina. Secondo indiscrezioni vicine ai negoziati, la missione è naufragata. Esisterebbero addirittura due rapporti finali divergenti, sintomo di una frattura insanabile.
Il nodo del contendere è noto da mesi e ha un nome e un cognome: Eric Trappier. Il CEO di Dassault Aviation, l’azienda francese capofila per lo sviluppo del velivolo, esige un ruolo di leadership assoluta che va ben oltre gli accordi originari. In pratica, la Francia chiede alla Germania di finanziare lo sviluppo tecnologico, ma vuole mantenere il controllo totale sui brevetti, sulla direzione dei lavori e, in ultima analisi, sul futuro industriale del progetto. Un approccio predatorio che l’industria tedesca, guidata da Airbus, non è più disposta a tollerare.
Il ricatto incrociato: il carro armato MGCS e lo spettro di Le Pen
La diplomazia industriale si è trasformata in un braccio di ferro politico. Durante la mediazione, la Francia avrebbe giocato pesante, mettendo sul tavolo due minacce esplicite:
- L’interruzione del programma MGCS: Parigi ha paventato la possibilità di far saltare anche il progetto per il nuovo carro armato franco-tedesco, che comunque sta avanzando molto lentamente. Un settore dove, ironia della sorte, è la Germania a detenere il vantaggio tecnologico, per cui la minaccia francese viene ad essere molto efficace.
- Il fattore politico interno: I negoziatori francesi hanno usato lo spauracchio di Marine Le Pen. L’ex leader del Rassemblement National ha già annunciato che, in caso di vittoria elettorale, porrebbe fine ai programmi congiunti di armamento. La logica francese sembra essere: “Dateci tutto il controllo ora, prima che cambi il governo”. Però i tedeschi, comunque, non avrebbero niente dal programma, con la Le Pen o senza.
Le ricadute economiche: vere solo se a casa propria
Dal punto di vista macroeconomico e industriale, la rottura era inevitabile. Un programma di queste dimensioni drena decine di miliardi di euro di spesa pubblica. In un’ottica keynesiana, la spesa in difesa è giustificabile se agisce da moltiplicatore per l’economia nazionale, creando posti di lavoro qualificati, innovazione tecnologica e garantendo la sopravvivenza delle filiere strategiche.
Se la Germania accettasse le condizioni di Dassault, Berlino finirebbe per sussidiare l’industria aerospaziale francese, cannibalizzando la propria. Come ha giustamente sottolineato Thomas Pretzl, presidente del consiglio di fabbrica di Airbus, è giunto il momento che il governo tedesco “prenda una posizione chiara, ponga fine al progetto e avvii un proprio programma”. Non si può cooperare con chi si siede al tavolo con il coltello fra i denti.
Quali scenari per il futuro?
La decisione di Merz, attesa entro martedì, aprirà scenari dirompenti per il mercato della difesa europea. Se il FCAS dovesse saltare, quali sono le alternative per Berlino?
- L’adesione al GCAP: Il programma rivale a guida italo-anglo-nipponica sta procedendo spedito. Un ingresso tedesco porterebbe capitali freschi, ma richiederebbe una rinegoziazione degli equilibri industriali con Roma, Londra e Tokyo.
- La via svedese (SAAB): Una partnership con la Svezia, da sempre pragmatica e tecnologicamente avanzata nella costruzione di caccia (i Gripen), potrebbe garantire a Berlino maggiore peso specifico senza i deliri di grandezza parigini.
- Il programma nazionale: Un’opzione costosa, ma che massimizzerebbe il ritorno economico interno.
La competizione industriale in Europa non è mai finita; semplicemente, si era nascosta dietro la retorica dei comunicati stampa. Martedì ne avremo la conferma definitiva.








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