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Il “buco” di Kharg: quando il blocco navale USA diventa un disastro ecologico
Massiccia macchia d’olio al largo dell’isola di Kharg: i satelliti svelano le difficoltà dell’Iran nel gestire il blocco navale USA. Infrastrutture a rischio e stoccaggio al limite.

L’isola di Kharg non è un posto qualunque: è il cuore pulsante dell’export petrolifero iraniano, il punto da cui transita quasi il 90% del greggio di Teheran. Oggi, però, quel cuore sembra avere un’aritmia visibile dallo spazio. I satelliti Copernicus Sentinel hanno fotografato una macchia grigiastra che si estende per circa 45 chilometri quadrati nelle acque del Golfo.
Non è solo una questione di inquinamento; è il segnale plastico di un sistema, quello iraniano, messo alle corde da una gestione del blocco navale statunitense che sta diventando insostenibile.
🚨Satellites have detected a massive oil spill spreading across a vast area of the Persian Gulf around Iran's Kharg Island.
Synthetic aperture radar imagery shows a large surface slick emanating from the waters around Kharg Island, Iran's primary crude oil export terminal… pic.twitter.com/OcxVKCAYkQ
— Jack Prandelli (@jackprandelli) May 7, 2026
I numeri della macchia
I ricercatori, analizzando le immagini radar e ottiche scattate tra il 6 e l’8 maggio, hanno delineato un quadro preoccupante:
| Parametro | Dettaglio rilevato |
| Estensione | ~45 km² (circa 18 miglia quadrate) |
| Posizione | Ovest di Kharg Island, in movimento verso sud |
| Satelliti coinvolti | Sentinel-1, Sentinel-2, Sentinel-3 |
| Consistenza | Visivamente compatibile con idrocarburi pesanti |
La morsa del blocco e il “troppo pieno”
Perché il petrolio finisce in mare? Mentre il portavoce di Teheran parla di “aggressione americana”, la realtà tecnica suggerisce scenari più concreti e meno propagandistici. L’Iran sta faticando enormemente a gestire il blocco navale USA.
MARÉE NOIRE : Une nappe de pétrole d'origine inconnue a été détectée par l'observatoire CEOBS dans le golfe Persique, au large de l'île iranienne de Kharg, principal terminal pétrolier de l'Iran, visé à plusieurs reprises lors de la guerre au Moyen-Orient (Reuters / NY Times). pic.twitter.com/abCklYBeDi
— Infos Françaises (@InfosFrancaises) May 9, 2026
Le opzioni sul tavolo sono poche e tutte difficili:
- Infrastrutture al limite: Il terminal di Kharg ha subito danni in passato. Senza pezzi di ricambio e con la pressione costante delle pattuglie americane, la manutenzione è un miraggio. Una valvola che salta o un tubo che cede sotto sforzo sono eventi probabili.
- Stoccaggio esaurito: È l’ipotesi più drammatica. Con le petroliere impossibilitate a partire a causa del blocco, i serbatoi a terra potrebbero aver raggiunto la capacità massima. In questi casi, scaricare parte del carico in mare diventa una mossa disperata per evitare esplosioni o danni irreparabili agli impianti di pompaggio.
- Nebbia di guerra: Le recenti schermaglie nello Stretto di Hormuz tra la Marina USA e i mezzi iraniani non aiutano. In un clima di scontro ravvicinato, l’incidente tecnico è dietro l’angolo.
Le ricadute: un conto salato per tutti
Se l’Iran perde greggio, perde l’unica merce di scambio rimasta. Ma il problema si sposta rapidamente ai vicini: una macchia di queste dimensioni, spinta dalle correnti verso sud, minaccia le coste degli Stati del Golfo e i loro impianti di desalinizzazione.
Mentre Teheran valuta le proposte diplomatiche americane, il mare restituisce l’immagine di un Paese che, stretto tra sanzioni e pressione militare, non riesce più a contenere la sua risorsa più preziosa. Il blocco navale non sta solo fermando le navi; sta logorando i bulloni di un’intera economia.







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