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Il bivio di Taranto: sovranità industriale o dipendenza strategica?
L’ex Ilva di Taranto al bivio: il piano indiano che sposta la produzione in Oman contro la promessa americana di rilancio. Cosa rischia l’industria italiana tra tagli all’occupazione, dipendenza estera e il pericolo dei blocchi navali nel Mar Rosso.

Il futuro dell’ex Ilva di Taranto non riguarda soltanto il destino del più grande impianto siderurgico italiano, ma investe direttamente la capacità dell’Italia di conservare una produzione strategica in un settore fondamentale per l’intero sistema industriale. La scelta che il Governo è chiamato a compiere tra le offerte presentate dal gruppo indiano Jindal Steel International e dal fondo statunitense Flacks Group va ben oltre una normale operazione di mercato: definirà il modello produttivo della siderurgia nazionale per i prossimi decenni.
Le informazioni rese pubbliche finora delineano due strategie profondamente diverse. Da una parte emerge un progetto che riduce significativamente la produzione primaria realizzata a Taranto, affidando una parte rilevante della filiera all’importazione di semilavorati prodotti all’estero; dall’altra un piano che punta a mantenere sul sito la capacità produttiva, orientandola verso acciai a maggiore valore aggiunto e cercando di preservare l’intera filiera industriale.
Entrambe le offerte presentano aspetti da approfondire e criticità ancora da verificare. Tuttavia la diversa impostazione industriale appare evidente e pone una domanda di fondo: l’Italia intende conservare una produzione siderurgica integrata sul proprio territorio oppure accettare un modello sempre più dipendente da forniture provenienti dall’estero?
La posta in gioco riguarda occupazione, competitività industriale, sicurezza degli approvvigionamenti, resilienza delle catene produttive e, in ultima analisi, la sovranità economica del Paese.
Il piano Jindal: una trasformazione radicale del sito di Taranto
Secondo le informazioni finora rese note, il progetto presentato da Jindal Steel International prevede una profonda riconfigurazione dello stabilimento di Taranto.
L’assetto industriale sarebbe fondato su un forno elettrico con una capacità produttiva di circa due milioni di tonnellate annue, mentre ulteriori quattro milioni di tonnellate deriverebbero dalla lavorazione di bramme prodotte nel nuovo stabilimento che il gruppo sta realizzando in Oman.
Si tratta di un cambiamento sostanziale rispetto all’attuale configurazione dell’ex Ilva.
È opportuno chiarire un aspetto tecnico che spesso viene semplificato nel dibattito pubblico. Taranto continuerebbe comunque a produrre acciaio attraverso il forno elettrico; non diverrebbe quindi un semplice centro di laminazione. Tuttavia perderebbe la propria funzione di grande polo siderurgico a ciclo integrale, poiché la parte maggioritaria dell’attività produttiva sarebbe costituita dalla trasformazione di semilavorati provenienti dall’estero.
Gli altoforni, secondo quanto dichiarato dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, resterebbero operativi durante la fase di transizione, fino all’entrata in funzione dei nuovi forni elettrici. L’obiettivo dichiarato è garantire la continuità produttiva evitando una chiusura immediata degli impianti.
Il risultato finale, però, sarebbe comunque il superamento della produzione a ciclo integrale che ha caratterizzato Taranto per oltre mezzo secolo e ne ha fatto uno dei principali poli siderurgici europei.
La differenza non è soltanto tecnologica, ma industriale. Nel modello delineato da Jindal la produzione primaria realizzata direttamente a Taranto si ridurrebbe sensibilmente, mentre assumerebbe un ruolo centrale l’approvvigionamento di semilavorati provenienti dall’estero.
Decarbonizzazione: una distinzione che cambia il giudizio
Gran parte del dibattito pubblico ruota attorno al tema della decarbonizzazione. È però necessario distinguere due concetti che vengono spesso confusi.
La sostituzione degli altoforni con forni elettrici rappresenta una delle principali direttrici della transizione della siderurgia mondiale. Alimentati con energia a basse emissioni e con adeguate materie prime, i forni elettrici consentono infatti una significativa riduzione della CO₂ rispetto al ciclo integrale tradizionale.
Da questo punto di vista, la tecnologia proposta non costituisce di per sé un elemento criticabile.
La questione diventa diversa quando si considera l’intera filiera produttiva.
Secondo il piano reso noto, infatti, una parte largamente prevalente dei semilavorati destinati a Taranto sarebbe prodotta in Oman e successivamente trasportata in Italia per la lavorazione finale.
Di conseguenza, una quota significativa della riduzione delle emissioni contabilizzate nel nostro Paese deriverebbe non soltanto dalla sostituzione tecnologica degli impianti, ma anche dal trasferimento all’estero di una parte consistente della produzione.
È una distinzione fondamentale.
Una cosa è decarbonizzare mantenendo in Italia l’intera filiera produttiva attraverso nuove tecnologie; altra cosa è ridurre le emissioni nazionali trasferendo all’estero una parte importante della produzione siderurgica.
Naturalmente non è possibile stabilire con precisione quale sarà il bilancio complessivo delle emissioni senza conoscere nel dettaglio il mix energetico e l’impronta carbonica dello stabilimento omanita. Tuttavia il tema della cosiddetta “delocalizzazione delle emissioni” costituisce oggi uno dei principali nodi del dibattito internazionale sulla transizione industriale.
Il nodo del preridotto
Analoga attenzione merita il tema del preridotto (Direct Reduced Iron – DRI), spesso impropriamente confuso con le bramme.
Le bramme sono infatti semilavorati di acciaio già prodotti e destinati principalmente alla laminazione, mentre il DRI è un materiale ferroso utilizzato per alimentare i forni elettrici.
Negli ultimi anni il progetto di riconversione dell’ex Ilva prevedeva la costruzione di una filiera nazionale del preridotto destinata ad accompagnare la transizione verso la siderurgia elettrica.
Successivamente il Governo ha rimodulato le risorse inizialmente destinate a questo progetto, trasferendole al Ministero delle Imprese per finanziare più in generale gli interventi di decarbonizzazione del comparto siderurgico.
Al di là del dibattito politico, la conseguenza industriale appare evidente.
Viene infatti meno, almeno nella configurazione originaria, la prospettiva di realizzare a Taranto una filiera pienamente integrata della nuova siderurgia elettrica. Ciò comporta un maggiore ricorso agli approvvigionamenti esteri e riduce il grado di integrazione produttiva del sito rispetto alle ipotesi formulate negli anni precedenti.
È proprio questo elemento che alimenta le maggiori perplessità di quanti ritengono che il progetto Jindal, pur introducendo tecnologie meno emissive, finisca per spostare all’estero una parte significativa della catena del valore della siderurgia italiana.
La vulnerabilità strategica della filiera Oman–Suez
È probabilmente questo il punto più delicato dell’intero progetto Jindal.
Secondo il piano industriale reso noto, circa quattro milioni di tonnellate di bramme dovrebbero essere prodotte nello stabilimento omanita del gruppo e successivamente trasportate a Taranto per essere trasformate nei prodotti finiti destinati al mercato europeo.
Dal punto di vista strettamente economico la scelta risponde a una logica industriale comprensibile. L’Oman offre costi energetici particolarmente competitivi, un accesso favorevole alle materie prime e condizioni che consentono di produrre acciaio a costi inferiori rispetto all’Europa.
Tuttavia questa scelta comporta anche un significativo aumento della dipendenza della siderurgia italiana da una catena logistica lunga migliaia di chilometri.
Le bramme dovrebbero infatti attraversare il Golfo di Aden, lo stretto di Bab el-Mandeb, il Mar Rosso, il Canale di Suez e infine il Mediterraneo prima di raggiungere Taranto.
Si tratta di uno dei principali corridoi commerciali del pianeta, ma anche di una delle aree geopoliticamente più instabili.
Negli ultimi anni gli attacchi alle navi mercantili nel Mar Rosso, l’aumento dei premi assicurativi e le deviazioni delle rotte commerciali hanno dimostrato quanto rapidamente una crisi regionale possa incidere sul commercio internazionale.
Ciò non significa che una futura crisi determinerebbe inevitabilmente l’arresto della produzione di Taranto. Esistono infatti rotte alternative, come la circumnavigazione del continente africano attraverso il Capo di Buona Speranza. Tuttavia tali soluzioni comportano tempi di navigazione significativamente più lunghi, maggiori costi di trasporto e un inevitabile aumento dell’incertezza logistica.
L’incidente della Ever Given, che nel 2021 bloccò per alcuni giorni il Canale di Suez provocando gravi ripercussioni sul commercio mondiale, rappresenta un esempio concreto della vulnerabilità di questa direttrice commerciale. Le tensioni sviluppatesi successivamente nel Mar Rosso hanno ulteriormente evidenziato come una filiera eccessivamente concentrata su un’unica rotta possa risultare esposta a rischi non trascurabili.
La questione, quindi, non riguarda soltanto i costi industriali ma anche la resilienza strategica.
Affidare una parte prevalente della produzione dei semilavorati a un impianto localizzato fuori dall’Unione europea significa aumentare l’esposizione della siderurgia italiana ai rischi geopolitici, logistici e commerciali di un’area caratterizzata da crescente instabilità.
In un contesto internazionale nel quale la sicurezza economica è tornata al centro delle politiche industriali delle principali economie avanzate, anche questo elemento dovrebbe entrare nella valutazione complessiva dell’operazione.
Le ricadute occupazionali
Le differenze tra le due offerte emergono anche sul piano occupazionale.
Secondo le ricostruzioni disponibili, il piano Jindal potrebbe prevedere un perimetro occupazionale diretto di circa 4.500 lavoratori. Si tratta tuttavia di una stima ancora suscettibile di modifiche, poiché la procedura di cessione non è conclusa e non sono stati ancora resi pubblici tutti i dettagli del piano industriale.
Resta inoltre da chiarire quale sarebbe l’impatto complessivo sugli altri stabilimenti del gruppo, sui lavoratori eventualmente destinati agli ammortizzatori sociali e sull’indotto, che rappresenta una componente essenziale dell’economia del territorio.
Le organizzazioni sindacali hanno espresso forti preoccupazioni.
Il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, ha sostenuto che l’eventuale chiusura delle cokerie, qualora avvenisse nelle modalità prospettate, rischierebbe di compromettere definitivamente la continuità della produzione a ciclo integrale.
Anche la Fiom-Cgil ha criticato duramente la rimodulazione delle risorse destinate alla decarbonizzazione, ritenendo che sia stata indebolita la prospettiva di costruire a Taranto una filiera completa della nuova siderurgia.
Al di là delle diverse valutazioni, un dato appare difficilmente contestabile: il progetto Jindal comporterebbe una riduzione significativa delle attività produttive oggi concentrate nello stabilimento pugliese.
Il vero nodo, quindi, non riguarda soltanto il numero finale degli occupati, ma la qualità della presenza industriale che l’Italia intende mantenere a Taranto.
Il piano Flacks: una strategia alternativa
Di fronte a questo scenario, la proposta avanzata dal fondo statunitense Flacks Group presenta un’impostazione profondamente diversa.
Secondo quanto illustrato dalla società, il piano prevede investimenti per circa cinque miliardi di euro, una produzione complessiva di sei milioni di tonnellate annue e la salvaguardia di circa 8.500 posti di lavoro diretti.
L’obiettivo dichiarato consiste nel mantenere a Taranto una capacità produttiva significativamente superiore rispetto a quella prevista dal progetto concorrente, orientando progressivamente la produzione verso acciai a maggiore valore aggiunto destinati ai comparti dell’automotive, dell’energia, della difesa, della cantieristica navale e delle infrastrutture.
Come ha dichiarato il fondatore Michael Flacks, l’obiettivo non sarebbe quello di riproporre il modello industriale del passato, ma di costruire una siderurgia tecnologicamente più avanzata e maggiormente orientata ai segmenti più redditizi del mercato.
Nella stessa prospettiva si colloca il coinvolgimento di partner industriali quali Danieli e Metinvest Adria, chiamati a collaborare alla definizione tecnica del progetto.
La filosofia industriale appare quindi diversa da quella delineata da Jindal.
Nel primo caso la competitività verrebbe ricercata principalmente attraverso una riorganizzazione internazionale della produzione e una maggiore integrazione con gli impianti omaniti.
Nel secondo caso il rilancio verrebbe perseguito cercando di mantenere sul territorio nazionale una parte più ampia della filiera produttiva e aumentando il valore aggiunto dei prodotti realizzati.
Va però evidenziato anche un elemento di equilibrio.
Diversamente da Jindal, Flacks non rappresenta un grande produttore siderurgico internazionale ma un investitore specializzato in operazioni di rilancio industriale. Rimangono quindi aperti interrogativi importanti sulla struttura finanziaria dell’operazione, sulla disponibilità effettiva dei capitali necessari, sulle garanzie bancarie, sui tempi di realizzazione degli investimenti e sulla sostenibilità economica della fase di transizione.
Si tratta di aspetti che dovranno essere attentamente verificati prima di qualsiasi decisione definitiva.
Ciò non modifica tuttavia la sostanziale differenza di impostazione industriale tra le due offerte, che continua a rappresentare il vero elemento di scelta per il Governo.
Una scelta che va oltre il mercato
Il confronto tra le due offerte non può essere ridotto esclusivamente a una valutazione economica o finanziaria. Entrambe dovranno superare verifiche approfondite sulla solidità industriale, sulla sostenibilità finanziaria, sulla compatibilità ambientale e sulla concreta capacità di realizzare gli investimenti annunciati. Tuttavia, al di là di questi aspetti, emerge una differenza di impostazione che assume un rilievo strategico.
Secondo le informazioni oggi disponibili, il progetto Jindal tende a inserire Taranto all’interno di una filiera produttiva internazionale nella quale una parte significativa della produzione primaria verrebbe realizzata all’estero, mentre il sito italiano assumerebbe un ruolo prevalentemente orientato alla trasformazione dei semilavorati e alla produzione mediante forno elettrico.
La proposta Flacks, invece, punta a conservare sul territorio nazionale una quota molto più ampia della capacità produttiva, cercando di mantenere Taranto come uno dei principali poli siderurgici europei e orientandone progressivamente la produzione verso segmenti a maggiore contenuto tecnologico.
Si tratta di due modelli industriali profondamente diversi.
Il primo privilegia una maggiore integrazione internazionale della produzione; il secondo attribuisce maggiore valore al mantenimento della filiera sul territorio nazionale.
La scelta finale spetta naturalmente al Governo e agli organi competenti, che dovranno valutare tutti gli aspetti industriali, finanziari e giuridici dell’operazione.
Il vincolo ambientale non può essere ignorato
Qualunque sia la soluzione individuata, esiste un elemento che non può essere trascurato.
La vicenda dell’ex Ilva non è soltanto una questione industriale.
Per oltre cinquant’anni Taranto ha convissuto con problemi ambientali e sanitari che hanno profondamente segnato il territorio e alimentato un conflitto permanente tra esigenze produttive e tutela della salute.
Difendere la capacità siderurgica nazionale non significa quindi riproporre il modello industriale del passato.
Al contrario, qualunque piano dovrà dimostrare concretamente di essere in grado di rispettare le prescrizioni ambientali, realizzare gli interventi di bonifica, ridurre in maniera significativa le emissioni e garantire condizioni di sicurezza compatibili con la tutela della popolazione.
Una strategia industriale che non affrontasse questi aspetti sarebbe inevitabilmente destinata a nuovi contenziosi amministrativi e giudiziari, con il rischio di compromettere la stessa continuità produttiva.
La vera sfida consiste quindi nel conciliare competitività industriale, sostenibilità ambientale e tutela dell’occupazione.
La dimensione europea e la sicurezza economica
La vicenda dell’ex Ilva si inserisce inoltre in un contesto internazionale profondamente mutato.
Negli ultimi anni l’Unione europea, gli Stati Uniti e le principali economie avanzate hanno progressivamente riportato al centro delle proprie politiche industriali il tema della sicurezza economica, della resilienza delle filiere produttive e della riduzione delle dipendenze strategiche.
La pandemia, la guerra in Ucraina, le tensioni commerciali globali e le crisi lungo le principali rotte marittime hanno mostrato come l’efficienza economica non possa più rappresentare l’unico criterio di valutazione delle catene di approvvigionamento.
Sempre più spesso gli Stati accettano costi apparentemente superiori pur di preservare produzioni considerate strategiche.
L’acciaio rientra pienamente in questa categoria.
È un materiale indispensabile per infrastrutture, difesa, energia, trasporti, meccanica, costruzioni e numerosi altri comparti industriali.
Per questo motivo la valutazione delle offerte non può limitarsi al prezzo di acquisto o ai costi di produzione, ma dovrebbe considerare anche il grado di autonomia industriale che ciascun progetto è in grado di garantire nel medio e nel lungo periodo.
Una scelta di politica industriale
L’offerta Jindal presenta indubbi punti di forza sotto il profilo dell’esperienza industriale internazionale e della disponibilità di una filiera già esistente.
Al tempo stesso, però, il progetto oggi conosciuto comporta una significativa riduzione della produzione primaria realizzata a Taranto e una maggiore dipendenza da semilavorati prodotti fuori dall’Unione europea.
L’offerta Flacks, viceversa, propone di mantenere sul territorio una quota molto più ampia della capacità produttiva, con investimenti dichiarati particolarmente consistenti e una maggiore tutela dell’occupazione.
Rimangono tuttavia da verificare con attenzione la struttura finanziaria dell’operazione, le coperture economiche, la sostenibilità del piano industriale e la concreta capacità di realizzare gli investimenti annunciati.
Sarebbe quindi improprio considerare una delle due offerte priva di criticità.
La vera differenza riguarda la visione industriale.
Da una parte emerge un modello fondato sull’integrazione di una filiera internazionale nella quale Taranto svolgerebbe un ruolo produttivo ridimensionato rispetto al passato.
Dall’altra viene proposta una strategia che punta a mantenere in Italia una parte molto più ampia della filiera siderurgica, valorizzando produzioni a maggiore contenuto tecnologico.
La scelta del Governo
La decisione finale non determinerà soltanto il futuro dell’ex Ilva.
Inciderà sul ruolo che l’Italia intende attribuire alla propria industria pesante in un mondo caratterizzato da crescente competizione geopolitica, instabilità delle catene di approvvigionamento e ritorno delle politiche industriali nazionali.
La transizione ecologica rappresenta un obiettivo ormai imprescindibile.
Ma la sua realizzazione non dovrebbe tradursi nella semplice esternalizzazione delle produzioni più energivore né nella perdita di competenze industriali strategiche.
La sfida consiste nel coniugare sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e autonomia produttiva.
Taranto non ha bisogno di conservare il passato, ma di costruire un futuro industriale credibile.
Un futuro nel quale l’acciaio continui ad essere prodotto in Italia con tecnologie moderne, nel rispetto dell’ambiente, della salute dei cittadini e della competitività economica.
La scelta che il Governo è chiamato a compiere non riguarda soltanto un’acciaieria.
Riguarda il modello di politica industriale che l’Italia intende perseguire nei prossimi decenni e il grado di autonomia strategica che vuole conservare in uno dei settori fondamentali della propria economia.
Antonio Maria Rinaldi








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